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D.P.R. 917/1986 — Anno 2026

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616 provvedimenti

Altri anni per D.P.R. 917/1986

Efficacia del giudicato penale nel processo tributario: la svolta
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società estera l'esistenza di una stabile organizzazione in Italia, richiedendo il pagamento di imposte non versate. I giudici di merito hanno escluso la pretesa fiscale, ritenendo l'ufficio italiano privo di autonomia. Nel frattempo, il rappresentante legale della società è stato assolto in sede penale perché il fatto non sussiste. La Corte di Cassazione, rilevando la necessità di chiarire l'efficacia del giudicato penale nel processo tributario alla luce delle recenti pronunce della Corte Costituzionale e in attesa delle Sezioni Unite, ha disposto il rinvio della causa a nuovo ruolo.
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Stabile organizzazione: scontro tra fisco e assoluzione penale
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società estera l'esistenza di una stabile organizzazione in Italia, richiedendo il pagamento di imposte non dichiarate. La Corte di Giustizia Tributaria Regionale ha dato ragione alla società, escludendo la stabile organizzazione a causa della natura ausiliaria dell'ufficio italiano e dell'assoluzione penale del legale rappresentante. L'Agenzia ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, rilevando la necessità di chiarire l'efficacia della sentenza penale di assoluzione nel processo tributario alla luce della recente giurisprudenza costituzionale, ha deciso di rinviare la causa a nuovo ruolo, in attesa della pronuncia delle Sezioni Unite.
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Deduzione forfettaria dei costi: coeredi battono il Fisco
I Coeredi di un imprenditore agricolo defunto hanno impugnato gli avvisi di accertamento emessi dall'Agenzia delle Entrate, che contestava omessi redditi milionari emersi da indagini bancarie su un libretto di risparmio. Dopo alterne decisioni nei gradi di merito, la Cassazione ha accolto il ricorso dei contribuenti. La Suprema Corte ha stabilito che, in caso di accertamento analitico-induttivo basato su indagini finanziarie, spetta al contribuente la deduzione forfettaria dei costi presuntivamente sostenuti per produrre i maggiori ricavi accertati. Questo principio, allineato alla giurisprudenza costituzionale, evita un'irragionevole disparità di trattamento rispetto a chi omette del tutto la contabilità. La sentenza è stata cassata con rinvio per ricalcolare le imposte dovute.
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Ricorso per cassazione tardivo: il Fisco perde per un ritardo
L'Agenzia delle entrate ha impugnato la decisione della Commissione tributaria regionale che riconosceva la deducibilità di alcuni costi d'impresa (carburante, pneumatici, telefoni e un forno a microonde per i dipendenti) a favore di una società di costruzioni. Tuttavia, il primo tentativo di notifica postale del ricorso non è andato a buon fine. L'Agenzia ha riattivato la notifica tramite PEC solo dopo la scadenza del termine semestrale, superando anche il termine di tolleranza stabilito dalla giurisprudenza (pari alla metà del termine breve per impugnare). Per questo motivo, la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso per cassazione tardivo e quindi inammissibile, confermando la vittoria della società contribuente che non dovrà pagare le imposte contestate.
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Onere della prova nota di credito: la Cassazione dà ragione al Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'omessa contabilizzazione di sei note di credito nel 2003, registrate solo nel 2004, e la mancata specificazione dei criteri di valutazione delle rimanenze finali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che spetta al contribuente l'onere della prova nota di credito, ossia dimostrare la data esatta di ricezione del documento per giustificare il ritardo nella registrazione. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che l'inventario deve contenere indicazioni dettagliate sulla consistenza dei beni e che i costi dedotti devono rispettare il principio di inerenza. La sentenza della CTR è stata cassata con rinvio.
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Ammortamento dell’usufrutto: il fisco perde contro il costo storico
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una società per rideterminare il valore dell'usufrutto di un immobile e ridurre le relative quote di ammortamento deducibili ai fini IRES e IRAP. L'ufficio finanziario ha utilizzato i criteri dell'imposta di registro anziché il corrispettivo effettivo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, stabilendo che per l'ammortamento dell'usufrutto rileva il costo storico del bene e la differenza tra costo di acquisto e prezzo di cessione della nuda proprietà. Inoltre, la Corte ha applicato il principio del giudicato esterno, poiché i giudici avevano già annullato gli accertamenti per gli anni precedenti basati sullo stesso presupposto. L'avviso di accertamento è stato definitivamente annullato.
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Sanzioni tributarie: il bivio tra autonomia e rimborso
Una società cooperativa ha chiesto il rimborso di somme versate per sanzioni tributarie collegate a accertamenti fiscali successivamente annullati dal giudice. L'Agenzia delle Entrate si è opposta, sostenendo che l'atto di contestazione delle sanzioni, non essendo stato impugnato nei termini, fosse ormai definitivo. La Commissione Tributaria Regionale ha accolto parzialmente la richiesta di rimborso della società. La Corte di Cassazione, rilevando la complessità della questione riguardante l'effetto dell'annullamento dell'atto impositivo sulle sanzioni tributarie non autonomamente impugnate, ha deciso di non decidere immediatamente. Con ordinanza interlocutoria, i giudici hanno rinviato la causa alla pubblica udienza per un approfondimento sul rapporto di autonomia tra i due procedimenti.
