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Art. 666 Codice di Procedura Penale — Anno 2022

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503 provvedimenti

Altri anni per Art. 666 Codice di Procedura Penale

Confisca per equivalente: la sospensione della pena non la ferma
Una cittadina ha impugnato l'ordinanza del giudice dell'esecuzione che confermava il sequestro e la successiva confisca di beni, sostenendo che la sospensione condizionale della pena ottenuta con il patteggiamento dovesse bloccare anche la confisca per equivalente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la sospensione condizionale della pena non si estende alla confisca per equivalente. Questa misura non è una pena accessoria o principale, ma un provvedimento con finalità ripristinatoria dello stato patrimoniale precedente al reato, da applicare obbligatoriamente anche in caso di patteggiamento. Inoltre, la richiesta di sbloccare i beni perché intestati a terzi è stata ritenuta una mera riproposizione di istanze già respinte, priva di elementi di novità. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lavoro di pubblica utilità: chi ignora l’ente perde il beneficio
Il Tribunale ha revocato la sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità inflitta a un automobilista per guida in stato di ebbrezza, ripristinando la pena dell'arresto, dell'ammenda e la sospensione della patente. Il condannato non si era mai presentato alla convocazione dell'ente designato per concordare il calendario delle attività, ignorando i solleciti. Solo successivamente l'ente ha riscontrato problemi logistici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'automobilista, confermando che l'omessa attivazione del servizio è interamente imputabile alla sua iniziale inerzia e non alle successive difficoltà dell'ente. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Giudicato penale e recidiva: quando la pena non si tocca più
Il Condannato ha proposto ricorso contro la decisione del Tribunale che aveva respinto la sua richiesta di rideterminazione della pena. Il ricorrente contestava l'applicazione della recidiva per un reato di spaccio di sostanze stupefacenti, chiedendone l'eliminazione in fase esecutiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che le contestazioni sui presupposti della recidiva devono essere sollevate durante il processo ordinario tramite i normali mezzi di impugnazione. Una volta che la sentenza è diventata definitiva, opera la preclusione del giudicato penale, che impedisce di ridiscutere la questione davanti al giudice dell'esecuzione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Pena illegale o errore di calcolo? La Cassazione decide
La Condannata ha chiesto al giudice dell'esecuzione di rideterminare la sanzione inflitta in appello, lamentando la violazione del divieto di riforma in peggio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, chiarendo che il giudice dell'esecuzione può intervenire solo in caso di pena illegale, ossia quando la sanzione non è prevista dall'ordinamento o supera i limiti edittali. Al contrario, gli errori di valutazione o di calcolo della pena che rientrano nei limiti di legge devono essere contestati esclusivamente durante il processo ordinario e non possono essere ridiscussi una volta che la sentenza è diventata definitiva.
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Ordine di demolizione: senza prove il condono non ferma le ruspe.
Il proprietario di un immobile abusivo ha richiesto la sospensione di un ordine di demolizione, sostenendo la pendenza di una pratica di condono edilizio. Il giudice dell'esecuzione ha rigettato l'istanza poiché il richiedente non ha allegato alcun documento a prova della domanda di sanatoria. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno ribadito che spetta al cittadino l'onere di provare i fatti a fondamento della propria richiesta, senza che il giudice debba acquisire d'ufficio i documenti presso altre amministrazioni. Inoltre, non è consentito presentare nuove prove per la prima volta nel giudizio di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ordine di demolizione: perché la sanatoria non salva l’abuso
Gli eredi di un uomo condannato in via definitiva per abuso edilizio hanno chiesto la revoca dell'ordine di demolizione di un sottotetto trasformato abusivamente in abitazione. A sostegno della richiesta, hanno presentato un accertamento di conformità urbanistica rilasciato dal Comune e hanno evidenziato il rischio di compromettere la staticità dell'intero edificio in caso di abbattimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che il giudice dell'esecuzione può disapplicare l'atto comunale se emesso in violazione di legge e in contrasto con i fatti accertati dalla sentenza penale. Inoltre, il rischio per la stabilità del fabbricato non blocca l'ordine di demolizione se la situazione di pericolo è stata causata dallo stesso autore dell'abuso.
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Sospensione dell’ordine di demolizione: sanatoria contro ruspe
I Proprietari di un immobile abusivo hanno impugnato l'ordine di demolizione derivante da una condanna penale, documentando la pendenza di un'istanza di sanatoria edilizia. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta di sospensione ritenendo la sanatoria del tutto irrilevante. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei Proprietari, stabilendo che il giudice non può liquidare la questione con una motivazione apparente. Di fronte a un'istanza di sanatoria, il magistrato ha il dovere di esaminare concretamente i possibili esiti e i tempi della procedura amministrativa. La Suprema Corte ha quindi annullato il provvedimento, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione sulla sospensione dell'ordine di demolizione.
