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Art. 666 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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577 provvedimenti

Altri anni per Art. 666 Codice di Procedura Penale

Pene sostitutive: ricorso negato ma beneficio possibile dopo
Il Condannato, ritenuto colpevole di detenzione di stupefacenti, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione delle più favorevoli pene sostitutive introdotte dalla Riforma Cartabia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per i procedimenti pendenti in Cassazione al momento dell'entrata in vigore della riforma, la richiesta di applicazione delle pene sostitutive non può essere decisa dalla Cassazione stessa. Il Condannato dovrà invece presentare apposita istanza al giudice dell'esecuzione entro trenta giorni dal momento in cui la sentenza di condanna diventerà irrevocabile. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ordine di demolizione: no al blocco senza udienza della difesa
Il Tribunale, in veste di giudice dell'esecuzione, dichiarava inammissibile la richiesta del Proprietario di sospendere l'ordine di demolizione di alcune opere abusive, nonostante la pendenza di una sanatoria edilizia. Il Proprietario proponeva ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione dei pareri favorevoli degli enti competenti e il rischio di danneggiare l'intero immobile. La Corte di Cassazione ha stabilito che il Tribunale non poteva liquidare la richiesta come inammissibile senza un effettivo confronto tra le parti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha riqualificato il ricorso come opposizione e ha rinviato gli atti al Tribunale per svolgere una regolare udienza in contraddittorio.
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Rideterminazione della pena: nessun taglio con sanzione già minima
Il Condannato ha richiesto la rideterminazione della pena di sei anni di reclusione per l'acquisto di oltre quindici chili di cocaina, invocando una pronuncia della Corte Costituzionale che ha ridotto il minimo edittale per le droghe pesanti da otto a sei anni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, al momento della consumazione del reato nel 2006, la legge applicabile prevedeva già il minimo edittale di sei anni di reclusione. Di conseguenza, la successiva decisione della Corte Costituzionale non poteva produrre alcun effetto favorevole sulla sanzione già inflitta, in quanto calcolata su una cornice sanzionatoria identica. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Medesimo disegno criminoso: bisogno di soldi o piano unico?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato che chiedeva il riconoscimento del reato continuato per diverse condanne passate in giudicato. Il ricorrente sosteneva che i furti e i reati contro il patrimonio commessi in un arco di diciotto anni fossero legati dal medesimo disegno criminoso, in quanto finalizzati a reperire denaro per il sostentamento familiare. La Suprema Corte ha confermato la decisione del giudice dell'esecuzione: il semplice bisogno di denaro o il fine di lucro rappresenta solo un movente comune e non dimostra l'esistenza di un programma delinquenziale unico e pianificato fin dall'inizio. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affitto d’azienda: la rinuncia al ricorso evita le spese legali
Una società turistica ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Giudice per le indagini preliminari che autorizzava la risoluzione di un contratto di affitto di azienda. Successivamente, lo stesso Giudice ha revocato il provvedimento contestato. Di conseguenza, la società ha presentato formale rinuncia al ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso a causa della rinuncia, stabilendo che non si applica la condanna alle spese poiché il venir meno dell'interesse non equivale alla soccombenza.
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Evasione per un drink: condanna e regole sulle pene sostitutive
L'Imputato, condannato in appello a otto mesi di reclusione per il reato di evasione dopo essere fuggito dai domiciliari per ubriacarsi in un bar, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione delle nuove pene sostitutive introdotte dalla Riforma Cartabia. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna e chiarendo le regole transitorie. La pronuncia della sentenza d'appello determina la pendenza del processo in Cassazione. Pertanto, per i procedimenti in questa fase al 30 dicembre 2022, la richiesta di applicazione delle pene sostitutive non può essere fatta direttamente alla Cassazione, ma va presentata al Giudice dell'esecuzione una volta che la condanna è diventata definitiva.
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Lottizzazione abusiva: reato prescritto ma la confisca resta
L'Amministratore di una società turistica è stato accusato di lottizzazione abusiva per aver installato in un campeggio manufatti non precari (roulotte su pilastri e cucinotti in legno) senza permesso. Nonostante la prescrizione dei reati, la Corte d'Appello ha confermato la confisca dell'intera area di 86.000 metri quadrati. L'Amministratore ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la sproporzione della misura. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'installazione stabile di strutture mobili configura il reato di lottizzazione abusiva se altera la destinazione del territorio. Inoltre, la Cassazione ha chiarito che la proporzionalità della confisca e l'eventuale esclusione di aree estranee possono essere discusse davanti al giudice dell'esecuzione.
