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Art. 666 Codice di Procedura Penale — Sezione Prima Penale

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1653 provvedimenti

Altri anni per Art. 666 Codice di Procedura Penale

Giudicato penale e recidiva: quando la pena non si tocca più
Il Condannato ha proposto ricorso contro la decisione del Tribunale che aveva respinto la sua richiesta di rideterminazione della pena. Il ricorrente contestava l'applicazione della recidiva per un reato di spaccio di sostanze stupefacenti, chiedendone l'eliminazione in fase esecutiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che le contestazioni sui presupposti della recidiva devono essere sollevate durante il processo ordinario tramite i normali mezzi di impugnazione. Una volta che la sentenza è diventata definitiva, opera la preclusione del giudicato penale, che impedisce di ridiscutere la questione davanti al giudice dell'esecuzione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Pena illegale o errore di calcolo? La Cassazione decide
La Condannata ha chiesto al giudice dell'esecuzione di rideterminare la sanzione inflitta in appello, lamentando la violazione del divieto di riforma in peggio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, chiarendo che il giudice dell'esecuzione può intervenire solo in caso di pena illegale, ossia quando la sanzione non è prevista dall'ordinamento o supera i limiti edittali. Al contrario, gli errori di valutazione o di calcolo della pena che rientrano nei limiti di legge devono essere contestati esclusivamente durante il processo ordinario e non possono essere ridiscussi una volta che la sentenza è diventata definitiva.
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Affidamento in prova al servizio sociale: ricorso errato salvato
Il Tribunale di Sorveglianza dichiarava l'esito negativo della misura dell'affidamento in prova al servizio sociale per un condannato, a causa del mancato rispetto delle prescrizioni e della scarsa collaborazione. Il condannato proponeva ricorso per Cassazione lamentando vizi di notifica e di motivazione. La Suprema Corte, tuttavia, ha rilevato che contro tale provvedimento non è ammesso subito il ricorso per Cassazione, bensì l'opposizione davanti allo stesso Tribunale di Sorveglianza. In applicazione del principio di conservazione delle impugnazioni, la Corte non ha dichiarato inammissibile il ricorso, ma lo ha riqualificato come opposizione, ordinando la trasmissione degli atti al Tribunale di Sorveglianza di Catanzaro per la corretta celebrazione del giudizio.
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Interesse all’impugnazione: ricorso inutile se la pena è scontata
Il Tribunale di sorveglianza rigettava l'istanza di affidamento in prova avanzata da Il Condannato per una pena residua di soli otto giorni. Il Condannato proponeva ricorso per cassazione, sostenendo che il Tribunale avrebbe dovuto dichiarare il non luogo a procedere, poiché la pena era già stata interamente espiata grazie al computo della custodia cautelare per un altro reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per carenza di interesse all'impugnazione. Poiché la pena era già stata interamente scontata, l'accoglimento del ricorso non avrebbe apportato alcun beneficio concreto al ricorrente. Inoltre, la determinazione del calcolo della pena spetta al Pubblico Ministero e non al Tribunale di sorveglianza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Continuazione dei reati: no al raddoppio delle richieste identiche
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione l'unificazione di diverse condanne sotto il vincolo della continuazione dei reati. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la richiesta perché identica a una precedente già respinta. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che una sentenza delle Sezioni Unite costituisse un mutamento giurisprudenziale idoneo a superare il precedente rigetto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sentenza invocata non solo era precedente alla prima istanza, ma ha anche ristretto i criteri per concedere il beneficio, richiedendo una prova rigorosa del programma criminoso iniziale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Carenza di interesse: ricorso inutile se il PM ricalcola la pena
Il Tribunale di Perugia, come giudice dell'esecuzione, ha annullato il provvedimento di cumulo delle pene emesso dal Pubblico Ministero nei confronti del Condannato, ordinando al PM di ricalcolare la pena detraendo il periodo già scontato. Il Pubblico Ministero ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il Tribunale avrebbe dovuto ricalcolare direttamente la pena anziché delegare l'adempimento. Tuttavia, lo stesso Pubblico Ministero ha dichiarato che avrebbe comunque eseguito il ricalcolo ordinato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché il Pubblico Ministero ha deciso di adeguarsi spontaneamente alla decisione del Tribunale, un eventuale accoglimento del ricorso non gli avrebbe procurato alcun vantaggio pratico o utilità concreta nel processo.
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Divieto di secondo giudizio: no a due condanne per lo stesso fatto
Il Condannato ha richiesto l'applicazione del divieto di secondo giudizio, sostenendo che la sua condanna per furto e quella per ricettazione riguardassero gli stessi identici beni. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta basandosi su nuove testimonianze raccolte dal Pubblico Ministero senza il coinvolgimento della difesa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che il giudice non può modificare il contenuto di una sentenza definitiva né utilizzare prove raccolte senza garanzie difensive. La Suprema Corte ha quindi annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo esame del caso.
