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Art. 2697 Codice Civile — Anno 2023

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3810 provvedimenti

Altri anni per Art. 2697 Codice Civile

Tasse sui dividendi: il beneficiario effettivo batte il Fisco
Una società assicuratrice estera ha chiesto il rimborso delle ritenute subite sui dividendi azionari italiani, percepiti tramite fondi di investimento. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso, sostenendo che i dividendi fossero stati pagati ai fondi e non direttamente alla società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che i fondi di investimento non hanno un'autonoma personalità giuridica. Di conseguenza, la società estera deve essere considerata il vero beneficiario effettivo dei dividendi, avendo la piena disponibilità giuridica ed economica delle somme. La Corte ha chiarito che l'autocertificazione presentata in sede amministrativa ha valore di prova e che la figura del beneficiario effettivo serve a distinguere le reali attività economiche dalle società di comodo create solo per risparmiare sulle tasse.
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Rimborso IVA: l’errore sulla fattura blocca la nota di credito
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a un contribuente la detrazione dell'imposta effettuata tramite una nota di credito, emessa per annullare un acconto su forniture mai realizzate. Secondo il fisco, l'operazione originaria era un finanziamento escluso dall'imposta. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ufficio tributario, stabilendo un principio fondamentale per il Rimborso IVA. I giudici hanno chiarito che è indispensabile qualificare la natura dell'operazione. Se l'operazione è imponibile, il rimborso richiede la verifica dei presupposti della variazione in diminuzione. Se invece l'operazione è fuori campo IVA, il rimborso è soggetto al termine di decadenza di due anni. La sentenza di appello è stata quindi cassata con rinvio.
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Accollo del debito: l’azienda non può revocare il pagamento delle spese legali
L'Azienda si era impegnata, tramite delibera, a pagare le spese legali del proprio Amministratore per un processo penale legato alla sua carica. Il difensore ha inviato le fatture direttamente all'Azienda, che ha pagato le prime due, ma ha poi cercato di revocare l'impegno. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'accordo costituisce un accollo del debito. L'invio delle fatture da parte del legale e il pagamento parziale da parte dell'Azienda dimostrano l'adesione del creditore per comportamento concludente. Di conseguenza, l'accordo è diventato irrevocabile e l'Azienda è obbligata a pagare il saldo residuo delle spese legali.
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Sì al rimborso delle ritenute sui dividendi: sconfitto il Fisco
Una società assicuratrice estera ha richiesto il rimborso delle ritenute sui dividendi italiani percepiti tramite fondi di investimento. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso, sostenendo che i dividendi fossero stati pagati ai fondi e non direttamente alla società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando il diritto al rimborso delle ritenute sui dividendi. I giudici hanno stabilito che i fondi di investimento non hanno un'autonoma soggettività giuridica e che la società estera è il reale beneficiario effettivo dei proventi, avendo la piena disponibilità economica delle somme. Di conseguenza, l'amministrazione finanziaria deve restituire le imposte trattenute in eccesso.
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Contestazione della titolarità del rapporto: stop ai rimborsi
Una fondazione assistenziale ha chiesto il pagamento di oltre tre milioni di euro a un'azienda sanitaria per prestazioni erogate a favore di disabili. L'azienda sanitaria si è difesa eccependo la scadenza del progetto regionale e la conseguente inefficacia dei contratti attuativi. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda della fondazione, ritenendo che le prestazioni fossero state eseguite senza un valido titolo contrattuale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della fondazione. I giudici hanno chiarito che la contestazione della titolarità del rapporto obbligatorio costituisce una mera difesa. Pertanto, tale difesa è proponibile in ogni stato e grado del giudizio ed è rilevabile d'ufficio dal giudice. La fondazione è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali.
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Revocatoria fallimentare: aeroporti devono restituire i pagamenti
Le Compagnie Aeree in Amministrazione Straordinaria hanno promosso un'azione di revocatoria fallimentare contro il Gestore Aeroportuale e la Società di Handling per recuperare i pagamenti ricevuti nel periodo precedente alla dichiarazione di insolvenza. I creditori sostenevano di non conoscere lo stato di crisi e che i diritti aeroportuali non fossero revocabili. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi dei creditori, confermando che la pubblicazione dei bilanci in perdita e il mancato rispetto di un piano di rientro provavano la conoscenza del dissesto. Inoltre, le somme riscosse a titolo di tasse aeroportuali entrano nel patrimonio delle compagnie e sono soggette a revocatoria fallimentare. Il Gestore Aeroportuale e la Società di Handling sono stati condannati a restituire le somme ricevute.
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Multa annullata: stop alla compensazione delle spese legali
Un cittadino riceveva dal Comune una multa di 220,50 euro per aver abbandonato dei cartoni fuori dai cassonetti dell'isola ecologica. Il Giudice di pace annullava la sanzione per mancanza di prove certe sulla sua responsabilità, ma disponeva la compensazione delle spese legali, obbligando il cittadino a pagarsi il proprio avvocato nonostante la vittoria. Il Tribunale confermava la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del cittadino, stabilendo che la compensazione delle spese legali è ammessa solo in casi tassativi, come la novità della questione o gravi ed eccezionali ragioni. L'insufficienza di prove non rientra in queste ipotesi. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza, rinviando la causa al Tribunale per una nuova decisione sulle spese.
