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D.P.R. 917/1986 — Anno 2026

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616 provvedimenti

Altri anni per D.P.R. 917/1986

Accertamento bancario: il patrimonio non giustifica i contanti
L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento nei confronti di una contribuente, considerando come redditi di capitale non dichiarati alcuni versamenti in contanti non giustificati sui suoi conti correnti. La contribuente si è difesa sostenendo che le somme versate derivassero da prelievi effettuati l'anno precedente, originati dalla vendita di quote societarie. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità dell'operato del fisco. I giudici hanno chiarito che, in tema di accertamento bancario, spetta al contribuente fornire la prova contraria specifica per superare la presunzione legale di imponibilità dei versamenti. Non basta allegare generici prelievi passati senza dimostrare il collegamento diretto e la conservazione del contante.
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Regime PEX: l’accordo transattivo non garantisce lo sconto fiscale
Un'azienda vendeva le proprie quote societarie e, in seguito a una lite giudiziaria con l'acquirente, firmava un accordo di conciliazione ricevendo un'integrazione del prezzo di 1,7 milioni di euro. L'azienda chiedeva il rimborso delle tasse versate, ritenendo che tale somma aggiuntiva godesse del regime PEX (parziale esenzione fiscale sulle plusvalenze). L'Agenzia delle Entrate rifiutava il rimborso, sostenendo che la somma derivasse dall'accordo transattivo e non dalla vendita originaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno stabilito che per applicare il regime PEX occorre interpretare rigorosamente le clausole dell'accordo transattivo secondo le regole del codice civile, senza dare per scontato che ogni somma versata in sede di conciliazione sia un'integrazione del prezzo di vendita. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Reti da pesca senza barche: no all’inerenza dei costi IVA
L'Amministrazione Finanziaria ha recuperato a tassazione l'IVA detratta da una società per l'acquisto di reti da pesca da una controllata. La società svolgeva attività di locazione immobiliare e confezionamento di pesce, ma non di pesca. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che l'inerenza dei costi IVA richiede un collegamento diretto e oggettivo tra l'acquisto e l'attività d'impresa effettivamente esercitata. Non basta la generica previsione dello statuto sociale o la compatibilità teorica del bene con l'oggetto sociale. L'onere di provare tale collegamento spetta interamente al contribuente. Di conseguenza, la detrazione è stata negata per mancanza di inerenza qualitativa del costo rispetto alle attività aziendali.
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Inerenza dei costi aziendali: sì alle deduzioni su beni altrui
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società immobiliare la deduzione di costi Ires e la detrazione dell'IVA per i lavori di costruzione di un centro commerciale su un terreno preso in leasing. Secondo il fisco, tali spese spettavano al proprietario del terreno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando che il principio di inerenza dei costi aziendali si applica anche ai lavori eseguiti su beni di proprietà di terzi, purché esista un nesso di strumentalità, anche solo potenziale o futuro, con l'attività d'impresa. Di conseguenza, la società ha il diritto di dedurre le spese e detrarre l'IVA, poiché i lavori erano strettamente collegati al suo oggetto sociale di costruzione e vendita di immobili. Gli accordi privati sulla ripartizione delle spese non hanno rilevanza fiscale di fronte a tale inerenza.
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Abuso del diritto: il fisco perde contro le scelte dell’impresa
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società la deducibilità degli ammortamenti sull'avviamento derivanti da un conferimento di ramo d'azienda. Secondo il fisco, l'operazione configurava un abuso del diritto poiché finalizzata solo a trasferire perdite fiscali e priva di valide ragioni economiche. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'ufficio finanziario. I giudici hanno chiarito che il mancato successo economico successivo non cancella le originarie motivazioni aziendali di riorganizzazione. Inoltre, la scelta tra un conferimento tassabile e uno in neutralità fiscale rientra nella legittima opzione tra regimi diversi concessa dalla legge, escludendo così qualsiasi profilo elusivo.
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Deducibilità dei costi aziendali: fisco vince, ricorso respinto
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una società, contestando la deducibilità dei costi aziendali per IRES, IRAP e IVA relativi all'anno 2010. La Commissione Tributaria Provinciale e quella Regionale hanno confermato la legittimità del recupero fiscale. La società ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando errori nella valutazione delle fatture e delle schede carburante, oltre all'illegittimità del raddoppio del contributo unificato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in presenza di una doppia decisione conforme nei gradi precedenti. Inoltre, la contestazione sul raddoppio del contributo unificato, avendo natura tributaria, deve essere proposta davanti al giudice tributario con un ricorso autonomo e non può essere discussa direttamente nel giudizio di legittimità principale.