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Disegno criminoso: il giudicato blocca lo sconto di pena
Il Condannato ha presentato ricorso per chiedere il riconoscimento dell'unicità del disegno criminoso per alcuni reati commessi. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta, ritenendo la questione già coperta da un precedente giudicato esecutivo preclusivo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il giudicato esecutivo non può essere superato o influenzato dalle vicende processuali che riguardano un altro concorrente negli stessi reati. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Confisca definitiva e verifica crediti: ex proprietario escluso
Un soggetto sottoposto a misura di prevenzione ha contestato la validità dello stato passivo, lamentando la mancata convocazione all'udienza di accertamento dei debiti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, una volta che la misura ablatoria è diventata irrevocabile, si realizza una confisca definitiva e verifica crediti in cui il precedente proprietario perde la qualifica di parte necessaria. Lo Stato subentra infatti nella titolarità esclusiva dei beni. Inoltre, l'omesso parere del Pubblico Ministero costituisce una nullità che solo quest'ultimo può eccepire, escludendo qualsiasi interesse del privato. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna alle spese.
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Cessazione della permanenza del reato: armi o associazione?
Il Condannato, condannato per associazione di stampo mafioso e traffico di stupefacenti, ha richiesto tramite incidente di esecuzione la retrodatazione della cessazione della permanenza del reato al 2009, anno del suo primo arresto per detenzione di armi. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'istanza, ritenendola una mera riproposizione di una questione già decisa nel 2020, che aveva fissato la cessazione al 2011 (data dell'arresto per il reato associativo). La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso, stabilendo che la precedente decisione non era frutto di un errore materiale ma di una scelta consapevole basata sulle prove. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso errato ma salvo: l’opposizione al giudice dell’esecuzione
Il rappresentante di due società agricole ha chiesto la restituzione di beni sottoposti a sequestro preventivo e conservativo. La Corte d'appello, come giudice dell'esecuzione, ha rigettato la richiesta. Il difensore ha quindi proposto ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che contro questo tipo di diniego non si può proporre direttamente ricorso in Cassazione, ma bisogna presentare una formale opposizione al giudice dell'esecuzione. Tuttavia, applicando il principio di conservazione degli atti, la Cassazione non ha dichiarato inammissibile il ricorso, ma lo ha riqualificato d'ufficio come opposizione, trasmettendo gli atti alla Corte d'appello di Firenze per la corretta trattazione del caso.
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Sanzioni sostitutive negate: la Cassazione condanna il passeggero
Un passeggero, condannato per aver minacciato un controllore durante la verifica del biglietto, ha proposto ricorso in Cassazione. Il ricorrente lamentava il mancato riconoscimento delle sanzioni sostitutive della pena detentiva con quella pecuniaria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la presenza di precedenti condanne per reati della stessa indole esclude la sostituzione della pena. Inoltre, con l'entrata in vigore della Riforma Cartabia, per i processi pendenti in Cassazione, la richiesta di sanzioni sostitutive più favorevoli deve essere presentata al giudice dell'esecuzione entro trenta giorni dal passaggio in giudicato della sentenza. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Incidente di esecuzione: no al ricorso per vizi del vecchio processo
Il Condannato ha richiesto l'annullamento o la revoca dell'ordine di esecuzione della pena detentiva. Il Tribunale di Gela, come giudice dell'esecuzione, ha rigettato la richiesta. Il Condannato ha quindi proposto ricorso in Cassazione, lamentando vizi procedurali avvenuti durante il precedente processo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'incidente di esecuzione non può essere utilizzato per contestare vizi o nullità verificatesi durante il giudizio di cognizione. Questo strumento serve solo a verificare la regolarità formale e sostanziale del titolo esecutivo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Permesso premio negato: buona condotta non basta per uscire
Il Tribunale di sorveglianza nega a un detenuto la concessione di un permesso premio, ritenendo prematuro l'avvio di trattamenti esterni e non provata la recisione dei legami con la criminalità organizzata. Il detenuto ricorre in Cassazione, sostenendo che la precedente concessione della liberazione anticipata dimostrasse la regolarità della sua condotta. La Suprema Corte rigetta il ricorso, confermando che non esiste alcun automatismo tra la liberazione anticipata e il permesso premio. Il giudice di sorveglianza deve valutare autonomamente la pericolosità sociale e l'idoneità del percorso rieducativo del condannato, senza essere vincolato da precedenti benefici. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Spazio minimo vitale in carcere: no al risarcimento ripetuto
Il Detenuto ha richiesto un indennizzo per aver espiato la pena in condizioni di sovraffollamento carcerario a Padova. Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la domanda perché identica a una precedente già respinta. Il ricorrente ha impugnato la decisione sostenendo che una successiva sentenza delle Sezioni Unite costituisse un elemento di novità idoneo a superare il blocco della decisione precedente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la pronuncia delle Sezioni Unite non ha introdotto criteri nuovi sul calcolo dello spazio minimo vitale in carcere, ma ha solo confermato l'orientamento consolidato che esclude i letti a castello dal computo. Di conseguenza, in assenza di reali novità, opera la preclusione del giudicato esecutivo.