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Servitù di scarico negata: l’accordo sui confini non basta
Un'azienda agricola ha chiesto il riconoscimento di una servitù di scarico per i reflui industriali sul canale del vicino, basandosi su un accordo del 1938 e sull'usucapione ventennale. Il vicino ha negato l'esistenza di tale diritto. I giudici di merito hanno respinto le richieste dell'azienda per mancanza di prove sul possesso ventennale e perché l'accordo storico regolava solo i confini. In appello, l'azienda ha tentato di chiedere una servitù coattiva per fondo intercluso, ma la richiesta è stata dichiarata inammissibile perché tardiva. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che l'azione per accertare una servitù esistente e quella per costituirne una nuova coattiva sono completamente diverse. L'azienda agricola ha perso la causa e deve pagare le spese legali.
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Diritto all’assunzione: l’accordo sindacale non basta
Due piloti hanno fatto causa alla nuova azienda subentrante per ottenere il diritto all'assunzione, basandosi su un accordo sindacale che prevedeva un numero minimo di assunzioni dalla vecchia società in crisi. I lavoratori sostenevano che, non essendo stata raggiunta la quota minima, l'azienda avesse l'obbligo di assumerli automaticamente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'accordo collettivo costituisce un contratto a favore di terzi. Di conseguenza, spetta al singolo lavoratore l'onere della prova: egli deve dimostrare non solo di possedere i requisiti previsti, ma deve anche confrontare la propria posizione con quella degli altri potenziali candidati per provare che la scelta sarebbe dovuta ricadere proprio su di lui. I piloti hanno quindi perso la causa.
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Contratto di locazione scritto: vince l’inquilino contro l’ente
L'Assegnataria di un alloggio popolare si opponeva all'ingiunzione di pagamento per i canoni di un garage, sostenendo che fosse incluso nel contratto di locazione scritto principale. La Corte d'appello aveva invece ipotizzato un separato contratto verbale. Dopo una prima pronuncia di improcedibilità in Cassazione per un vizio di notifica, la Suprema Corte accoglie il ricorso per revocazione dell'Assegnataria, rilevando un errore di percezione dei giudici sulle notifiche. Nel merito, la Cassazione stabilisce che per la Pubblica Amministrazione vige l'obbligo della forma scritta e che il contratto di locazione scritto originario includeva espressamente il garage, escludendo accordi verbali successivi. La sentenza d'appello viene cassata con rinvio.
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Diritto alla provvigione: il venditore paga anche senza contratto
Un proprietario immobiliare si è opposto al pagamento del compenso richiesto da un agente immobiliare per la vendita del suo immobile, sostenendo l'esistenza di un accordo verbale che poneva la spesa a carico esclusivo dell'acquirente. La Corte d'Appello ha invece riconosciuto il diritto alla provvigione del mediatore, quantificandola al 3% sulla base delle testimonianze raccolte. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del proprietario, confermando che il diritto alla provvigione sorge con la conclusione dell'affare, ossia quando si crea un vincolo giuridico tra le parti. In mancanza di patti scritti, la misura del compenso può essere provata anche tramite testimonianze o determinata dal giudice secondo equità e usi locali.
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Ricognizione di debito: il medico perde la causa contro la ASL
Un medico convenzionato ha chiesto il pagamento di prestazioni straordinarie svolte per commissioni mediche. L'Azienda Sanitaria si è opposta, evidenziando la mancanza di prove sulle ore effettive. Il medico ha presentato prospetti firmati dal dirigente dell'unità operativa, invocando una ricognizione di debito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del medico, confermando che la ricognizione di debito da parte di una Pubblica Amministrazione richiede la forma scritta solenne e deve provenire da un organo con poteri di rappresentanza esterna. I semplici prospetti interni non confermati da delibere aziendali non sono sufficienti. Il medico perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Servitù coattiva di passaggio: nullo il transito non trascritto
Il proprietario di un fondo intercluso chiedeva l'ampliamento di una servitù coattiva di passaggio per transitarvi con mezzi meccanici. Tuttavia, durante il primo giudizio, il terreno servente veniva venduto a un terzo acquirente, il quale trascriveva l'acquisto prima della trascrizione della domanda giudiziale di servitù. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del nuovo acquirente, stabilendo che la precedente sentenza non gli era opponibile. Inoltre, i proprietari del fondo intercluso avrebbero dovuto citare in giudizio tutti i proprietari dei fondi intermedi (litisconsorzio necessario) e dimostrare la natura pubblica della via di sbocco, non potendosi limitare a chiedere l'estensione della vecchia sentenza non trascritta. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello.
