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Art. 2697 Codice Civile — Sezione Seconda Civile

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2586 provvedimenti

Altri anni per Art. 2697 Codice Civile

Svendita immobiliare per debiti: la rescissione per lesione
Una venditrice cedeva diversi immobili per la somma di diecimila euro, a fronte di una stima peritale pari a quasi settantamila euro. La donna citava gli acquirenti chiedendo la rescissione per lesione del contratto, sostenendo di aver svenduto i beni a causa di una grave crisi economica sfruttata dalle controparti. I giudici di merito respingevano la domanda per mancanza di prove sull'approfittamento, negando tuttavia l'ammissione dei testimoni richiesti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della venditrice: anche una momentanea carenza di liquidita dimostra lo stato di bisogno e il giudice non puo rigettare la domanda per mancata prova dopo aver immotivatamente rifiutato le prove orali.
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Apertura di vedute su cortile: illegittime le nuove finestre
La vicenda nasce dalla contestazione sollevata dalla venditrice originaria di un appartamento contro i nuovi proprietari per l'abusiva apertura di vedute affacciate sul cortile esclusivo sottostante e la lesione del decoro dell'edificio. Gli acquirenti hanno sostenuto di aver acquistato il diritto al mantenimento delle finestre per usucapione o per destinazione del padre di famiglia, eccependo inoltre la mancata citazione di tutti i condomini. I giudici hanno respinto le tesi dei nuovi proprietari poiché le perizie tecniche e le planimetrie catastali d'acquisto hanno smentito la preesistenza delle aperture al momento della vendita. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna alla chiusura delle finestre: il singolo condomino può agire a tutela delle parti comuni senza coinvolgere l'intera compagine, e l'onere probatorio sull'usucapione ricade interamente su chi realizza l'opera illegittima.
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Cessione quote sociali: ricorso bocciato senza relata
Due familiari di alcuni soci promuovevano un giudizio contro una società costruttrice per ottenere la risoluzione di contratti preliminari di compravendita immobiliare e il pagamento delle relative penali. La società convenuta eccepiva la simulazione dei preliminari, sostenendo che tali atti servivano solo a garantire il saldo occulto pattuito per una cessione quote sociali avvenuta tra la società e gli stessi soci. Intervenuti in giudizio, i soci chiedevano il pagamento di tale importo residuo. La Corte d'Appello respingeva la domanda dei soci per difetto di prova circa l'effettivo credito. I soci impugnavano la pronuncia in sede di legittimità. La Corte di Cassazione ha dichiarato improcedibile il ricorso poiché i ricorrenti non hanno depositato la copia autentica della sentenza munita della relata di notifica.
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Risoluzione del preliminare di vendita: le sorti dell’immobile
Il Promissario Acquirente ottiene la consegna anticipata di una casa ma scopre la mancanza dell'abitabilità. Il Tribunale dichiara la risoluzione del preliminare di vendita per inadempimento del Venditore. Gli Eredi del Venditore chiedono il compenso per l'uso dell'immobile. La Corte d'Appello condanna l'Acquirente a versare un'indennità per tutto il periodo di disponibilità e rigetta la rivalutazione automatica degli acconti. La Corte di Cassazione conferma la decisione: l'obbligo di pagare i frutti dell'immobile occupato discende dagli effetti restitutori della risoluzione contrattuale, indipendentemente dalla colpa della parte venditrice.
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Contratto di appalto: vizi e acconti ignorati annullano il saldo
Una società committente si opponeva alle richieste di pagamento avanzate dall'impresa appaltatrice, lamentando l'abbandono del cantiere, la presenza di vizi e il mancato calcolo di acconti già versati per i lavori di ristrutturazione di un locale. La Corte d'Appello condannava la committente a saldare l'importo, travisando le risultanze della perizia tecnica e omettendo il computo dell'acconto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della committente. Gli ermellini hanno chiarito che nel contratto di appalto l'onere di dimostrare l'effettiva esecuzione e l'entità delle opere spetta all'appaltatore per tutte le voci contestate. Inoltre, costituisce errore revocabile in Cassazione ignorare quanto oggettivamente attestato dal perito d'ufficio in merito al parziale compimento dei lavori.
