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Art. 2697 Codice Civile — Anno 2023

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3810 provvedimenti

Altri anni per Art. 2697 Codice Civile

Prova della consegna della merce: scontro tra fatture e dinieghi
Una società di escavazioni si è opposta a un decreto ingiuntivo per il pagamento di una fornitura di carburante, contestando di aver mai ricevuto la merce e disconoscendo genericamente tutti i documenti prodotti dalla controparte. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società opponente, confermando la decisione del Tribunale. I giudici hanno stabilito che il disconoscimento generico di tutti i documenti è inefficace e che i documenti provenienti da terzi mantengono un valore indiziario. Inoltre, la prova della consegna della merce può essere validamente fornita attraverso una valutazione globale e unitaria di più elementi, come fatture, documenti di trasporto e lettere di messa in mora non contestate, anche se singolarmente privi di autonoma efficacia probatoria diretta. Vince la società fornitrice, che ha diritto al pagamento.
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Inerenza dei costi deducibili: sì alla transazione per lite
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società la deduzione di 120.000 euro, versati per chiudere una lite civile legata a un illecito concorrenziale. L'ufficio riteneva il costo non deducibile. La Corte di Cassazione ha invece rigettato il ricorso del fisco, confermando la decisione del giudice d'appello. La Suprema Corte ha stabilito che la somma versata in transazione rappresenta una sopravvenienza passiva deducibile. Il principio cardine applicato riguarda l'inerenza dei costi deducibili: un costo è deducibile se è coerente e correlato all'attività imprenditoriale complessiva, anche se non genera direttamente ricavi immediati. Poiché la lite riguardava la concorrenza aziendale, il costo è pienamente inerente all'impresa. Di conseguenza, la società ha vinto la battaglia fiscale su questo specifico punto, mentre le altre richieste minori di entrambe le parti sono state respinte.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: il fisco vince sul penale
L'Amministrazione Finanziaria ha rettificato i redditi di un contribuente contestando l'utilizzo di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti emesse da ditte prive di struttura organizzativa. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato l'accertamento, valorizzando un'assoluzione penale e la regolarità formale dei pagamenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, chiarendo che l'assoluzione penale non vincola il giudice tributario a causa del principio del doppio binario. Inoltre, una volta che l'ufficio fornisce indizi gravi sulla fittizietà dei fornitori, spetta al contribuente dimostrare l'effettiva esistenza delle transazioni. La sola esibizione delle fatture o dei pagamenti tracciabili non è sufficiente a superare la presunzione di inesistenza. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Contributi di bonifica: la presunzione che ribalta le prove
I Contribuenti hanno impugnato una cartella esattoriale per il pagamento dei contributi di bonifica dovuti al Consorzio, sostenendo l'assenza di benefici per i loro immobili. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato la cartella, ritenendo che spettasse al Consorzio dimostrare l'effettivo vantaggio concreto. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Consorzio. I giudici hanno stabilito che l'esistenza di un piano di classifica approvato fa presumere il beneficio per gli immobili inclusi nel perimetro. Di conseguenza, spetta ai Contribuenti fornire la prova contraria per superare tale presunzione, a meno che non contestino specificamente la legittimità del piano stesso. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Stato contro precario: sì alla conversione del contratto a termine
Un lavoratore ha impugnato la successione di contratti a tempo determinato stipulati con una società pubblica nazionale, chiedendo la conversione del rapporto a tempo indeterminato per superamento dei limiti temporali. La Corte d'Appello aveva negato la conversione ritenendo la società un organismo pubblico esente da tale sanzione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il divieto di conversione si applica solo alle società pubbliche locali e non a quelle nazionali. Poiché la società non ha dimostrato l'assenza di procedure selettive trasparenti, si applica la disciplina del lavoro privato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato la nullità del termine e disposto la conversione del contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato, ordinando l'immediata riammissione in servizio del dipendente.
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Contratto di solidarietà: ferie piene anche se maturate prima
Un lavoratore ha contestato la trattenuta sullo stipendio effettuata dall'azienda per i giorni di ferie maturati durante un contratto di solidarietà ma goduti dopo la fine dell'ammortizzatore sociale. L'azienda sosteneva di poter pagare tali ferie in misura ridotta, proporzionata all'orario di lavoro ridotto del periodo di maturazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda. I giudici hanno stabilito che l'azienda non ha dimostrato di aver pagato l'intero importo dovuto e non poteva applicare unilateralmente la riduzione oraria dopo la scadenza del regime speciale. Il datore di lavoro decide il periodo di fruizione delle ferie e non può penalizzare il dipendente che le consuma al rientro a tempo pieno. Vince il lavoratore, con condanna dell'azienda alle spese di giudizio.