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Accertamenti bancari: i conti dei soci inguaiano la società
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro una società a ristretta base sociale, contestando maggiori ricavi e l'indebita deduzione di interessi passivi. L'atto si fondava su indagini finanziarie relative a prelievi ingiustificati effettuati dai soci sui propri conti correnti, ricondotti alla società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che negli accertamenti bancari opera una presunzione legale di evasione. Tale presunzione, prevista dalla legge, non può essere superata da semplici supposizioni o altre presunzioni, ma richiede una prova piena e documentale da parte del contribuente. Di conseguenza, la società ha perso la causa ed è stata condannata al pagamento del doppio del contributo unificato.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: quando le foto non bastano
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società la deduzione di costi per oltre trecentomila euro, ritenendo che le fatture emesse da un'agenzia pubblicitaria riguardassero operazioni oggettivamente inesistenti. La società sosteneva la realtà delle prestazioni di sponsorizzazione sportiva, presentando foto e video. Tuttavia, i giudici di merito hanno confermato l'accertamento evidenziando che il contratto era privo di data certa, generico e che l'emittente era una società fantasma senza sede né mezzi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della contribuente, poiché mirava a una inammissibile rivalutazione dei fatti in sede di legittimità. La società è stata condannata a pagare le spese processuali.
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Plusvalenza da estromissione di beni: la donazione che costa cara
Un imprenditore individuale ha donato la propria azienda alla moglie, escludendo però l'immobile in cui si svolgeva l'attività. L'Agenzia delle Entrate ha qualificato questa operazione come un'estromissione del fabbricato, accertando una plusvalenza da estromissione di beni non dichiarata. Il contribuente ha contestato la tardività della notifica dell'accertamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente, confermando la validità della notifica in base al principio della scissione soggettiva: per il Fisco rileva la data di consegna dell'atto al messo notificatore, avvenuta prima della scadenza dei termini. Inoltre, la Corte ha accolto il ricorso del Fisco sulle sanzioni, poiché il giudice d'appello le aveva annullate senza che il contribuente lo avesse richiesto. Il contribuente perde definitivamente la causa e deve pagare imposte, sanzioni e spese legali.
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Principio di competenza: fisco battuto su indennità di agenzia
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro un'azienda, recuperando a tassazione per l'anno 2008 un'indennità di clientela derivante dalla cessazione di un rapporto di agenzia avvenuta nel 2007. L'amministrazione sosteneva che la somma andasse tassata nel 2008, anno dell'effettivo pagamento e compensazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che si applica il principio di competenza. Poiché il rapporto di agenzia si era concluso nel 2007 e l'importo dell'indennità era già oggettivamente determinabile in quell'anno in base ai criteri di legge, il componente positivo di reddito andava imputato all'esercizio 2007 e non a quello successivo. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio.
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Accertamento utili extracontabili: il Fisco vince sul socio
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una società a ristretta base partecipativa per ricavi non dichiarati. Di conseguenza, ha contestato al socio la percezione di maggiori redditi, applicando la presunzione di distribuzione dei guadagni in nero. Il socio ha impugnato l'atto, ottenendo l'annullamento nei primi gradi di giudizio perché l'atto societario non era definitivo e la quota di partecipazione reale era inferiore a quella contestata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno stabilito che l'accertamento sul socio non richiede la definitività di quello sulla società. Inoltre, in caso di quota errata, il giudice tributario non deve annullare l'atto, ma rideterminare l'imposta sulla base della quota reale. L'accertamento utili extracontabili resta quindi valido nei limiti della reale partecipazione del socio.
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Accordo conciliativo nel contenzioso tributario: lite chiusa
Due società collegate impugnavano un avviso di accertamento relativo alla deducibilità di erogazioni liberali a un'associazione e alle quote di trattamento di fine mandato dell'amministratore. Durante il giudizio in Cassazione, le parti hanno depositato un accordo conciliativo nel contenzioso tributario ai sensi dell'articolo 48 del decreto legislativo 546/1992, accettato dall'Agenzia delle Entrate. La Suprema Corte ha preso atto dell'intesa e ha dichiarato l'estinzione del giudizio, disponendo la compensazione delle spese processuali. La decisione esclude inoltre il raddoppio del contributo unificato, trattandosi di una definizione consensuale della lite.
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Reddito di partecipazione: l’ex socio vince contro il fisco
L'Agenzia delle Entrate ha notificato un avviso di accertamento a un ex socio unico di una S.r.l., contestando un maggior reddito di partecipazione per l'anno 2016. Il contribuente aveva però ceduto le proprie quote ad aprile 2016, prima della chiusura dell'esercizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando l'annullamento dell'atto. I giudici hanno stabilito che, in caso di variazione della compagine sociale di una società a ristretta base, gli utili extracontabili vanno imputati esclusivamente a chi è socio al momento della chiusura dell'esercizio, e non al socio uscente. La maturazione del reddito non è infatti continua né frazionabile nel tempo.