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Laurea in carcere: negato il premio di rendimento dal giudice
Un detenuto ha richiesto al Magistrato di sorveglianza il pagamento del premio di rendimento per aver conseguito la laurea durante la carcerazione. Il Magistrato ha dichiarato il non luogo a provvedere per incompetenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto, confermando che il Magistrato di sorveglianza non ha competenza diretta sulla concessione del premio di rendimento, trattandosi di un'attività puramente amministrativa della direzione carceraria. Inoltre, non sussisteva un grave e attuale pregiudizio ai diritti del detenuto idoneo a giustificare l'intervento del giudice di sorveglianza, poiché le istanze amministrative erano ancora in fase di valutazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Dichiarazione di domicilio: la residenza non basta per la notifica
L'Imputata ha proposto un incidente di esecuzione sostenendo che la notifica della sua condanna fosse nulla. Durante l'identificazione, aveva riferito di risiedere in un campo nomadi, ma aveva espressamente rifiutato di eleggere o dichiarare un domicilio. Di conseguenza, la notifica era stata effettuata al suo difensore d'ufficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice indicazione della residenza non equivale a una valida dichiarazione di domicilio. Quest'ultima richiede infatti un atto di volontà consapevole e formale, non una semplice comunicazione di un dato di fatto. Poiché l'interessata aveva rifiutato l'invito a scegliere un domicilio, la notifica al difensore d'ufficio è legittima. L'Imputata è stata condannata a pagare le spese e una sanzione di tremila euro.
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Prescrizione della pena: perché l’indulto blocca il tempo
Il Condannato, beneficiario di un indulto poi revocato a causa di una nuova condanna, ha chiesto l'estinzione della pena originaria di tre anni di reclusione per decorso del termine decennale. Tuttavia, la nuova condanna ha successivamente perso il carattere di irrevocabilità a seguito della restituzione nel termine per proporre appello. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la prescrizione della pena non decorre se la sanzione non è concretamente eseguibile. Poiché il venir meno dell'irrevocabilità della seconda sentenza ha congelato la revoca dell'indulto, la pena originaria è tornata a non essere eseguibile. Di conseguenza, il termine di prescrizione della pena non ha mai iniziato a decorrere, impedendo l'estinzione della condanna.
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Riabilitazione penale: no alla Cassazione senza prima l’opposizione
Il Tribunale di Sorveglianza respinge senza udienza l'istanza di un cittadino volta a ottenere la riabilitazione penale. L'interessato propone ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione. La Suprema Corte stabilisce che il ricorso deve essere riqualificato come opposizione, poiché i provvedimenti emessi senza contraddittorio non sono direttamente ricorribili in Cassazione. Di conseguenza, la Corte dispone la trasmissione degli atti al Tribunale di Sorveglianza per lo svolgimento del corretto iter procedurale.
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Misure alternative alla detenzione: sì all’irreperibile
Il Tribunale di sorveglianza aveva dichiarato inammissibile, senza udienza (de plano), la richiesta di misure alternative alla detenzione presentata dal difensore di un condannato irreperibile, motivando con la mancanza della dichiarazione di domicilio e l'incompatibilità dello stato di irreperibilità. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'obbligo di dichiarare il domicilio non si applica ai soggetti irreperibili o latitanti. Inoltre, la valutazione sulla compatibilità tra l'irreperibilità e la concessione delle misure alternative alla detenzione richiede un accertamento complesso che non può essere deciso d'ufficio senza garanzie difensive, ma impone la fissazione di un'udienza in contraddittorio. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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