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D.P.R. 633/1972 — Anno 2023

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1103 provvedimenti

Altri anni per D.P.R. 633/1972

Operazioni oggettivamente inesistenti: conti in regola ma ko
L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento contro un'azienda, contestando l'uso di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti emesse da una società cartiera priva di reale struttura organizzativa. L'azienda ha impugnato gli atti, sostenendo la regolarità dei pagamenti e delle scritture contabili. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando la legittimità degli accertamenti. I giudici hanno chiarito che, una volta forniti gli indizi di fittizietà dall'ufficio finanziario, spetta al contribuente dimostrare l'effettivo svolgimento delle transazioni. La semplice esibizione di fatture e pagamenti tracciabili non basta a superare la presunzione di falsità, poiché tali elementi sono spesso utilizzati proprio per mascherare la frode. Inoltre, è stato confermato il raddoppio dei termini per l'accertamento in presenza di violazioni penali tributarie.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: conti in regola ma ko
L'Amministrazione finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro un'azienda per il recupero dell'IVA su fatture relative a operazioni soggettivamente inesistenti. Le fatture provenivano da una società priva di dipendenti, magazzini e reale struttura commerciale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando la decisione dei giudici di appello. I giudici hanno stabilito che l'ufficio tributario ha dimostrato la natura di "società cartiera" del fornitore e che l'acquirente, usando la normale diligenza professionale, avrebbe dovuto accorgersi della frode. L'azienda non ha fornito la prova contraria della propria buona fede, poiché la semplice regolarità dei pagamenti tracciati e della contabilità non basta a scagionarla dal coinvolgimento nell'evasione fiscale. L'azienda perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali.
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Frode carosello: la Cassazione corregge l’errore dei giudici
L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento contro una società per il recupero dell'IVA su fatture per operazioni soggettivamente inesistenti. L'ufficio contestava la partecipazione a una complessa frode carosello con l'uso di società cartiere fittizie. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato l'atto, ritenendo non provata la vendita sottocosto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, rilevando che i giudici d'appello sono incorsi in extrapetizione. La CTR ha infatti basato la decisione su una norma errata (la vendita sottocosto), ignorando la reale contestazione di frode carosello. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Raddoppio dei termini di accertamento: sì per IVA, no per IRAP
L'Azienda ha impugnato un avviso di accertamento per IVA e IRAP basato su fatture per operazioni soggettivamente inesistenti. L'atto era stato notificato oltre i tempi ordinari, sfruttando il raddoppio dei termini di accertamento per la pendenza di un'indagine penale. La Corte di Cassazione ha stabilito che il raddoppio dei termini di accertamento non si applica all'IRAP, poiché le violazioni di questa imposta non costituiscono reato. Di conseguenza, la richiesta del Fisco sull'IRAP è nulla perché tardiva. Al contrario, l'accertamento sull'IVA è valido: in caso di operazioni inesistenti con il meccanismo dell'inversione contabile (reverse charge), l'acquirente non può detrarre l'imposta se manca la buona fede. La causa viene rinviata per ricalcolare le sanzioni.
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Raddoppio dei termini di accertamento: il Fisco vince sui soci
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso avvisi di accertamento nei confronti di una società a ristretta base familiare per recuperare imposte non versate. La contestazione si basava su indagini bancarie estese ai conti personali dei soci e su elementi che facevano ipotizzare un reato penale. La Corte di Cassazione ha stabilito che il raddoppio dei termini di accertamento scatta automaticamente quando emergono indizi di reato che obbligano alla denuncia penale. Non rileva se l'accertamento finale si fondi poi su elementi non penali o se il procedimento penale si archivi. Inoltre, la Corte ha confermato la legittimità dei controlli sui conti dei soci, poiché esiste una presunzione di sovrapposizione tra gli interessi della società e quelli dei singoli membri della famiglia. Di conseguenza, l'Amministrazione Finanziaria ha vinto la causa e i giudici d'appello dovranno riesaminare il caso.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: conti ok ma IVA persa
L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento contro una società in liquidazione, contestando l'indebita detrazione IVA per operazioni soggettivamente inesistenti effettuate tramite quattro fornitori fittizi (società cartiere). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società contribuente, confermando la legittimità del recupero d'imposta. I giudici hanno ribadito che l'Amministrazione finanziaria ha l'onere di provare la fittizietà dei fornitori e la consapevolezza del destinatario della frode, anche tramite indizi precisi. Una volta fornita questa prova, spetta al contribuente dimostrare di aver agito con la massima diligenza professionale per evitare il coinvolgimento nell'evasione. Nel caso specifico, la totale assenza di dipendenti e strutture dei fornitori costituiva un campanello d'allarme che la società non poteva ignorare, rendendo irrilevante la regolare contabilità dei pagamenti.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: l’assoluzione non basta
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società in fallimento la deduzione di costi legati a operazioni oggettivamente inesistenti. Il giudice d'appello aveva annullato l'accertamento valorizzando l'assoluzione penale dell'amministratore e la regolarità dei pagamenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la sentenza penale non ha efficacia automatica nel processo tributario. Inoltre, per contrastare la contestazione di operazioni oggettivamente inesistenti, non basta esibire fatture o tracciabilità dei pagamenti, poiché tali elementi sono spesso usati per simulare la realtà. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Imponibilità IVA prestazioni veterinarie: l’ente pubblico paga
Un veterinario libero professionista ha svolto attività di profilassi per un'Azienda Sanitaria in regime di convenzione. Inizialmente le fatture sono state emesse senza imposta. Successivamente, l'Agenzia delle Entrate ha accertato l'obbligo di versamento. Il professionista ha quindi richiesto il rimborso della tassa all'ente pubblico tramite rivalsa. L'Azienda Sanitaria si è opposta, sostenendo l'esenzione dell'attività. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente pubblico, stabilendo che l'esenzione si applica solo alle prestazioni mediche rivolte alla persona. Di conseguenza, è stata confermata l'imponibilità IVA prestazioni veterinarie svolte da professionisti esterni, anche se convenzionati, in quanto soggetti passivi d'imposta che agiscono in regime privatistico.