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Affidamento in prova al servizio sociale: ricorso errato salvato
Il Tribunale di Sorveglianza dichiarava l'esito negativo della misura dell'affidamento in prova al servizio sociale per un condannato, a causa del mancato rispetto delle prescrizioni e della scarsa collaborazione. Il condannato proponeva ricorso per Cassazione lamentando vizi di notifica e di motivazione. La Suprema Corte, tuttavia, ha rilevato che contro tale provvedimento non è ammesso subito il ricorso per Cassazione, bensì l'opposizione davanti allo stesso Tribunale di Sorveglianza. In applicazione del principio di conservazione delle impugnazioni, la Corte non ha dichiarato inammissibile il ricorso, ma lo ha riqualificato come opposizione, ordinando la trasmissione degli atti al Tribunale di Sorveglianza di Catanzaro per la corretta celebrazione del giudizio.
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Interesse all’impugnazione: ricorso inutile se la pena è scontata
Il Tribunale di sorveglianza rigettava l'istanza di affidamento in prova avanzata da Il Condannato per una pena residua di soli otto giorni. Il Condannato proponeva ricorso per cassazione, sostenendo che il Tribunale avrebbe dovuto dichiarare il non luogo a procedere, poiché la pena era già stata interamente espiata grazie al computo della custodia cautelare per un altro reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per carenza di interesse all'impugnazione. Poiché la pena era già stata interamente scontata, l'accoglimento del ricorso non avrebbe apportato alcun beneficio concreto al ricorrente. Inoltre, la determinazione del calcolo della pena spetta al Pubblico Ministero e non al Tribunale di sorveglianza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Continuazione dei reati: no al raddoppio delle richieste identiche
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione l'unificazione di diverse condanne sotto il vincolo della continuazione dei reati. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la richiesta perché identica a una precedente già respinta. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che una sentenza delle Sezioni Unite costituisse un mutamento giurisprudenziale idoneo a superare il precedente rigetto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sentenza invocata non solo era precedente alla prima istanza, ma ha anche ristretto i criteri per concedere il beneficio, richiedendo una prova rigorosa del programma criminoso iniziale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Carenza di interesse: ricorso inutile se il PM ricalcola la pena
Il Tribunale di Perugia, come giudice dell'esecuzione, ha annullato il provvedimento di cumulo delle pene emesso dal Pubblico Ministero nei confronti del Condannato, ordinando al PM di ricalcolare la pena detraendo il periodo già scontato. Il Pubblico Ministero ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il Tribunale avrebbe dovuto ricalcolare direttamente la pena anziché delegare l'adempimento. Tuttavia, lo stesso Pubblico Ministero ha dichiarato che avrebbe comunque eseguito il ricalcolo ordinato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché il Pubblico Ministero ha deciso di adeguarsi spontaneamente alla decisione del Tribunale, un eventuale accoglimento del ricorso non gli avrebbe procurato alcun vantaggio pratico o utilità concreta nel processo.
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Divieto di secondo giudizio: no a due condanne per lo stesso fatto
Il Condannato ha richiesto l'applicazione del divieto di secondo giudizio, sostenendo che la sua condanna per furto e quella per ricettazione riguardassero gli stessi identici beni. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta basandosi su nuove testimonianze raccolte dal Pubblico Ministero senza il coinvolgimento della difesa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che il giudice non può modificare il contenuto di una sentenza definitiva né utilizzare prove raccolte senza garanzie difensive. La Suprema Corte ha quindi annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo esame del caso.
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Permesso premio: la Cassazione cancella il no automatico
Il Detenuto, condannato all'ergastolo e sottoposto a regime speciale, richiedeva la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza respingeva la richiesta sul presupposto che il richiedente non avesse dimostrato la rescissione dei legami con la criminalità organizzata, ignorando i documenti presentati dalla difesa dopo la storica sentenza della Corte Costituzionale n. 253/2019. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, annullando la decisione impugnata. I giudici di legittimità hanno stabilito che il Tribunale deve valutare concretamente la documentazione prodotta dalla difesa, poiché la presunzione di pericolosità non è più assoluta ma relativa. Il caso viene rinviato per un nuovo esame che accerti l'effettiva sussistenza dei requisiti per il permesso premio.
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Confisca di prevenzione: ko l’acquisto senza prova del pagamento
Una società di servizi ha acquistato un'auto di lusso da una società di leasing, prima che venisse trascritta la confisca di prevenzione emessa contro il precedente utilizzatore. La società acquirente ha proposto un incidente di esecuzione per revocare la misura, sostenendo la propria buona fede. Il Tribunale ha respinto la richiesta ritenendo la vendita fittizia, poiché mancava la prova del pagamento del prezzo e del possesso fisico del veicolo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di confisca di prevenzione, per tutelare il terzo acquirente non basta la buona fede formale, ma occorre dimostrare l'effettivo esborso di denaro e il reale trasferimento del bene, elementi essenziali per escludere la natura simulata dell'operazione.