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Equa riparazione negata se la causa civile è temeraria
La Suprema Corte ha respinto la richiesta di una cittadina che chiedeva l'indennizzo per la durata irragionevole di una causa civile relativa alla servitù di passaggio su una stradina privata. La Corte di merito aveva negato l'equa riparazione per manifesta infondatezza e abuso del processo: la ricorrente conosceva l'insussistenza del proprio diritto, già esclusa da precedenti provvedimenti amministrativi. La Cassazione ha confermato che l'equa riparazione non spetta a chi promuove una causa sapendo di avere torto, anche in assenza di un'esplicita condanna per lite temeraria. La valutazione sulla consapevolezza dell'infondatezza spetta esclusivamente al giudice di merito.
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Compenso nel subappalto: il calcolo a misura batte le ore
Un committente conviene in giudizio un esecutore per ottenere l'accertamento negativo di un presunto debito per opere edili aggiuntive. L'esecutore richiede il pagamento calcolando il saldo in base alle ore di manodopera impiegate. Al contrario, l'appaltatore riconosce unicamente il calcolo a misura, già interamente liquidato. La Corte di Cassazione respinge le richieste dell'esecutore. I giudici chiariscono che il compenso nel subappalto si calcola normalmente a corpo o a misura, poiché l'appaltatore assume su di sé il rischio del tempo impiegato nell'opera. La quantificazione a tempo costituisce una deroga eccezionale. Di conseguenza, l'esecutore deve fornire la prova rigorosa di uno specifico accordo per il conteggio a ore. In mancanza di tale prova, prevale il criterio a misura meno oneroso per il committente.
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Violazione distanze legali: niente risarcimento senza prova
Una proprietaria cita in giudizio i vicini lamentando una presunta violazione distanze legali per un balcone e un garage. Durante il processo la donna vende l'immobile e i nuovi acquirenti rinunciano alla demolizione delle opere. La venditrice mantiene invece la richiesta economica. La Corte d'Appello condanna i vicini a pagare diecimila euro qualificando il danno come automatico, senza però svolgere alcuna perizia o istruttoria per verificare l'effettivo mancato rispetto dei limiti edilizi. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dei confinanti e cassa la sentenza: sebbene il danno patrimoniale possa considerarsi presunto, l'illecito materiale richiede sempre una prova rigorosa. Nessun indennizzo spetta senza la previa e certa verifica dell'abuso costruttivo.
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Servitù di passaggio valida ma prescritta se non usata
I proprietari di un immobile agiscono in giudizio per fare accertare l'esistenza di una servitù di passaggio, sia pedonale sia carrabile, a carico del fondo dei vicini, richiamando antichi atti di acquisto e l'usucapione. I proprietari del fondo servente si oppongono fermamente, eccependo l'estinzione del diritto per mancato esercizio ventennale. La Corte d'Appello riconosce il passaggio carrabile basandosi sui rogiti storici, ma trascura del tutto di verificare se tale diritto si sia estinto nel tempo per inutilizzo. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dei titolari del fondo servente, cassa la sentenza d'appello per vizio di omessa pronuncia e rinvia la causa a un nuovo giudice di merito per accertare l'effettivo non uso ventennale del transito.
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Risoluzione del contratto di appalto tra opere e pagamenti
Un appaltatore cita il committente per ottenere il saldo dei lavori di ristrutturazione. Il committente contesta l'incompleta esecuzione delle opere e deduce pagamenti parziali, chiedendo la risoluzione del contratto di appalto e il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione chiarisce che, in caso di mancato completamento dei lavori, opera la disciplina generale dell'inadempimento contrattuale: il committente non soggiace ai termini decadenziali brevi previsti per i vizi dell'opera. Al contempo, chi eccepisce pagamenti tramite assegni deve provarne l'effettivo incasso e il collegamento causale con il debito. La Suprema Corte accoglie sia le censure dell'appaltatore sulla ripartizione dell'onere della prova del pagamento, sia il ricorso del committente sul risarcimento danni non soggetto a decadenza breve, rinviando alla Corte d'Appello.
