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Art. 240-bis Codice Penale — Anno 2022

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241 provvedimenti

Altri anni per Art. 240-bis Codice Penale

Confisca allargata: limiti del giudice e tutela dei beni
La vicenda riguarda un provvedimento di esecuzione penale che disponeva la confisca allargata di numerosi immobili a carico di un condannato e dei suoi familiari. Parallelamente, un procedimento di prevenzione patrimoniale ha confiscato in via definitiva la quasi totalità di tali beni allo Stato, facendo decadere l'interesse dei ricorrenti a proseguire l'impugnazione penale. Per un solo immobile residuo, tuttavia, la Corte territoriale aveva confermato il vincolo introducendo a sorpresa un nuovo reato grave nella fase di opposizione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per i beni già persi definitivamente in sede di prevenzione. Al contempo, i giudici di legittimità hanno accolto il ricorso sul singolo immobile, vietando al giudice dell'esecuzione di peggiorare le accuse a carico della difesa senza un preventivo contraddittorio.
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Sequestro preventivo per confisca: stop ai blocchi aziendali
I giudici di merito hanno disposto il sequestro preventivo per confisca su beni mobili, immobili e complessi aziendali di un'imprenditrice, imputata per riciclaggio e reati tributari insieme al marito, condannato per associazione mafiosa. La misura ha colpito l'intero patrimonio familiare presumendo una sproporzione reddituale globale. L'interessata ha proposto ricorso denunciando l'assenza di un nesso tra l'attività d'impresa e il crimine organizzato, oltre alla mancata motivazione sul pericolo di dispersione dei beni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando con rinvio l'ordinanza. I giudici hanno chiarito che il sequestro di un'intera azienda richiede la prova specifica della matrice illecita dell'attività e la dimostrazione del concreto rischio nel ritardo, nel pieno rispetto del principio di proporzionalità costituzionale.
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Confisca allargata: condanna ferma ma conti da riesaminare
L'imputato ha subito una condanna per reati legati agli stupefacenti, armi e ricettazione, con contestuale applicazione della confisca allargata sui conti bancari. Il ricorrente ha impugnato la decisione contestando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, il calcolo della pena e il sequestro del denaro, documentando che le somme derivavano da lecite donazioni familiari. La Corte di Cassazione ha respinto i motivi relativi alla pena e alle attenuanti, confermando la legittimità della sanzione vicina ai minimi edittali. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno accolto il ricorso sul vincolo patrimoniale: la sentenza d'appello ha omesso di esaminare i documenti bancari e le testimonianze che attestavano la provenienza lecita del denaro. La Suprema Corte ha quindi annullato la confisca allargata con rinvio per un nuovo esame dei beni.
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Revocazione della confisca di prevenzione e giudicato penale
Un cittadino ha richiesto la revocazione della confisca di prevenzione applicata su due terreni adibiti a parcheggio. La difesa ha sostenuto che redditi leciti da cariche pubbliche giustificassero la sproporzione economica originaria. Tuttavia, la Corte di Appello ha dichiarato inammissibile l'istanza e la Corte di Cassazione ha confermato la decisione. I medesimi immobili risultavano già confiscati in via definitiva nel processo penale per associazione mafiosa come pertinenze aziendali. La revocazione della confisca di prevenzione non può scalfire il giudicato penale ordinario. Il ricorrente non ha alcun interesse pratico all'impugnazione, dato che i beni restano comunque acquisiti allo Stato.
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Reato di usura tra spese occulte e false vie legali
Un intermediario finanziario concedeva finanziamenti applicando tassi d'interesse illegali e addebitando ingenti spese di apertura pratica. Per ottenere il recupero dei crediti viziati da condizioni illecite, il creditore minacciava i debitori, anche tramite diffide legali. La Corte d'Appello condannava l'imputato per plurimi episodi di usura ed estorsione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna penale e le confische patrimoniali. I giudici hanno chiarito che nel reato di usura il calcolo del tasso soglia deve includere ogni costo accessorio e spesa di istruttoria collegata all'erogazione del denaro. Inoltre, richiedere la restituzione di somme usurarie con minacce costituisce estorsione, anche se attuata prospettando azioni legali apparentemente legittime.
