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Daspo

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372 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Convalida del DASPO: il ritardo del PM non cancella la misura
Il Questore ha imposto a un tifoso il divieto di accesso alle manifestazioni sportive per tre anni, con l'obbligo di firma. Il provvedimento è stato notificato il 13 febbraio 2023. Il Pubblico Ministero ha chiesto la convalida oltre le 48 ore dalla notifica, ma il Giudice per le indagini preliminari ha convalidato la misura entro le complessive 96 ore dalla notifica stessa. Il tifoso ha fatto ricorso sostenendo il mancato rispetto del termine di 48 ore da parte del PM. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la convalida del DASPO è legittima se interviene entro il termine globale di 96 ore dalla notifica, a prescindere dal ritardo del PM nella richiesta, non essendoci stata alcuna lesione del diritto di difesa.
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Convalida del DASPO: se il giudice ha fretta il tifoso vince
Il Questore ha imposto a un tifoso il divieto di accedere alle manifestazioni sportive per cinque anni, con l'obbligo di presentarsi in questura durante le partite. Il Tribunale ha convalidato la misura prima che decorressero le 48 ore dalla notifica dell'atto, impedendo al destinatario di presentare memorie difensive. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di convalida senza rinvio. I giudici hanno stabilito che la convalida del DASPO avvenuta prima del termine di 48 ore viola il diritto di difesa e il principio del contraddittorio cartolare. Di conseguenza, l'obbligo di firma è stato revocato, mentre rimane valido il solo divieto di accesso allo stadio.
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Convalida del DASPO: se il giudice corre, il tifoso vince
Il Questore di Varese imponeva a un tifoso, a seguito di disordini durante una partita di basket, il divieto di accesso alle manifestazioni sportive per sei anni, con l'obbligo di presentazione periodica alla polizia. Il provvedimento veniva notificato l'8 maggio alle ore 15:00, ma il Giudice per le indagini preliminari convalidava la misura il 10 maggio alle ore 11:40, prima dello scadere delle 48 ore dalla notifica. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del tifoso, stabilendo che la convalida del DASPO non può avvenire prima del decorso delle 48 ore, termine minimo necessario per consentire l'effettivo esercizio del diritto di difesa. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla senza rinvio l'ordinanza di convalida limitatamente all'obbligo di firma, che cessa immediatamente di avere efficacia.
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Obbligo di firma e DASPO: la mancanza dell’ora annulla la misura
Il Questore ha imposto a un tifoso il divieto di accesso alle manifestazioni sportive con l'obbligo di firma in questura per cinque anni. Il Giudice per le indagini preliminari ha convalidato la misura, ma senza indicare l'ora esatta del provvedimento. Il tifoso ha fatto ricorso lamentando la violazione del diritto di difesa, poiché la mancanza dell'orario impediva di verificare il rispetto del termine minimo di 48 ore dalla notifica per presentare memorie. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la mancata indicazione dell'ora di convalida determina l'inefficacia della misura. Di conseguenza, la Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza impugnata relativamente all'obbligo di firma e DASPO, liberando il tifoso da tale vincolo.
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DASPO e firma saltata: no alla particolare tenuità del fatto
Due tifosi, sottoposti all'obbligo di firma in questura durante le partite di calcio, non si presentavano ripetutamente agli appuntamenti. Condannati in primo e secondo grado, proponevano ricorso in Cassazione lamentando un errore formale nei documenti e chiedendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'errore nell'atto era solo materiale e che la particolare tenuità del fatto non può essere concessa in caso di reato continuato. La reiterazione delle violazioni configura infatti un comportamento abituale, che esclude categoricamente il beneficio. Di conseguenza, le condanne a dieci mesi di reclusione sono state confermate e i ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Violazione del DASPO: il cambio nome del club non salva il tifoso
Un tifoso, sottoposto a DASPO con obbligo di firma, non si presentava in questura durante una partita di calcio. La difesa sosteneva l'inesistenza del reato poiché la società sportiva originaria era fallita, venendo sostituita da un nuovo club con diversa denominazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per violazione del DASPO. I giudici hanno chiarito che il provvedimento si riferiva alla nuova società sportiva, nata dall'acquisizione dei beni della precedente e attiva al momento del fatto. L'inammissibilità del ricorso ha inoltre impedito di far valere la prescrizione del reato.
