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d.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater — Sezione Lavoro Civile

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Licenziamento per riorganizzazione: quando è valido?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento per riorganizzazione aziendale, basato su una nuova strategia commerciale che ha reso superflua la posizione di un dipendente. La Corte ha chiarito che la motivazione del recesso può essere complessa, includendo sia il cambio strategico (passaggio a vendite monomarca ed e-commerce) sia le difficoltà economiche dell'impresa. È stato ritenuto che l'azienda abbia correttamente dimostrato il nesso causale tra la riorganizzazione e la soppressione del posto di lavoro, nonché l'impossibilità di ricollocare il lavoratore (repêchage).
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Obbligo assunzionale: la garanzia dei giorni lavorativi
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 34290/2024, ha stabilito che l'obbligo assunzionale derivante da un contratto collettivo regionale impone al datore di lavoro pubblico non solo di garantire un numero minimo di giornate lavorative, ma anche di attivarsi per reperire la necessaria copertura finanziaria. La semplice allegazione della mancanza di fondi non è sufficiente a esonerare l'ente dalla propria responsabilità contrattuale.
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Conguaglio contributi CIGS: quando si evita la decadenza
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 34274/2024, chiarisce i termini per il conguaglio dei contributi CIGS. La Corte ha stabilito che, per evitare la decadenza, non è sufficiente la richiesta di autorizzazione all'INPS, ma è necessario l'effettivo pagamento della differenza contributiva. Tale pagamento deve avvenire entro il giorno 16 del mese successivo alla fine del periodo di paga in cui scade il termine semestrale. Nel caso specifico, pur correggendo la motivazione della Corte d'Appello, la Cassazione ha ritenuto il pagamento dell'azienda tempestivo, rigettando il ricorso dell'INPS.
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Pro rata pensionistico: Cassazione conferma i principi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un ente previdenziale contro la sentenza che riconosceva a un professionista il diritto alla riliquidazione della pensione. Il caso verteva sull'applicazione del principio del pro rata pensionistico a una pensione di vecchiaia anticipata con decorrenza 2005. La Corte ha confermato che le modifiche peggiorative introdotte dall'ente non possono applicarsi retroattivamente e che il diritto alla riliquidazione si prescrive in dieci anni, non in cinque.
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Contributo di solidarietà: illegittimo se non per legge
Un ente previdenziale di categoria ha impugnato una sentenza che dichiarava illegittimo il "contributo di solidarietà" applicato sulla pensione di un iscritto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che tale prelievo, avendo natura di prestazione patrimoniale imposta, può essere introdotto solo da una legge dello Stato e non da un regolamento interno dell'ente. La Corte ha inoltre ribadito che il diritto al rimborso si prescrive in dieci anni.
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Prescrizione contributi: 10 anni per la restituzione
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'azione per ottenere la restituzione dei contributi di solidarietà illegittimamente trattenuti da una cassa previdenziale è soggetta alla prescrizione ordinaria di dieci anni, e non a quella breve di cinque. La decisione si basa sul fatto che il credito del pensionato, essendo contestato nella sua legittimità, non possiede i requisiti di liquidità ed esigibilità necessari per l'applicazione del termine breve. L'ordinanza chiarisce che non si tratta di una semplice riliquidazione della pensione, ma del recupero di somme indebitamente prelevate, confermando così la tutela estesa per i pensionati in tema di prescrizione contributi.
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Diritto di precedenza: accordi successivi lo annullano
Un professore d'orchestra, forte di un accordo del 2002 che gli garantiva un diritto di precedenza, ha citato in giudizio una fondazione orchestrale per non averlo rispettato. I tribunali, fino alla Corte di Cassazione, hanno respinto la sua richiesta. La decisione si fonda sul fatto che accordi sindacali successivi, in particolare uno del 2006, avevano completamente sostituito il precedente, introducendo una nuova logica di reclutamento basata su un 'Nucleo Stabile' e valorizzando il lavoro subordinato. Poiché il musicista non faceva parte di tale nucleo, il suo presunto diritto di precedenza era venuto meno. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando che i nuovi accordi rappresentavano una legittima 'evoluzione contrattuale'.
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Indennità di mobilità: domanda entro il termine
La Corte di Cassazione ha confermato che il diritto all'indennità di mobilità è subordinato alla presentazione di una specifica domanda all'ente previdenziale entro un termine di decadenza. Questo termine non viene sospeso o interrotto da eventuali cause in corso per l'impugnazione del licenziamento o per l'iscrizione nelle liste di mobilità. La mera iscrizione in tali liste è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per ottenere la prestazione economica. Di conseguenza, il ricorso di una lavoratrice che aveva presentato la domanda oltre il termine, attendendo l'esito di un altro giudizio, è stato respinto.
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Assunzione obbligatoria: l’obbligo scatta subito
Un ente pubblico, dopo aver avviato l'iter per l'assunzione obbligatoria di una centralinista non vedente, si rifiutava di finalizzare il contratto adducendo una successiva normativa di 'spending review'. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'ente, stabilendo che l'obbligo di assumere era già sorto e si era concretizzato nel momento in cui l'ente aveva richiesto i documenti alla lavoratrice, rendendo irrilevanti le sopravvenienze normative. L'ente è stato condannato al risarcimento del danno.
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Indennità di mobilità: la domanda entro 60 giorni
Un lavoratore, dopo aver ottenuto in via giudiziale il diritto all'iscrizione nelle liste di mobilità, si è visto negare l'indennità di mobilità per aver presentato la domanda oltre il termine di decadenza. La Cassazione ha confermato che la domanda va presentata entro il termine perentorio di 60 giorni, anche se i presupposti del diritto sono accertati solo in un momento successivo.