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Azione di rivendicazione: il proprietario deve provare i titoli
Gli eredi di un presunto proprietario hanno promosso un'azione di rivendicazione per ottenere il rilascio di un locale commerciale occupato da una famiglia da diversi decenni. Gli occupanti hanno replicato sostenendo di aver acquisito il bene per usucapione a partire dal 1965. La Corte d'Appello ha dato ragione agli eredi, ritenendo che la semplice richiesta di usucapione alleggerisse il dovere di dimostrare la proprietà. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione: chi agisce con l'azione di rivendicazione deve sempre fornire la prova rigorosa dei propri titoli di acquisto fino a risalire a un passaggio a titolo originario. La denuncia di successione fiscale non basta a certificare il diritto di proprietà. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza, rinviando la causa per un nuovo esame probatorio.
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Consulenza tecnica d’ufficio: vietate le prove fuori tempo
Un professionista chiedeva il pagamento di onorari per la ristrutturazione di un immobile, ma la società committente contestava gravi difetti progettuali. In primo grado il giudice respingeva la richiesta del tecnico per mancato deposito tempestivo dei documenti. La corte d'appello ribaltava la decisione e accoglieva le pretese del progettista, basandosi su una consulenza tecnica d'ufficio che aveva acquisito documenti mai prodotti prima dalle parti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società committente. La consulenza tecnica d'ufficio non può supplire all'inerzia delle parti raccogliendo prove tardive sui fatti principali della causa. Il perito d'ufficio non ha il potere di sanare la decadenza probatoria delle parti processuali.
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Ripartizione spese lastrico solare tra accordo e legge
Una condomina ha impugnato la delibera assembleare contestando il criterio legale applicato per la ripartizione spese lastrico solare. La donna sosteneva l'esistenza di un pregresso accordo transattivo che avrebbe posto tutti gli oneri futuri di manutenzione a carico esclusivo del precedente proprietario dell'area. I giudici di merito hanno respinto l'impugnazione rilevando che l'assemblea aveva soltanto conferito un mandato per trattare e che la successiva scrittura privata era stata firmata dall'ex proprietario quando aveva già venduto l'immobile. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il rigetto del ricorso. In assenza di una valida convenzione sottoscritta e approvata da tutti i partecipanti, le spese per la terrazza a uso esclusivo devono seguire la suddivisione per millesimi prevista dalla legge.
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Comproprietà del cortile: chiavi negate e lite tra vicini
La proprietaria di un immobile agisce in giudizio contro le vicine per ottenere il riconoscimento della comproprietà del cortile di accesso, dopo la sostituzione non autorizzata delle chiavi del cancello e l'occupazione abusiva dell'area con autovetture. Le vicine sostengono l'esclusiva titolarità dello spazio. La Corte d'Appello accerta la comunione del bene sulla base degli antichi atti notarili di provenienza e della funzione strutturale del passaggio. La Corte di Cassazione conferma integralmente la decisione, rigettando il ricorso delle vicine. I giudici stabiliscono che opera la presunzione di comproprietà del cortile comune anche tra edifici autonomi quando l'area fornisce aria, luce e accesso alle proprietà. Chi contesta la comunione ha l'onere di dimostrare la proprietà esclusiva mediante un valido titolo scritto.
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Responsabilità per inadempimento contrattuale: il motore fuso
Una automobilista ha ottenuto il risarcimento dei danni per la fusione del motore della propria vettura, causata dall'errato posizionamento di un tubo dell'acqua dopo un tagliando. L'officina ha fatto ricorso sostenendo che il controllo del tubo non rientrasse nei doveri del tagliando e contestando le prove testimoniali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità per inadempimento contrattuale dell'officina. I giudici hanno stabilito che verificare il corretto posizionamento dei tubi rientra nella manutenzione ordinaria del veicolo e non richiede accertamenti complessi. Di conseguenza, l'officina è stata condannata a risarcire la cliente e a pagare le spese legali.