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Obbligo di firma DASPO: nullo in trasferta senza motivi chiari
Il Questore imponeva a un tifoso un DASPO di otto anni con un gravoso obbligo di firma DASPO, consistente nella doppia presentazione in Questura durante le partite sia in casa sia in trasferta, a causa di un pugno sferrato a un tifoso avversario. Il GIP convalidava la misura. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso del tifoso, annullando la decisione limitatamente all'obbligo di firma per le partite in trasferta. I giudici hanno stabilito che il GIP deve motivare in modo specifico e rigoroso la necessità e la proporzionalità di un plurimo obbligo di firma per le trasferte, considerando la distanza geografica e l'effettiva utilità della misura per impedire la presenza fisica del soggetto all'evento sportivo.
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Convalida del DASPO: se il GIP ignora la difesa l’obbligo è nullo
Il Questore di Lecce ha imposto a un cittadino il divieto di accedere alle manifestazioni sportive con obbligo di firma. Il Giudice per le indagini preliminari ha convalidato la misura senza esaminare la memoria difensiva inviata tempestivamente via PEC dal difensore. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del cittadino, stabilendo che la mancata valutazione delle deduzioni difensive viola il diritto di difesa e rende nulla la convalida. La Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame, sospendendo l'efficacia dell'obbligo di presentazione. La convalida del DASPO richiede infatti un esame effettivo e non solo formale delle tesi della difesa.
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Obbligo di presentazione e lavoro: la Cassazione tutela i turni
Il Questore imponeva a un tifoso il DASPO con l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria durante le partite. Il Giudice per le indagini preliminari convalidava la misura, omettendo però di valutare le memorie difensive relative alle turnazioni lavorative del destinatario. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso del tifoso, stabilendo che l'obbligo di presentazione deve necessariamente tenere conto delle documentate esigenze lavorative del soggetto colpito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza limitatamente a questo aspetto, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione e sospendendo temporaneamente l'efficacia della misura di presentazione.
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Nullità convalida DASPO: difesa negata annulla l’obbligo di firma
Il Questore imponeva al Destinatario l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Tuttavia, la notifica dell'atto non conteneva l'avviso della facoltà di presentare memorie difensive al Giudice per le indagini preliminari. Il Giudice convalidava comunque la misura. Il Destinatario ha proposto ricorso lamentando la violazione del diritto di difesa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo la Nullità convalida DASPO. L'omissione dell'avviso lede il diritto di intervento e assistenza dell'interessato, determinando una nullità di ordine generale e assoluta. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza di convalida e ha dichiarato l'inefficacia dell'obbligo di presentazione.
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Violazione del DASPO: lo stadio vietato costa un anno di carcere
Un uomo, sanzionato con il divieto di accesso alle manifestazioni sportive per vendita abusiva di biglietti, ha commesso per ben sette volte la violazione del DASPO. Condannato in primo e secondo grado, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la legittimità del provvedimento del Questore e la sua convalida. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna a un anno di reclusione e 10.000 euro di multa. I giudici hanno chiarito che il giudice penale non può sindacare la legittimità del divieto di accesso, trattandosi di un provvedimento amministrativo che andava impugnato dinanzi al TAR, mentre la convalida dell'obbligo di firma doveva essere contestata subito in Cassazione.
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Convalida del DASPO: l’orario mancante cancella l’obbligo di firma
Il Questore impone a un tifoso il divieto di accesso alle manifestazioni sportive per cinque anni, con l'obbligo di presentarsi in questura durante le partite. Il provvedimento viene notificato il 12 gennaio alle ore 19:00. Il Tribunale convalida la misura il 16 gennaio, ma omette di indicare l'orario della decisione. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del tifoso, stabilendo che la convalida del DASPO con obbligo di firma deve avvenire tassativamente entro novantasei ore dalla notifica. In assenza dell'orario sul provvedimento del giudice, non è possibile verificare il rispetto di questo termine perentorio. Di conseguenza, la Cassazione annulla senza rinvio l'obbligo di presentazione, ritenendolo ormai inefficace, mentre resta valido il solo divieto di accesso agli stadi.
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Convalida del DASPO: orario mancante annulla l’obbligo di firma
Il Questore ha imposto a un tifoso il DASPO con l'obbligo di presentazione alla polizia durante le partite. Il provvedimento è stato notificato il 12 gennaio alle 15:20, fissando la scadenza per la decisione del giudice entro 96 ore, ossia il 16 gennaio alle 15:20. Il Giudice per le indagini preliminari ha convalidato la misura il 16 gennaio, ma ha omesso di indicare l'orario del deposito sull'ordinanza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del cittadino, stabilendo che l'assenza dell'orario genera un'incertezza insanabile sul rispetto del termine perentorio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio il provvedimento, dichiarando l'inefficacia dell'obbligo di firma per vizio di forma nella convalida del DASPO.