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Confisca di prevenzione: ko l’acquisto senza prova del pagamento
Una società di servizi ha acquistato un'auto di lusso da una società di leasing, prima che venisse trascritta la confisca di prevenzione emessa contro il precedente utilizzatore. La società acquirente ha proposto un incidente di esecuzione per revocare la misura, sostenendo la propria buona fede. Il Tribunale ha respinto la richiesta ritenendo la vendita fittizia, poiché mancava la prova del pagamento del prezzo e del possesso fisico del veicolo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di confisca di prevenzione, per tutelare il terzo acquirente non basta la buona fede formale, ma occorre dimostrare l'effettivo esborso di denaro e il reale trasferimento del bene, elementi essenziali per escludere la natura simulata dell'operazione.
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Reato continuato: la preclusione blocca il cumulo delle pene
Il Condannato, con quattro condanne definitive per spaccio di stupefacenti, chiedeva al giudice dell'esecuzione l'applicazione della disciplina del reato continuato per unificare le pene. Tuttavia, una precedente istanza volta a unificare tre di questi reati era già stata respinta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'esclusione del reato continuato tra determinati reati ha un effetto preclusivo che si estende, per una sorta di proprietà transitiva, anche agli altri reati che si pretendono uniti dallo stesso disegno criminoso. Non essendoci nuovi elementi di fatto, la precedente decisione di rigetto impedisce una nuova valutazione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Istanza di riabilitazione: l’archiviazione cancella il rigetto
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza di riabilitazione presentata da un cittadino, ritenendo che un'indagine per circonvenzione di incapace a suo carico dimostrasse l'assenza di buona condotta. Il cittadino ha fatto ricorso in Cassazione, dimostrando che quell'indagine era stata archiviata. La Cassazione ha stabilito che, contro il rigetto iniziale deciso senza udienza, si deve proporre opposizione allo stesso Tribunale e non ricorso in Cassazione. Tuttavia, applicando il principio di conservazione degli atti, la Suprema Corte ha riqualificato il ricorso come opposizione e ha ordinato la trasmissione degli atti al Tribunale di Sorveglianza per una nuova decisione in udienza.
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Permesso premio: no al diniego basato solo sul passato del reo
Il Tribunale di Sorveglianza di Ancona aveva negato la concessione di un permesso premio a un detenuto condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidi. Il diniego si fondava esclusivamente sulla gravità dei reati passati e su una generica valutazione di pericolosità sociale, senza svolgere accertamenti aggiornati sui suoi attuali legami con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, annullando il provvedimento. I giudici di legittimità hanno stabilito che, anche per i reati ostativi, la pericolosità non può essere presunta in modo assoluto. Il giudice ha il dovere di compiere un'istruttoria approfondita e aggiornata, acquisendo informazioni recenti dagli organi antimafia, anziché basarsi solo su elementi storici o rimandare la verifica a future istanze. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.
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Collaborazione impossibile con la giustizia: stop ai ricorsi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato per reati associativi gravi. L'uomo chiedeva l'accertamento della collaborazione impossibile con la giustizia per accedere ai benefici penitenziari. Tuttavia, il Tribunale di sorveglianza aveva già respinto una richiesta identica con decisione passata in giudicato. La Suprema Corte ha chiarito che, nell'esecuzione penale, non è possibile riproporre le medesime questioni già decise senza apportare elementi di novità reali e sopravvenuti. Poiché il ricorrente si è limitato a criticare le vecchie sentenze senza presentare nuovi fatti, il principio del giudicato esecutivo impedisce un nuovo esame. Il ricorso è stato quindi rigettato con condanna alle spese.
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Diritto al contraddittorio: negati i CD al detenuto senza udienza
Il Detenuto, sottoposto al regime speciale del 41-bis, ha chiesto l'autorizzazione ad acquistare e tenere in cella lettori musicali e CD. Il Magistrato di Sorveglianza ha respinto la richiesta immediatamente, senza fissare un'udienza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Detenuto, stabilendo che la decisione non poteva essere presa senza un confronto tra le parti. Il diritto al contraddittorio deve essere sempre garantito quando la richiesta del detenuto riguarda aspetti del trattamento penitenziario che richiedono una valutazione complessa, anche se il soggetto è sottoposto a un regime carcerario restrittivo.