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Rimborso IVA per buoni sconto: il Fisco perde in Cassazione
Una nota azienda di cosmetici ha richiesto il rimborso IVA per buoni sconto e rimborsi concessi ai consumatori finali durante campagne promozionali. L'Amministrazione Finanziaria ha negato il rimborso, sostenendo che la società non avesse emesso le note di variazione entro i termini di legge. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, stabilendo che l'emissione delle note di variazione non è obbligatoria. Il contribuente può liberamente scegliere di esercitare l'azione generale di rimborso entro il termine di due anni, qualora la normativa interna precluda l'emissione delle note. Di conseguenza, la società ha diritto al rimborso dell'imposta versata in eccedenza, poiché lo sconto è direttamente ricollegabile all'operazione commerciale originaria.
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Sanzione per rimborso IVA non dovuto: condanna sì, ma ridotta
L'Amministrazione Finanziaria ha applicato a una contribuente la sanzione per rimborso IVA non dovuto per aver richiesto un rimborso accelerato basato su fatture relative a un immobile non di sua proprietà. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato la sanzione ritenendo che l'ufficio dovesse effettuare i controlli prima del pagamento. La Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la sanzione scatta con la mera richiesta illegittima, trattandosi di una violazione di pericolo che non richiede dolo o danno erariale. Tuttavia, a causa di una riforma legislativa successiva, la Corte ha rinviato il caso al giudice di merito per ricalcolare la sanzione applicando il principio del favor rei.
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Onere della prova nel processo tributario: fisco contro prove
Un contribuente, titolare di una ditta di commercio auto, riceveva cinque avvisi di accertamento dall'Amministrazione Finanziaria per costi non documentati e fatture soggettivamente false. Il giudice di secondo grado accoglieva il ricorso del contribuente basandosi solo sulla regolarità formale delle scritture e su un'assoluzione penale non definitiva. L'Agenzia delle Entrate proponeva ricorso in Cassazione. Poiché il contribuente risiede in Germania, la Suprema Corte, con ordinanza interlocutoria, ha disposto il rinvio della causa a nuovo ruolo, assegnando all'ufficio sessanta giorni per depositare l'avviso di ricevimento della notifica internazionale. La decisione evidenzia l'importanza del rispetto delle regole procedurali di notifica e richiama implicitamente il principio sull'onere della prova nel processo tributario.
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Accertamento analitico-induttivo: Fisco batte quaderni in nero
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione che annullava l'accertamento fiscale contro una società ittica. I verificatori avevano riscontrato una contabilità in nero e recuperato a tassazione ricavi non dichiarati e costi del carburante ritenuti indeducibili perché la società non possedeva veicoli. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la contabilità parallela legittima l'accertamento analitico-induttivo e che spetta al contribuente dimostrare l'inerenza dei costi dedotti. Inoltre, ha confermato la validità della motivazione dell'atto che richiama il verbale della Guardia di Finanza. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Dichiarazione di intenti: sanzione ridotta da 390mila a 2mila euro
Un'azienda agricola ha ricevuto una sanzione di oltre 390.000 euro per non aver trasmesso telematicamente la dichiarazione di intenti dei propri clienti esportatori abituali, emettendo fatture senza IVA. La Corte di Cassazione ha stabilito che, sebbene l'infrazione non sia una violazione puramente formale, si deve applicare il principio del favor rei. Di conseguenza, le modifiche legislative successive, che hanno ridotto la sanzione per questa specifica omissione a una forbice fissa tra 250 e 2.000 euro, devono essere applicate retroattivamente. La Suprema Corte ha quindi accolto il ricorso del contribuente, annullando la decisione precedente e rinviando il caso alla Corte di Giustizia Tributaria per ricalcolare la sanzione in base alla normativa piu favorevole.