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Risoluzione anticipata contratti di locazione: no a tasse a rate
Una società di ristorazione ha concordato la risoluzione anticipata contratti di locazione di due affitti d'azienda con una multinazionale, ricevendo un indennizzo di oltre 1,4 milioni di euro. La società ha dilazionato la tassazione di questa somma in cinque anni, considerandola una plusvalenza o una sopravvenienza attiva. L'Agenzia delle Entrate ha invece preteso l'intera tassazione nell'anno di incasso. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Fisco: l'indennizzo non deriva da una cessione di beni, quindi non è una plusvalenza rateizzabile, né una sopravvenienza. Trattandosi di ordinario reddito d'impresa, l'intera somma deve essere tassata unicamente nell'anno di competenza.
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Sopravvenienze attive: la Cassazione frena il Fisco sui costi fittizi
L'Azienda ha impugnato diversi avvisi di accertamento emessi dall'Amministrazione Finanziaria per imposte non versate e presunte vendite in nero. Tra le contestazioni del fisco vi era il recupero a tassazione di costi fittizi di anni precedenti, qualificati come sopravvenienze attive. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno stabilito che l'iscrizione errata o fittizia di un debito in bilancio non genera automaticamente sopravvenienze attive nell'anno in cui l'errore viene scoperto. La correzione deve invece essere imputata all'anno in cui il costo fittizio è stato originariamente registrato, rispettando il principio di competenza temporale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione precedente limitatamente a questa specifica contestazione, confermando invece le altre sanzioni per le vendite non fatturate.
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Sospensione feriale dei termini: quando il ritardo costa caro
Una lavoratrice ha intimato il pagamento di somme residue al Ministero dell'Istruzione basandosi su una sentenza favorevole. Il Ministero si è opposto, sostenendo di aver legittimamente trattenuto la quota fiscale come sostituto d'imposta. La Corte d'Appello ha accolto l'opposizione del Ministero. La lavoratrice ha quindi proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per tardività. Infatti, trattandosi di una causa di opposizione a precetto, non si applica la sospensione feriale dei termini processuali. Di conseguenza, il termine semestrale per impugnare era ampiamente decorso al momento della notifica del ricorso. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Valutazione delle rimanenze: il Fisco batte la società edile
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di costruzioni la corretta valutazione delle rimanenze per lavori ultrannuali e la deducibilità di alcune spese pubblicitarie prive di prove sull'effettiva promozione del marchio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle rimanenze per opere pluriennali deve seguire rigorosamente i criteri dell'articolo 93 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, basandosi sui corrispettivi pattuiti o liquidati per gli stati di avanzamento. Inoltre, la Corte ha ribadito che il contribuente non può sollevare contestazioni tardive in corso di causa né dedurre costi di pubblicità senza dimostrare la loro reale utilità e inerenza all'attività d'impresa. La sentenza d'appello è stata annullata con rinvio per una nuova decisione.
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Società a ristretta base: costi aziendali ma tasse ai soci
L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento nei confronti di una società a ristretta base e dei suoi soci, presumendo la distribuzione di utili extracontabili derivanti da costi indeducibili. Mentre una socia ha estinto la lite tramite definizione agevolata, gli altri due soci hanno proseguito il giudizio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che in una società a ristretta base l'indebita deduzione di costi, anche se realmente sostenuti ma fiscalmente indeducibili, determina un aumento del reddito imponibile societario. Di conseguenza, scatta la presunzione di distribuzione di tali maggiori utili ai soci, i quali hanno l'onere di fornire la prova contraria per evitare la tassazione Irpef. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Raddoppio dei termini: fisco sconfitto sull’IRAP per l’anno 2009
L'Azienda ha impugnato tre avvisi di accertamento per IRES, IRAP e IVA relativi agli anni 2009-2011, emessi per costi fittizi legati a operazioni oggettivamente inesistenti con società cartiere. La Corte di Cassazione ha rigettato i motivi relativi all'inesistenza delle operazioni, confermando che l'onere della prova spetta al contribuente. Tuttavia, i giudici hanno accolto parzialmente il ricorso stabilendo che il raddoppio dei termini per l'accertamento non si applica all'IRAP, poiché le violazioni di questa imposta non costituiscono reato penale. Di conseguenza, la sentenza d'appello è stata cassata limitatamente all'IRAP per l'anno 2009, con rinvio alla Corte di giustizia tributaria per un nuovo esame.
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Motivazione apparente: il Fisco vince contro la sentenza vuota
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro l'Amministratore di una società, riqualificando i rimborsi per spese di trasferta come compensi tassabili. I giudici di secondo grado hanno annullato l'atto richiamando semplicemente un'altra sentenza, senza spiegare le proprie ragioni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la decisione dei giudici d'appello è nulla a causa di una motivazione apparente. La Suprema Corte ha chiarito che i giudici devono sempre spiegare il percorso logico-giuridico alla base delle loro decisioni, senza limitarsi a rinvii generici o formule di stile. La causa dovrà quindi essere interamente riesaminata da un'altra sezione della Corte di Giustizia Tributaria.
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