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Sequestro preventivo per sproporzione: contanti senza reddito
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo per sproporzione di oltre 55.000 euro in contanti rinvenuti durante una perquisizione domiciliare a carico di due persone indagate per detenzione di stupefacenti. La difesa sosteneva la provenienza lecita del denaro attraverso regalie dei genitori e modesti redditi da lavoro, lamentando inoltre l'assenza di un legame diretto tra i soldi e il reato contestato. I giudici di legittimità hanno respinto i ricorsi, stabilendo che per applicare tale misura cautelare non serve dimostrare il nesso di pertinenzialità con il reato, ma è sufficiente accertare l'evidente sproporzione tra la somma trovata e i redditi minimi dichiarati dagli indagati, unita a spiegazioni inattendibili sulla provenienza dei fondi.
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Lieve entità spaccio: stop a calcoli solo sul peso e confisca
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imputato condannato per reati di droga e resistenza. La difesa ha contestato la mancata applicazione della lieve entità spaccio per 45 grammi di hashish e la confisca di mille euro. I giudici di merito avevano negato l'attenuante basandosi solo sul peso della sostanza e avevano confiscato il denaro nonostante l'assoluzione per quel singolo episodio. La Suprema Corte ha accolto entrambi i motivi. I giudici hanno stabilito che il solo peso non esclude la lieve entità se mancano strutture organizzate. Inoltre, la confisca del denaro richiede un collegamento diretto con un reato accertato. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per la rideterminazione della pena ed è stata ordinata la restituzione immediata dei contanti all'imputato.
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Redditi minimi e auto di lusso: legittima la confisca allargata
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di un'autovettura di lusso del valore di oltre 40.000 euro acquistata da un indagato per spaccio di sostanze stupefacenti. I giudici hanno accertato una palese sproporzione tra il prezzo del veicolo e i redditi minimi dichiarati dal nucleo familiare, gravato peraltro da spese di mantenimento per moglie e figli. L'indagato non ha dimostrato la provenienza lecita delle somme impiegate. Di conseguenza, la Suprema Corte ha ritenuto pienamente legittima l'applicazione della confisca allargata.
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Confisca allargata per stupefacenti: legittimo il sequestro
Un imputato ha concordato una pena tramite patteggiamento per il reato di detenzione di droga non di lieve entità. Il Tribunale ha disposto la confisca allargata per stupefacenti di 750 euro trovati in suo possesso. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che la mera detenzione non permettesse di sottrarre il denaro, non essendovi prova di attività di spaccio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, nelle ipotesi gravi di droga, il denaro può essere confiscato se l'imputato non dimostra la provenienza lecita delle somme e risulta privo di redditi o di un lavoro ufficiale. L'uomo ha perso definitivamente la somma e ha ricevuto una condanna al pagamento di 3.000 euro alla Cassa delle ammende.
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Confisca per sproporzione: lecito il sequestro di contanti
Un uomo ha concordato una pena per detenzione illecita di oltre 340 grammi di hashish. Il Tribunale ha applicato la pena e ha disposto la confisca per sproporzione della somma di oltre 550.000 euro in contanti. L'imputato ha contestato il provvedimento davanti alla Corte di Cassazione, lamentando una carenza di motivazione sui requisiti patrimoniali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il giudice di merito ha motivato adeguatamente la decisione, evidenziando il netto contrasto tra la somma rinvenuta e i redditi leciti dell'uomo. Le testimonianze dei dipendenti dell'attività commerciale di famiglia hanno escluso la presenza di simili giacenze di cassa lecite.