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Dichiarazione di intenti: sanzione fissa anziché proporzionale
Un'azienda agricola ha omesso di trasmettere telematicamente all'Agenzia delle Entrate la dichiarazione di intenti ricevuta dai propri clienti esportatori, emettendo fatture senza IVA. L'ufficio ha applicato una sanzione proporzionale pari al 100% dell'imposta. La Corte di Cassazione ha stabilito che, sebbene non si tratti di una violazione meramente formale, l'azienda ha diritto all'applicazione retroattiva della sanzione fissa più favorevole introdotta dalle riforme successive, in forza del principio del favor rei. La sentenza d'appello è stata quindi annullata con rinvio per ricalcolare la sanzione.
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Responsabilità solidale del cessionario: sconti alti e rischi IVA
L'Amministrazione Finanziaria ha richiesto a un'azienda acquirente di auto il pagamento dell'IVA non versata dal venditore. L'accertamento si fondava sul fatto che l'acquisto era avvenuto a un prezzo inferiore al valore normale di mercato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'acquirente, confermando la sua responsabilità solidale del cessionario. I giudici hanno chiarito che, per superare la presunzione di legge, l'acquirente deve fornire prove documentali specifiche e oggettive che giustifichino il prezzo inferiore in base alla propria attività economica, non bastando riferimenti generici a listini o offerte di terzi.
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Inerenza dei costi aziendali: il Fisco vince contro la società
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società immobiliare, confermando la legittimità dell'accertamento fiscale emesso dall'Agenzia delle Entrate. Il Fisco aveva contestato l'inerenza dei costi aziendali relativi alla retribuzione di un portiere, qualificato erroneamente come custode del cantiere, e l'indetraibilità dell'Iva su acquisti non inerenti all'attività d'impresa. I giudici hanno chiarito che l'antieconomicità di un comportamento imprenditoriale legittima il Fisco a richiedere spiegazioni e a procedere con un accertamento induttivo se il contribuente non fornisce prove contrarie. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il recupero delle imposte e l'applicazione delle sanzioni originarie, condannando la società al pagamento delle spese di giudizio.
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Rimborso IVA: il Fisco può contestare il credito anche in appello
Una società agricola, poi estinta, richiedeva il rimborso IVA compilando il quadro RX della dichiarazione dei redditi. I soci sollecitavano successivamente il pagamento, ma l'Agenzia delle Entrate negava il rimborso eccependo la decadenza biennale e, in appello, contestando la prova del credito. La Corte di Cassazione ha chiarito che la richiesta in dichiarazione avvia la prescrizione decennale ordinaria. Tuttavia, ha accolto il ricorso del Fisco stabilendo che, nei giudizi di rimborso, il contribuente ha l'onere di provare l'esistenza del credito. Di conseguenza, la contestazione dell'ufficio costituisce una mera difesa, proponibile anche in appello. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Rimborso IVA: credito dichiarato ma negato senza prove in aula
Un'azienda in liquidazione ha richiesto un rimborso IVA di centomila euro indicandolo nella dichiarazione dei redditi, ma ha dimenticato di presentare il modello VR. Di fronte al silenzio-rifiuto dell'Amministrazione finanziaria, la società ha avviato un contenzioso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, stabilendo che, in caso di richiesta di rimborso IVA, spetta sempre al contribuente l'onere di provare in giudizio i fatti costitutivi del credito. L'Amministrazione finanziaria può contestare l'esistenza del credito anche se sono scaduti i termini per l'accertamento fiscale. L'omessa presentazione dei documenti probatori da parte del contribuente comporta la perdita del diritto al rimborso.
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Prescrizione del credito IVA: quando il processo non salva il rimborso
Un commerciante ha richiesto il rimborso di crediti IVA relativi agli anni 1991 e 1992. L'Amministrazione Finanziaria ha negato il pagamento eccependo la prescrizione decennale. Per l'anno 1991 era sorto un contenzioso parziale su una parte del credito rettificata dall'ufficio. Il contribuente sosteneva che tale giudizio avesse sospeso la prescrizione per l'intero credito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'impugnazione di un avviso di rettifica interrompe e sospende la prescrizione del credito IVA solo per la quota contestata e non per quella rimasta incontestata. Di conseguenza, la parte di credito non contestata e il credito del 1992 sono stati dichiarati prescritti per mancata notifica di atti interruttivi entro i dieci anni.
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Rimborso IVA: ex soci salvi dal fisco ma il credito va provato
Due ex soci di una società di capitali cancellata chiedevano il Rimborso IVA per un credito esposto nella dichiarazione annuale presentata dal liquidatore dopo la cancellazione. L'Agenzia delle Entrate rifiutava il rimborso ritenendolo tardivo. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'esposizione del credito nella dichiarazione del liquidatore costituisce una valida istanza che evita la decadenza biennale, applicando la prescrizione decennale. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del Fisco limitatamente alla mancata valutazione, da parte dei giudici di appello, dell'effettiva esistenza e prova del credito nel merito. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.
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