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Litisconsorzio necessario: società salva per un vizio di forma
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di persone l'applicazione del regime del margine IVA sull'acquisto di alcune autovetture, emettendo un avviso di accertamento per IVA e IRAP. La società ha impugnato l'atto da sola, senza il coinvolgimento dei singoli soci. La Corte di Cassazione ha rilevato d'ufficio la mancata integrità del contraddittorio. Trattandosi di una società di persone, l'accertamento unitario delle imposte comporta un'automatica imputazione dei redditi ai soci. Di conseguenza, si configura un caso di litisconsorzio necessario originario. La Suprema Corte ha quindi dichiarato la nullità dell'intero giudizio per non aver coinvolto tutti i soci, cassando la sentenza impugnata e rinviando la causa al giudice di primo grado per integrare il contraddittorio e rifare il processo.
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Fisco battuto: stop a indagini bancarie senza autorizzazione
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un accertamento fiscale basato su indagini bancarie senza autorizzazione preventiva nei confronti di alcuni professionisti. L'Agenzia delle Entrate aveva recuperato a tassazione somme derivanti da conti correnti senza dimostrare la presenza del necessario provvedimento autorizzativo del direttore regionale. La Suprema Corte, applicando i principi della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, ha stabilito che l'assenza o l'inidoneità di tale autorizzazione rende inutilizzabili i dati bancari acquisiti. Di conseguenza, l'atto impositivo è nullo per la parte che si fonda su tali prove illegittime. La Corte ha quindi annullato le sentenze d'appello sfavorevoli ai contribuenti, rinviando la causa ai giudici di merito per verificare l'effettiva presenza e validità delle autorizzazioni e ricalcolare le imposte dovute.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: la fattura vera non basta
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro il Contribuente, contestando l'uso di fatture false per sponsorizzazioni sportive. Le fatture provenivano da società cartiere prive di reale struttura organizzativa, configurando operazioni oggettivamente inesistenti. Il Contribuente ha impugnato l'atto, invocando una precedente sentenza favorevole per un'altra annualità d'imposta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che ogni anno fiscale è autonomo e che un precedente giudicato non si estende automaticamente se basato su prove specifiche di un singolo anno. Inoltre, il Contribuente non ha rispettato l'obbligo di riprodurre integralmente la vecchia sentenza nel ricorso. Di conseguenza, i costi contestati restano indeducibili e l'IVA indetraibile, confermando la vittoria del fisco.
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Sale and lease back: tra finanziamento lecito e abuso fiscale
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una società un'operazione di sale and lease back immobiliare. Secondo il Fisco, la società ha venduto alcuni immobili a un prezzo artificialmente gonfiato rispetto al valore di mercato per ottenere un finanziamento extra e dedurre canoni di leasing più alti. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell'accertamento basato su presunzioni per questa operazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso della società su un altro punto fondamentale: i giudici d'appello, dopo aver rilevato la mancanza di motivazione della sentenza di primo grado su altre contestazioni relative a interessi passivi e indennizzi, si erano rifiutati di decidere nel merito. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio alla Corte di Giustizia Tributaria per un nuovo esame di queste ultime voci.
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Litisconsorzio necessario: fisco battuto per processi separati
L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento per IVA e IRAP contro una società di persone e per IRPEF contro i suoi soci, contestando costi indeducibili per operazioni ritenute inesistenti. I giudizi si sono svolti separatamente davanti a diversi giudici. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei contribuenti, rilevando la violazione del principio del litisconsorzio necessario. Trattandosi di società di persone, l'accertamento del reddito sociale e di quello dei soci deve avvenire in un unico processo unitario (simultaneus processus). Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato la nullità dell'intero giudizio di merito e ha cassato la sentenza, rinviando la causa al giudice di primo grado affinché riunisca tutti i giudizi e integri il contraddittorio con tutti i soggetti interessati.
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Accertamento bancario: i regali dei parenti non sono tasse
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato un avviso di accertamento a un cittadino disoccupato, contestando la presenza di frequenti bonifici sul suo conto corrente. L'ufficio riteneva tali somme imponibili come redditi diversi. Il contribuente si è difeso dimostrando che i versamenti provenivano dalla cognata residente all'estero ed erano destinati al pagamento di imposte e a donazioni di modico valore da parte del fratello. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del fisco, confermando che in sede di accertamento bancario il contribuente può superare la presunzione di imponibilità delle somme anche attraverso presunzioni semplici, come il forte legame di parentela e la modesta entità dei bonifici, senza necessità di una prova scritta formale per ogni singola operazione.