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Indennità di mobilità: la domanda è obbligatoria
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 33705/2024, ha ribadito un principio fondamentale in materia di indennità di mobilità: la semplice iscrizione nelle apposite liste non è sufficiente per ottenere il beneficio economico. È indispensabile presentare una specifica domanda all'ente previdenziale entro il termine di decadenza di 60 giorni. La Corte ha chiarito che tale termine non viene sospeso o interrotto neppure in pendenza di un contenzioso giudiziario volto a far riconoscere il diritto all'iscrizione stessa.
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Responsabilità funzionario pubblico: chi paga?
La Corte di Cassazione ha stabilito che la responsabilità per una prestazione lavorativa resa a un ente locale senza un formale impegno di spesa ricade direttamente sul funzionario pubblico che l'ha autorizzata, non sull'ente. Due collaboratori, dopo aver continuato a lavorare per un Comune oltre la scadenza del loro contratto, si sono visti negare l'azione per ingiustificato arricchimento contro l'ente. La Corte ha chiarito che, in questi casi, l'obbligazione sorge esclusivamente nei confronti del funzionario, escludendo la responsabilità del Comune.
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Assegno ad personam: spetta nel pubblico impiego?
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 33349/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso di una dipendente pubblica che chiedeva il riconoscimento di un assegno ad personam per mantenere il suo precedente e più elevato stipendio dopo essere passata a un'altra amministrazione. La Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo che le dimissioni volontarie dalla precedente posizione per accettare un nuovo impiego, vinto tramite concorso, interrompono la continuità del rapporto di lavoro, escludendo così il diritto a conservare il trattamento economico più favorevole.
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Licenziamento disciplinare CCNL: la Cassazione decide
Un lavoratore, addetto alla pulizia autostradale, veniva licenziato per aver utilizzato il veicolo aziendale per trasportare un animale a casa propria. La Corte di Cassazione, riformando la decisione d'appello, ha stabilito che il licenziamento disciplinare è illegittimo se il CCNL di riferimento prevede una sanzione conservativa per la condotta contestata. In tal caso, al lavoratore spetta la tutela reintegratoria e non solo un'indennità risarcitoria. La Corte ha chiarito che la valutazione di proporzionalità fatta dalle parti sociali nel contratto collettivo prevale sulla discrezionalità del datore di lavoro e del giudice.
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Onere prova trasferimento d’azienda: il ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un lavoratore che impugnava il proprio licenziamento collettivo, sostenendo un presunto trasferimento d'azienda non dimostrato. La Suprema Corte ha ribadito che l'onere della prova del trasferimento d'azienda grava sul lavoratore che lo invoca per far valere i propri diritti nei confronti della presunta società cessionaria. La mancanza di prove concrete ha reso il ricorso infondato.
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Licenziamento per motivo oggettivo: serve un fatto certo
Una società ha licenziato un dipendente basandosi su una previsione di calo del fatturato per l'anno successivo. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso, ribadendo che il licenziamento per motivo oggettivo deve fondarsi su circostanze reali ed esistenti al momento della comunicazione del recesso, non su eventi futuri e incerti come una proiezione economica. Il ricorso dell'azienda è stato quindi respinto.
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Inammissibilità del ricorso: no al riesame dei fatti
Un lavoratore ha fatto ricorso in Cassazione contro una decisione della Corte d'Appello che gli negava un beneficio previdenziale per esposizione all'amianto. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso, stabilendo che le critiche del lavoratore non denunciavano veri errori di diritto, ma miravano a ottenere una nuova valutazione delle prove e della perizia tecnica (CTU), attività preclusa nel giudizio di legittimità.
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Azienda speciale: sì alla conversione del contratto
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una azienda speciale regionale, confermando la sua natura di ente pubblico economico. Di conseguenza, ha stabilito che un rapporto di lavoro in somministrazione, se illegittimo, può essere convertito in un contratto a tempo indeterminato alle dipendenze dell'azienda stessa. La Corte ha chiarito che, nonostante i controlli pubblici e la derivazione regionale, se la legge istitutiva e l'operatività concreta seguono criteri imprenditoriali, si applicano le norme del diritto privato del lavoro e non i vincoli assunzionali tipici della Pubblica Amministrazione.
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Indennità sostitutiva dirigente: quando è inammissibile
Un dirigente medico ha citato in giudizio un'azienda sanitaria locale per ottenere il pagamento di differenze retributive dovute allo svolgimento di mansioni superiori. La richiesta, accolta in primo grado, è stata respinta in appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il successivo ricorso del dirigente, stabilendo che la verifica sull'avvenuto pagamento dell'indennità sostitutiva dirigente è un accertamento di fatto non riesaminabile in sede di legittimità. La Corte ha ribadito che il ricorso in Cassazione non può essere utilizzato per ottenere una nuova valutazione delle prove.
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Passaggio dipendenti pubblici: la Cassazione decide
Un dipendente comunale, addetto al servizio idrico, si oppone al trasferimento presso la società privata subentrata nella gestione del servizio. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32773/2024, stabilisce che il passaggio dei dipendenti pubblici in questi casi è automatico e non richiede il consenso del lavoratore. La normativa, infatti, configura una fattispecie legale di trasferimento finalizzata a garantire la continuità occupazionale, applicando la disciplina del trasferimento d'azienda (art. 2112 c.c.). Il rifiuto del lavoratore è quindi irrilevante.
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