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Occupazione esclusiva di immobile comune: paga solo dopo la causa
Due coeredi si scontrano per la divisione di un immobile e di un garage comune. Il Comproprietario chiede la divisione e una somma per l'uso esclusivo del garage da parte della Comproprietaria. I giudici di merito dispongono la divisione e condannano la donna a pagare un'indennità a partire dalla data di notifica della citazione, non essendoci state precedenti richieste scritte. Il Comproprietario ricorre in Cassazione lamentando una decorrenza anteriore dell'indennità e contestando la perizia tecnica. La Suprema Corte rigetta il ricorso, confermando che l'indennità per l'occupazione esclusiva di immobile comune spetta solo dal momento in cui il proprietario manifesta formalmente l'intenzione di utilizzare il bene, ossia dalla notifica dell'atto giudiziario in mancanza di diffide precedenti.
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Distanze legali tra costruzioni: demolito il terrazzo del vicino
Un'impresa immobiliare ha ampliato un terrazzo e un seminterrato, violando le distanze legali rispetto alla proprietà dei vicini. I giudici di merito hanno ordinato la demolizione della parte abusiva e il risarcimento dei danni ai vicini, quantificato in 1.000 euro all'anno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'impresa, confermando che l'ampliamento costituisce una nuova costruzione e non una semplice ristrutturazione. Di conseguenza, l'opera deve rispettare le distanze legali tra costruzioni vigenti al momento della sua realizzazione. La Corte ha inoltre confermato il diritto dei vicini al risarcimento del danno per il ridotto godimento della loro proprietà, che può essere dimostrato anche tramite semplici presunzioni. L'impresa immobiliare perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Termine per impugnare la sentenza: bozza contro registro
Due condomini impugnano una delibera dell'assemblea condominiale. Il Tribunale respinge la domanda. I condomini propongono appello, ma la Corte d'Appello lo dichiara inammissibile perché tardivo. I giudici di secondo grado calcolano la scadenza dalla prima data apposta sulla sentenza, ovvero il deposito della bozza, ignorando la data successiva del timbro di pubblicazione della cancelleria. I condomini ricorrono in Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che il termine per impugnare la sentenza decorre solo dal momento in cui il provvedimento viene ufficialmente inserito nel registro cronologico con un numero identificativo, diventando conoscibile. La sentenza impugnata viene cassata con rinvio alla Corte d'Appello per verificare l'effettiva data di registrazione.
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Usucapione di un terreno: la denuncia non ferma il verdetto
Un cittadino ha chiesto l'accertamento dell'avvenuto acquisto per usucapione di un terreno. I proprietari si sono opposti, sostenendo che i testimoni chiave fossero indagati per falsa testimonianza e chiedendo la sospensione del processo civile. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accolto la domanda di usucapione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dei proprietari. I giudici hanno chiarito che il processo civile non si sospende automaticamente per una denuncia penale contro i testimoni. Inoltre, l'assoluzione definitiva dei testimoni ha confermato la loro attendibilità. Vince il possessore del terreno, che mantiene la proprietà, mentre i precedenti proprietari devono pagare le spese legali.
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Incarico professionale verbale: va pagato il geometra
Un committente rifiuta di saldare il compenso a un geometra per la progettazione e ristrutturazione di un immobile, affermando di non aver mai firmato alcun contratto. Il geometra richiede e ottiene un decreto ingiuntivo. La Corte d'Appello accerta che l'incarico professionale verbale è valido e provato dalle deposizioni testimoniali del padre del committente e dei collaboratori dello studio. Il cliente ricorre in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove. La Suprema Corte rigetta il ricorso: la dimostrazione dell'incarico professionale verbale e l'attendibilità dei testimoni spettano al giudice di merito e non sono riesaminabili in sede di legittimità. Il committente deve pagare l'onorario e le spese di lite.
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