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Procedimento di sorveglianza: sì al contraddittorio per il 41-bis
Il Detenuto, sottoposto al regime speciale del 41-bis, ha presentato un reclamo per poter acquistare e ascoltare CD musicali in cella. Il Magistrato di sorveglianza ha respinto la richiesta immediatamente (de plano), ritenendola infondata. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Detenuto. I giudici hanno stabilito che, nel procedimento di sorveglianza, la decisione senza udienza è ammessa solo per richieste identiche a precedenti già respinte o palesemente prive di requisiti legali. Poiché l'uso di strumenti tecnologici per la musica incide sul trattamento penitenziario e richiede una valutazione complessa, il giudice non poteva decidere da solo. La Cassazione ha quindi annullato il provvedimento, imponendo la fissazione di un'udienza per garantire il diritto al contraddittorio.
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Procedimento di sorveglianza: s all’udienza per i CD in cella
Un detenuto sottoposto al regime speciale del 41-bis ha proposto reclamo contro il divieto di acquistare e tenere in cella CD musicali e lettori portatili. Il Magistrato di Sorveglianza ha dichiarato il reclamo inammissibile senza convocare le parti (de plano). La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, stabilendo che il procedimento di sorveglianza richiede sempre la celebrazione dell'udienza in contraddittorio, tranne nei casi di palese e immediata inammissit. Poich la richiesta sull'uso di strumenti tecnologici per l'ascolto della musica incide sul trattamento penitenziario e richiede una valutazione complessa, non poteva essere liquidata senza un'udienza partecipata. La Suprema Corte ha quindi annullato il provvedimento, ordinando al Magistrato di decidere nuovamente garantendo il diritto di difesa.
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Continuazione in executivis: no al rigetto se c’è una nuova condanna
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione in executivis per unificare sette condanne penali. Il Giudice dell'Esecuzione ha dichiarato inammissibile la richiesta, ritenendola una semplice ripetizione di una domanda precedente già decisa. Il Condannato ha fatto ricorso in Cassazione, dimostrando che la nuova istanza includeva una condanna ulteriore, notificata solo successivamente e mai valutata prima. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che non si tratta di una mera riproposizione quando si aggiungono elementi nuovi. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento e ha rinviato il caso alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Opposizione all’esecuzione penale: restituzione negata per errore
Un cittadino, assolto dall'accusa di riciclaggio, chiede la restituzione di 250.000 euro sequestrati. Il giudice dell'esecuzione rigetta la richiesta senza sentire la parte (de plano). Il cittadino propone quindi opposizione all'esecuzione penale per ottenere un'udienza in contraddittorio. Tuttavia, la Corte d'Appello dichiara inammissibile l'atto, scambiandolo erroneamente per una semplice ripetizione della prima richiesta. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del cittadino, chiarendo che l'opposizione non è una mera replica ma un diritto a discutere il caso in udienza. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla il provvedimento e ordina la trasmissione degli atti alla Corte d'Appello per lo svolgimento del regolare giudizio di opposizione.
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Omessa notifica dell’udienza: salta la revoca dell’indulto
Il Tribunale di Roma, operando come giudice dell'esecuzione, revocava l'indulto precedentemente concesso a un cittadino condannato. Il difensore del condannato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando la mancata notifica dell'avviso di fissazione dell'udienza sia al proprio assistito sia al difensore di fiducia originariamente nominato. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, rilevando che l'omessa notifica dell'udienza al condannato e al suo legale di fiducia viola l'articolo 666 del codice di procedura penale. Tale mancanza determina una nullità assoluta e insanabile dell'udienza e del conseguente provvedimento di revoca. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza impugnata e ha disposto il rinvio al Tribunale di Roma per un nuovo e corretto giudizio.
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Omesso avviso al difensore di fiducia: annullata la revoca
Il Tribunale di sorveglianza aveva revocato la semilibert a un detenuto. Quest'ultimo aveva nominato un avvocato di fiducia tramite dichiarazione in carcere, ma il Tribunale, non accorgendosene, ha notificato la data dell'udienza solo a un difensore d'ufficio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, stabilendo che l'omesso avviso al difensore di fiducia determina una nullit assoluta e insanabile dell'udienza e di tutti gli atti successivi, compresa la revoca della misura alternativa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di revoca e ha disposto un nuovo giudizio.
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Affidamento in prova al servizio sociale: rigetto senza rinvio
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale e altre misure alternative a un condannato con problemi di tossicodipendenza e ludopatia, privo di un percorso di recupero e di una stabile occupazione. La difesa ha impugnato la decisione, lamentando il mancato rinvio dell'udienza per l'assenza della relazione dell'ufficio sociale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il giudice non ha l'obbligo di disporre ulteriori accertamenti o rinviare la decisione se i documenti già presenti dimostrano chiaramente l'inidoneità del condannato alla misura. Di conseguenza, il condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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