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Reato continuato: la preclusione blocca il cumulo delle pene
Il Condannato, con quattro condanne definitive per spaccio di stupefacenti, chiedeva al giudice dell'esecuzione l'applicazione della disciplina del reato continuato per unificare le pene. Tuttavia, una precedente istanza volta a unificare tre di questi reati era già stata respinta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'esclusione del reato continuato tra determinati reati ha un effetto preclusivo che si estende, per una sorta di proprietà transitiva, anche agli altri reati che si pretendono uniti dallo stesso disegno criminoso. Non essendoci nuovi elementi di fatto, la precedente decisione di rigetto impedisce una nuova valutazione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Incompatibilità del giudice: la Cassazione respinge il ricorso
Il Condannato ha impugnato la decisione del Giudice dell'esecuzione che ha rideterminato la sua pena per reati di droga in seguito a una pronuncia della Corte Costituzionale. Il ricorrente ha lamentato l'incompatibilità del giudice, poiché lo stesso magistrato aveva precedentemente dichiarato inammissibile la sua richiesta. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non sussiste l'incompatibilità del giudice se lo stesso si pronuncia nuovamente in sede di rinvio dopo una prima decisione presa senza formalità (de plano). Inoltre, l'eventuale incompatibilità non rende nullo il provvedimento, ma costituisce solo motivo per chiedere la ricusazione nei tempi e modi previsti dalla legge. Di conseguenza, il Condannato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Restituzione nel termine: la Cassazione corregge il Tribunale
Una donna condannata per reati fallimentari scopre la sentenza solo al momento dell'arresto a causa di un'omessa notifica del decreto di giudizio. Presenta quindi istanza di restituzione nel termine per poter proporre appello. Il Tribunale di Salerno riqualifica erroneamente la richiesta come incidente di esecuzione e la dichiara inammissibile. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa, rilevando l'incompetenza funzionale del Tribunale. Trattandosi di una richiesta di restituzione nel termine, la competenza spettava esclusivamente alla Corte di Appello. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla senza rinvio il provvedimento del Tribunale e dispone la trasmissione degli atti alla Corte di Appello di Salerno affinché decida sulla richiesta.
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Istanza di riabilitazione: l’archiviazione cancella il rigetto
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza di riabilitazione presentata da un cittadino, ritenendo che un'indagine per circonvenzione di incapace a suo carico dimostrasse l'assenza di buona condotta. Il cittadino ha fatto ricorso in Cassazione, dimostrando che quell'indagine era stata archiviata. La Cassazione ha stabilito che, contro il rigetto iniziale deciso senza udienza, si deve proporre opposizione allo stesso Tribunale e non ricorso in Cassazione. Tuttavia, applicando il principio di conservazione degli atti, la Suprema Corte ha riqualificato il ricorso come opposizione e ha ordinato la trasmissione degli atti al Tribunale di Sorveglianza per una nuova decisione in udienza.
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Permesso premio: no al diniego basato solo sul passato del reo
Il Tribunale di Sorveglianza di Ancona aveva negato la concessione di un permesso premio a un detenuto condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidi. Il diniego si fondava esclusivamente sulla gravità dei reati passati e su una generica valutazione di pericolosità sociale, senza svolgere accertamenti aggiornati sui suoi attuali legami con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, annullando il provvedimento. I giudici di legittimità hanno stabilito che, anche per i reati ostativi, la pericolosità non può essere presunta in modo assoluto. Il giudice ha il dovere di compiere un'istruttoria approfondita e aggiornata, acquisendo informazioni recenti dagli organi antimafia, anziché basarsi solo su elementi storici o rimandare la verifica a future istanze. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.
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Collaborazione impossibile con la giustizia: stop ai ricorsi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato per reati associativi gravi. L'uomo chiedeva l'accertamento della collaborazione impossibile con la giustizia per accedere ai benefici penitenziari. Tuttavia, il Tribunale di sorveglianza aveva già respinto una richiesta identica con decisione passata in giudicato. La Suprema Corte ha chiarito che, nell'esecuzione penale, non è possibile riproporre le medesime questioni già decise senza apportare elementi di novità reali e sopravvenuti. Poiché il ricorrente si è limitato a criticare le vecchie sentenze senza presentare nuovi fatti, il principio del giudicato esecutivo impedisce un nuovo esame. Il ricorso è stato quindi rigettato con condanna alle spese.
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