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Usucapione di un terreno: la cura batte il disinteresse
Una società e i proprietari di un cortile confinante si sono scontrati in tribunale per stabilire il confine tra le loro proprietà. Il giudice d'appello ha assegnato una striscia di terreno alla società, escludendo l'usucapione di un terreno a favore dei vicini. Secondo i giudici di secondo grado, le attività di giardinaggio e manutenzione svolte dai vicini non erano sufficienti a dimostrare il possesso esclusivo. La Corte di Cassazione ha però ribaltato questa decisione. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice non può rifiutare le prove testimoniali basandosi su regole astratte. Bisogna valutare la natura concreta del bene: per una striscia di terra piccolissima, la manutenzione e la cura possono essere l'unico modo concreto di esercitare il possesso. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame delle prove.
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Ricognizione di debito: medico perde la causa contro l’ASL
Il Lavoratore, un medico, ha chiesto tramite decreto ingiuntivo il pagamento di compensi per la partecipazione a commissioni mediche fuori dall'orario di lavoro. L'Azienda Sanitaria ha fatto opposizione, sostenendo che i prospetti riepilogativi delle ore non fossero prove idonee. La Corte d'Appello ha revocato il decreto ingiuntivo, escludendo che tali prospetti potessero valere come ricognizione di debito. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del medico. I giudici hanno chiarito che la ricognizione di debito da parte di una Pubblica Amministrazione richiede la forma scritta ad substantiam e deve provenire da un organo con potere di rappresentanza esterna, non potendo consistere in semplici prospetti interni o atti privi di approvazione formale.
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Supercondominio: posti auto privati o passaggio comune?
Alcuni proprietari di villette a schiera hanno chiesto al giudice di vietare a una vicina il passaggio su un'area scoperta destinata a parcheggio. I proprietari sostenevano di avere l'uso esclusivo di tale spazio e che l'edificio della vicina fosse del tutto estraneo al loro complesso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'area fa parte di un Supercondominio. Questo istituto nasce automaticamente quando più edifici autonomi condividono materialmente beni o servizi necessari, come i viali di accesso. Di conseguenza, si applica la presunzione di comunione dei beni e la vicina ha il pieno diritto di transitare sulla strada comune per raggiungere la via pubblica. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese di giudizio.
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Opposizione a decreto di liquidazione: tardiva dopo due anni
Il Tribunale di Roma dichiarava inammissibile l'opposizione proposta dalla Procura della Repubblica contro il decreto di liquidazione dei compensi spettanti a un avvocato per l'attività svolta in regime di patrocinio a spese dello Stato. La Procura ricorreva in Cassazione, sostenendo di non aver mai ricevuto la formale comunicazione del provvedimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando l'inammissibilità per tardività. I giudici hanno chiarito che all'opposizione a decreto di liquidazione si applica il termine lungo di impugnazione previsto dall'articolo 327 del codice di procedura civile, che decorre dalla pubblicazione del provvedimento. Nel caso specifico, tra l'emissione del decreto (2018) e il ricorso (2020) erano trascorsi oltre due anni, superando ampiamente la scadenza di legge.
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Opposizione a decreto di liquidazione: Procura fuori tempo
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura della Repubblica contro l'ordinanza del Tribunale di Roma. Il caso riguarda l'opposizione a decreto di liquidazione dei compensi spettanti a un avvocato per l'attività svolta con il patrocinio a spese dello Stato. La Procura aveva contestato il provvedimento oltre i termini. La Suprema Corte ha chiarito che, anche in mancanza di una formale comunicazione del decreto, si applica il termine lungo di impugnazione previsto dall'articolo 327 del codice di procedura civile. Poiché il decreto era del 2018 e l'opposizione è stata presentata nel 2020, il termine era ampiamente decorso. Di conseguenza, l'opposizione è stata dichiarata definitivamente inammissibile per tardività, confermando il diritto del difensore a ricevere il compenso liquidato.
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Patrocinio a spese dello Stato: ricorso tardivo e compensi salvi
L'Ufficio del Pubblico Ministero ha impugnato il decreto di liquidazione dei compensi spettanti a un difensore per l'attività svolta con il patrocinio a spese dello Stato. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile l'opposizione perché presentata oltre i trenta giorni dalla comunicazione del provvedimento. La Procura ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di non aver mai ricevuto la notifica formale del decreto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando l'inammissibilità dell'opposizione. I giudici hanno chiarito che, anche in mancanza di comunicazione ufficiale, si applica il termine lungo di sei mesi dal deposito del provvedimento previsto dall'articolo 327 del codice di procedura civile. Poiché l'opposizione è stata depositata quasi due anni dopo il deposito del decreto di liquidazione, il ricorso è stato dichiarato definitivamente inammissibile.
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Preavviso di recesso: stop ai tagli arbitrari del produttore
Un'azienda automobilistica ha interrotto il rapporto con i suoi concessionari applicando un preavviso di recesso ridotto a un anno invece dei due previsti, giustificandolo con la necessità di riorganizzare la rete di vendita. I concessionari hanno contestato la decisione, sostenendo che l'azienda volesse in realtà smantellare l'intera rete e non riorganizzarla. La Corte d'Appello aveva dato ragione al produttore, ritenendo la scelta imprenditoriale insindacabile. La Cassazione ha invece accolto il ricorso dei concessionari, stabilendo che spetta al produttore dimostrare l'effettiva necessità e realtà della riorganizzazione per poter beneficiare del preavviso ridotto. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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