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Convalida del DASPO: la fretta del giudice cancella l’obbligo
Il Questore di Foggia imponeva a un tifoso il divieto di accedere alle manifestazioni sportive per tre anni, con l'ulteriore obbligo di presentazione alla polizia durante le partite. Il Giudice per le indagini preliminari convalidava l'obbligo di firma prima dello scadere delle 48 ore dalla notifica del provvedimento all'interessato. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del tifoso, stabilendo che la convalida del DASPO con obbligo di firma effettuata prima del decorso del termine di 48 ore viola il diritto di difesa e determina la nullità generale del provvedimento. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla senza rinvio l'ordinanza di convalida, dichiarando l'inefficacia del solo obbligo di presentazione.
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DASPO con obbligo di firma: scontro violento costa otto anni di stop
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un tifoso contro la convalida del DASPO con obbligo di firma per la durata di otto anni. Il provvedimento era stato emesso dal Questore a seguito di un violento scontro fortuito tra tifoserie opposte, nel quale il ricorrente aveva svolto un ruolo di primo piano. La Suprema Corte ha chiarito che, in caso di recidiva, l'applicazione dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria è obbligatoria per legge e la durata deve essere compresa tra cinque e dieci anni. Inoltre, i requisiti di urgenza non richiedono una specifica motivazione se non vi sono state partite tra la notifica e la convalida. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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DASPO fuori contesto: legittimo per scontri ma nullo sulla durata
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di due manifestanti contro la convalida del DASPO con obbligo di firma, emesso dopo scontri in una manifestazione non autorizzata. La difesa contestava l'applicazione del cosiddetto DASPO fuori contesto, ritenendolo illegittimo per fatti estranei allo sport. La Corte ha confermato che la legge consente tale misura per reati gravi di disordine pubblico, anche fuori dagli stadi. Tuttavia, ha accolto parzialmente il ricorso del Primo Manifestante: la durata di cinque anni era stata calcolata considerandolo recidivo per un precedente provvedimento, che però era stato revocato a seguito di assoluzione. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza limitatamente alla durata della misura per il Primo Manifestante, rinviando al Giudice per le Indagini Preliminari, mentre ha rigettato integralmente il ricorso del Secondo Manifestante.
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Violazione del DASPO: condanna anche per la partita amichevole
Un tifoso colpito da DASPO non si presenta in questura per l'obbligo di firma durante una partita amichevole. La Corte di Cassazione conferma la condanna per violazione del DASPO, respingendo la tesi difensiva secondo cui il divieto non si applicasse agli incontri non ufficiali. I giudici evidenziano che il provvedimento del Questore includeva espressamente tali eventi. Inoltre, la richiesta di non punibilità per particolare tenuità del fatto viene rigettata a causa della gravità della condotta del tifoso, che aveva aggredito gli steward e minacciato le forze dell'ordine. Il ricorso è dichiarato inammissibile.
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DASPO e obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino che chiedeva la revoca della misura cautelare dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Il ricorrente sosteneva che la misura fosse superflua poiché era già sottoposto a DASPO con obbligo di firma per otto anni. I giudici hanno chiarito che le due misure sono del tutto autonome e non sovrapponibili. L'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria persegue una finalità preventiva generale contro la reiterazione di qualsiasi reato. Al contrario, l'obbligo di firma legato al DASPO serve unicamente a impedire l'accesso agli eventi sportivi durante il loro svolgimento. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Convalida del DASPO: la difesa vince contro l’errore del Questore
Il Questore di Sassari ha imposto a un tifoso il divieto di accesso alle manifestazioni sportive per sei anni, unito all'obbligo di firma in questura durante le partite. Il Giudice per le indagini preliminari ha convalidato la misura. Tuttavia, il provvedimento originario del Questore non conteneva l'avviso formale che informava il destinatario della possibilità di presentare memorie o deduzioni scritte al giudice. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del tifoso, stabilendo che l'assenza di tale avviso viola il diritto di difesa e rende nulla la successiva convalida del DASPO. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza impugnata, dichiarando l'inefficacia dell'obbligo di firma.
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Reato continuato: la Cassazione taglia la pena calcolata male
Il caso riguarda un cittadino accusato di aver violato più volte l'obbligo di firma imposto dal Questore. Nei primi gradi di giudizio, l'imputato viene assolto per due dei sei episodi contestati. Tuttavia, la Corte d'Appello, nel rideterminare la sanzione, commette un errore di calcolo applicando la disciplina del reato continuato: calcola l'aumento di pena su cinque violazioni anziché sulle quattro effettive. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa e corregge direttamente l'errore senza disporre un nuovo processo. I giudici rideterminano la pena finale in un anno e dieci mesi di reclusione e 24.200 euro di multa, eliminando la quota di sanzione ingiustamente applicata per il reato inesistente.
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