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Contratto di somministrazione: tra causali generiche e prove reali
Un lavoratore ha contestato la validità di cinque contratti di somministrazione di lavoro, chiedendo l'assunzione a tempo indeterminato presso l'azienda utilizzatrice. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ritenendo le causali dei contratti troppo generiche. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda. I giudici di legittimità hanno stabilito che il giudice di merito deve valutare singolarmente ogni contratto di somministrazione. In particolare, per i primi due contratti, le causali riguardavano la sostituzione di personale e un progetto specifico, elementi che la Corte d'Appello ha omesso di esaminare. La sentenza è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione dettagliata delle singole causali e delle prove testimoniali.
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Contratto a tempo determinato dei dirigenti: no al posto fisso
Una lavoratrice ha fatto causa a una fondazione chiedendo la trasformazione dei suoi contratti a termine in un rapporto stabile. La dipendente sosteneva di essere inquadrata come semplice funzionaria. Tuttavia, i giudici hanno accertato che le sue mansioni effettive erano quelle di un dirigente apicale, avendo la gestione complessiva dell'ente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per i manager non si applica il limite massimo di trentasei mesi previsto per i normali dipendenti. Di conseguenza, il contratto a tempo determinato dei dirigenti può durare fino a cinque anni senza trasformarsi in un impiego fisso. La lavoratrice ha perso la causa ed è stata condannata a pagare le spese legali.
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Usucapione di un immobile: perché l’uso tollerato non basta
Il Ricorrente ha richiesto l'usucapione di un immobile rivendicando la comproprietà della casa di famiglia. I Nipoti, attuali proprietari del bene acquistato dal Fratello del Ricorrente, si sono opposti alla domanda. I giudici di merito hanno rigettato la richiesta per mancanza di prove sul possesso esclusivo e sulla trasformazione della detenzione in possesso utile. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso. Il Ricorrente non ha dimostrato di aver compiuto atti di opposizione contro il proprietario prima del 1996. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna del Ricorrente per lite temeraria e lo ha condannato a pagare le spese di giudizio.
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Parità di trattamento retributivo: precari battono l’ente
Un gruppo di dirigenti assunti a tempo determinato da un ente pubblico regionale ha richiesto il riconoscimento dello stesso stipendio percepito dai colleghi di ruolo. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo che i lavoratori dovessero dimostrare la somiglianza delle mansioni e giustificando la disparità con l'assunzione per chiamata diretta. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei lavoratori, stabilendo che spetta al datore di lavoro dimostrare le ragioni oggettive di una disparità di stipendio tra personale a termine e di ruolo con lo stesso inquadramento. La sentenza ribadisce il principio della parità di trattamento retributivo, annullando la decisione precedente e disponendo un nuovo giudizio.
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Contributi consortili: la presunzione di beneficio è decisiva
Una proprietaria ha impugnato le richieste di pagamento per contributi consortili inviate dal Consorzio di Bonifica per gli anni dal 2012 al 2017. La contribuente sosteneva che il Consorzio dovesse dimostrare il vantaggio concreto ottenuto dai suoi terreni grazie alle opere di bonifica. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, se esiste un piano di classifica approvato e gli immobili rientrano nel perimetro del consorzio, il beneficio si presume esistente. Spetta quindi alla proprietaria dimostrare l'assenza totale di vantaggi, prova che non può essere fornita con una semplice perizia che descrive allagamenti temporanei. La ricorrente perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Opposizione a decreto di liquidazione: tardiva senza notifica
Il Tribunale di Roma ha dichiarato inammissibile l'opposizione del Pubblico Ministero contro il decreto di liquidazione dei compensi emesso a favore di un avvocato per la difesa di un cittadino straniero. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di non aver mai ricevuto la notifica formale del provvedimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando l'inammissibilità. I giudici hanno chiarito che, anche in mancanza di comunicazione ufficiale, si applica il termine lungo di decadenza previsto dall'articolo 327 del codice di procedura civile. Di conseguenza, l'opposizione a decreto di liquidazione presentata oltre un anno dopo il deposito del provvedimento è tardiva. L'avvocato conserva quindi il diritto al compenso liquidato, mentre il ricorso della Procura viene definitivamente respinto senza condanna alle spese processuali.
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Contributi di bonifica: la presunzione batte la contestazione
Un consorziato ha contestato la richiesta di pagamento per contributi di bonifica, sostenendo che l'ente impositore dovesse provare il beneficio concreto ricevuto dal suo terreno e che l'avviso fosse nullo per mancata indicazione del tipo di coltura praticata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Consorzio, stabilendo che, in presenza di un piano di classifica approvato, il beneficio per i fondi inclusi nel perimetro si presume. Spetta quindi al contribuente fornire la prova contraria. Inoltre, l'avviso di pagamento non deve necessariamente indicare la coltura specifica se fa riferimento al regolamento consortile, conoscibile per pubblicità legale. La Suprema Corte ha così rigettato il ricorso originario del contribuente, confermando la legittimità della pretesa tributaria.