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Società a ristretta base partecipativa: schermi societari ko
L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento contro tre familiari, soci finali di una catena societaria, imputando loro i ricavi in nero di una srl controllata indirettamente. I giudici d'appello avevano annullato gli atti ritenendo inapplicabile la presunzione di distribuzione degli utili a causa della presenza di società intermedie. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno stabilito che, in una società a ristretta base partecipativa, la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili opera anche attraverso più gradi societari, se la compagine finale è ristretta e familiare. Di conseguenza, il Fisco può richiedere le tasse direttamente ai soci persone fisiche senza dover prima emettere accertamenti contro le società intermedie. Spetta ai soci dimostrare l'effettiva destinazione alternativa di tali somme per evitare la tassazione.
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Presunzione di distribuzione utili: il fisco vince sui costi fittizi
L'Amministrazione Finanziaria ha accertato in capo a una società a ristretta base partecipativa un maggior reddito derivante dall'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. Di conseguenza, ha imputato al socio la quota proporzionale di questi guadagni non dichiarati, applicando la presunzione di distribuzione utili. Il giudice d'appello aveva annullato l'atto, ritenendo che il recupero di costi fittizi non generasse un'effettiva liquidità da distribuire. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del fisco. I giudici hanno chiarito che la presunzione di distribuzione utili opera anche quando il maggior reddito societario deriva dal disconoscimento di costi fittizi. Per vincere tale presunzione, il socio non può limitarsi a negare l'incasso, ma deve fornire la prova positiva che le somme siano state accantonate o reinvestite nella società.
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Presunzione di distribuzione degli utili extracontabili: soci ko
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell'accertamento fiscale nei confronti di due socie di una società di famiglia. L'Amministrazione Finanziaria ha contestato loro la percezione di redditi non dichiarati, derivanti da utili in nero prodotti da una seconda società operativa, partecipata da quella di famiglia. La decisione ribadisce che la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili si applica automaticamente nelle società a ristretta base societaria. Questo meccanismo opera anche se le socie non svolgono ruoli di gestione e persino saltando la società intermedia nella catena di controllo. Per vincere la presunzione, le contribuenti avrebbero dovuto dimostrare la reale e diversa destinazione dei fondi, e non semplicemente di non averli ricevuti. Il ricorso delle socie è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese.
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Ristretta base societaria: socia passiva perde contro il fisco
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una contribuente, socia indiretta di una società di capitali, presumendo la percezione di utili extracontabili non dichiarati. La contribuente ha impugnato l'atto sostenendo la propria totale estraneità alla gestione e contestando l'applicazione di una doppia presunzione a catena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che nelle società a ristretta base societaria opera la presunzione di distribuzione degli utili in nero ai soci. Tale principio si applica anche in presenza di una catena partecipativa tra società collegate, senza necessità di un previo accertamento formale sulla società intermedia. Per vincere la presunzione, il socio deve fornire la prova positiva della diversa destinazione data a tali somme e non la semplice estraneità alla gestione.
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Utili extracontabili: risponde anche il socio non amministratore
L'Agenzia delle Entrate ha accertato la presenza di utili in nero in capo a una società a ristretta base partecipativa, presumendone la distribuzione pro quota ai soci. Il Socio, titolare del 50% delle quote ma privo di ruoli amministrativi, ha impugnato l'atto sostenendo la propria estraneità alla gestione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della presunzione di distribuzione degli utili extracontabili. I giudici hanno chiarito che, nelle società con pochi soci, il forte legame di fiducia reciproca giustifica la presunzione di ripartizione dei guadagni occulti tra tutti i partecipanti. Per superare tale presunzione, il socio non può limitarsi a negare l'incasso, ma deve fornire la prova positiva che i fondi siano stati reinvestiti o accantonati dalla società, oppure dimostrare una rottura insanabile dei rapporti sociali. Il contribuente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e a sanzioni per lite temeraria.
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Rinuncia al ricorso: il Fisco non accetta ma evita le spese
Il Contribuente ha impugnato un avviso di accertamento emesso dall'Amministrazione Finanziaria per presunte incongruenze su alcune fatture d'acquisto. Dopo alterne vicende nei gradi di merito, il Contribuente ha proposto ricorso in Cassazione. Prima dell'udienza, il Contribuente ha depositato un formale atto di rinuncia al ricorso, regolarmente sottoscritto e notificato. L'Amministrazione Finanziaria non ha formalmente accettato la rinuncia ma ne è stata informata. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio. Le spese di lite sono state compensate poiché l'ente impositore è rimasto inattivo senza presentare controricorso. Infine, la Corte ha escluso il pagamento del doppio contributo unificato, non applicabile in caso di estinzione.
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Evasione contributiva: rimborsi fittizi e DURC inutile
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di due società contro l'addebito dell'INPS per contributi non versati. L'ispezione aveva rivelato rimborsi chilometrici fittizi e il mancato rispetto dei contratti collettivi. La Corte ha chiarito che spetta al datore di lavoro dimostrare la veridicità delle trasferte per ottenere l'esenzione dalle tasse. Inoltre, il possesso del DURC non impedisce all'INPS di recuperare le agevolazioni se emergono irregolarità. Infine, la falsa o omessa dichiarazione dei dati all'ente previdenziale configura una vera e propria evasione contributiva, soggetta a sanzioni più severe, poiché si presume l'intento di nascondere i dati. Le società sono state condannate a pagare le spese di giudizio.
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