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Rettifica del valore doganale: i dati statistici non bastano
L'Ufficio Doganale ha emesso un avviso di rettifica del valore doganale contro una società importatrice, rideterminando il valore delle merci solo sulla base dei dati statistici della banca dati COGNOS-MERCE. La società ha impugnato l'atto e i giudici di merito le hanno dato ragione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'amministrazione, confermando che l'ufficio non può basare i propri dubbi e la rettifica esclusivamente su dati statistici residuali. L'amministrazione deve rispettare l'ordine gerarchico dei metodi di valutazione doganale e attivare un reale contraddittorio con il contribuente prima di modificare il valore dichiarato. Di conseguenza, l'importatore vince definitivamente la causa e l'amministrazione viene condannata a pagare le spese legali.
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Onere della prova dei costi deducibili: vince il Fisco
Una società immobiliare ha impugnato un avviso di accertamento con cui l'Amministrazione finanziaria recuperava a tassazione Ires e Iva. L'ufficio contestava la deduzione di costi per l'acquisto e la ristrutturazione di un immobile, ritenendo l'operazione soggettivamente inesistente. La Commissione Tributaria Regionale ha dato ragione al Fisco, evidenziando che le spese si riferivano ad altri interventi edilizi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che l'onere della prova dei costi deducibili spetta interamente al contribuente. Non basta registrare la spesa in contabilità: occorre presentare documenti di supporto che ne dimostrino l'effettiva inerenza e la coerenza economica rispetto all'attività d'impresa. Di conseguenza, la società perde definitivamente la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Rimborso imposte sisma: il Fisco vince contro l’erede
L'erede di un contribuente ha richiesto il rimborso imposte sisma pari al 90% delle imposte versate per gli anni 1990-1992 in Sicilia. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'assenza di una valida istanza di rimborso e la mancanza di prove sui versamenti effettuati. La Commissione Tributaria Regionale ha ritenuto tali contestazioni inammissibili perché presentate solo in appello. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco, chiarendo che l'assenza di un'istanza formale rende la domanda improponibile, vizio rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado. Inoltre, la contestazione sui pagamenti costituisce una mera difesa, sempre proponibile dall'Amministrazione. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Definizione agevolata: stop alla lite tra fisco e contribuente
L'Amministrazione Finanziaria ha rettificato la plusvalenza dichiarata da un contribuente per la vendita di terreni lottizzati, richiedendo maggiori imposte. Dopo le decisioni favorevoli al contribuente nei primi gradi di giudizio, l'ufficio ha proposto ricorso in Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, il contribuente ha presentato domanda di definizione agevolata ai sensi del decreto legge 119 del 2018, pagando l'importo dovuto. Entrambe le parti hanno quindi richiesto l'estinzione del giudizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato cessata la materia del contendere, ponendo le spese a carico di chi le ha anticipate, confermando l'efficacia della sanatoria fiscale che estingue definitivamente la lite tra fisco e contribuente.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: fisco battuto in Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha notificato tre avvisi di accertamento a una società, contestando la detrazione IVA per presunte operazioni soggettivamente inesistenti legate alla costruzione di un capannone. Secondo il fisco, le imprese appaltatrici erano prive di struttura e personale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società contribuente. I giudici hanno stabilito che l'amministrazione finanziaria non può limitarsi a dimostrare la fittizietà dei fornitori. Il fisco deve anche provare che il contribuente sapesse, o potesse sapere con l'ordinaria diligenza, di partecipare a un'evasione fiscale. Inoltre, la Corte ha chiarito che il termine di trenta giorni per costituirsi in giudizio decorre dalla ricezione dell'atto e non dalla sua spedizione. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Onere della prova nei rapporti bancari: la banca batte il cliente
Un'azienda correntista ha citato in giudizio una banca per ottenere la restituzione di somme addebitate illegittimamente a titolo di anatocismo. L'azienda non ha depositato gli estratti conto nei termini di legge, spingendo il tribunale a ordinare alla banca l'esibizione dei documenti. La Corte di Cassazione ha chiarito le regole sull'onere della prova nei rapporti bancari: il cliente che chiede la restituzione delle somme deve produrre tutti gli estratti conto. L'ordine di esibizione è uno strumento residuale e non può rimediare alla negligenza della parte che possedeva già i documenti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha accolto il ricorso della banca, annullando la decisione precedente e disponendo il rinvio della causa per un nuovo giudizio.
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Rimborso IRAP: il fisco perde contro il commercialista sindaco
Un commercialista ha richiesto il rimborso IRAP versato per l'anno 2011, sostenendo l'assenza di un'autonoma organizzazione. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato la richiesta. I giudici di merito hanno accolto parzialmente la domanda del professionista, limitatamente ai compensi derivanti dall'attività di sindaco di società, ritenendoli scorporabili dal resto dei redditi professionali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del fisco, confermando che i compensi per la carica di sindaco non sono soggetti a tassazione se possono essere chiaramente separati dalle altre entrate dello studio. Il contribuente ottiene così il rimborso delle somme indebitamente versate per tale specifica attività.
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