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Spaccio lieve: illegittima la confisca del denaro
Un cittadino ha patteggiato la pena per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. Il Tribunale ha disposto anche la confisca del denaro sequestrato, pari a 2.500 euro. La difesa ha impugnato la misura, dimostrando la lecita provenienza dei contanti dalla cessione di un'attività commerciale e l'assenza di collegamenti con lo spaccio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando la decisione senza rinvio. I giudici hanno stabilito che la confisca del denaro è illegittima in assenza della prova che la somma costituisca il profitto o il provento diretto della specifica condotta contestata. Il denaro deve pertanto essere interamente restituito all'avente diritto.
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Confisca allargata dei beni: soldi della madre ma del figlio
La madre di un uomo condannato per narcotraffico ha chiesto la revoca del sequestro di risparmi, investimenti e di un'autovettura a lei formalmente intestati. I magistrati hanno respinto la richiesta a causa della palese sproporzione economica tra il reddito mensile della donna, pari a circa millecinquecento euro, e l'ingente patrimonio accumulato. Le conversazioni telefoniche intercettate hanno provato che il figlio gestiva direttamente il denaro e impiegava il veicolo per le attività dell'organizzazione criminosa. La Corte di Cassazione ha confermato la confisca allargata dei beni e ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché l'ordinamento non richiede la prova del legame causale diretto con i singoli reati quando emerge la disponibilità effettiva del patrimonio in capo al condannato.
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Contanti e reddito zero: confisca per sproporzione confermata
Un imputato ha concordato una pena tramite patteggiamento per reati legati agli stupefacenti, subendo il sequestro e la confisca di oltre 31.000 euro in contanti. L'uomo ha impugnato il verdetto davanti alla Corte di Cassazione, lamentando la mancata assoluzione e contestando il blocco del denaro. I giudici supremi hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La legge stabilisce limiti rigorosi per impugnare le sentenze concordate. L'imputato non ha fornito alcuna prova sulla provenienza lecita del denaro contante, né risultava svolgere attività lavorativa con redditi dichiarati in Italia. La Suprema Corte ha confermato la confisca per sproporzione e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione di tremila euro.
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Detenzione di droga e confisca del denaro: no al sequestro facile
I Giudici di merito avevano condannato due persone per la detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità, disponendo contestualmente la confisca del denaro trovato nella loro disponibilità durante la perquisizione. La difesa ha impugnato la decisione, evidenziando che l'accusa riguardava esclusivamente il possesso della sostanza e non pregresse attività di spaccio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca del denaro richiede un legame diretto tra la somma sequestrata e lo specifico illecito contestato. Di conseguenza, i Giudici hanno revocato la misura e ordinato l'immediata restituzione del denaro agli aventi diritto.
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Spaccio e confisca del denaro: illegittima senza prove
Un uomo ha concordato una pena per detenzione illecita di circa due chilogrammi di hashish. Il giudice di primo grado ha disposto anche la confisca del denaro trovato in suo possesso. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione contestando sia la qualificazione del fatto sia la sottrazione del denaro. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il motivo relativo al reato ma ha accolto le doglianze sulla misura patrimoniale. La confisca del denaro non può basarsi automaticamente sulla presunzione che le somme derivino dallo spaccio quando l'accusa riguarda la semplice detenzione della droga e non pregresse cessioni. I giudici hanno quindi annullato la decisione sulla confisca con rinvio al tribunale per una nuova valutazione.
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Intestazione fittizia e confisca allargata dell’azienda
La Corte di Cassazione ha confermato la misura patrimoniale disposta contro la moglie di un uomo condannato per usura e associazione mafiosa. I giudici avevano disposto la confisca allargata di un'azienda commerciale formalmente intestata alla donna, aperta nel 2018 dopo la sentenza di primo grado a carico del marito. La donna lamentava l'acquisto tardivo e la donazione dell'attività da parte del figlio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso: la confisca allargata colpisce legittimamente anche le attività avviate dopo la condanna quando l'investimento deriva dal reimpiego di capitali illeciti accumulati in precedenza, data la totale assenza di redditi leciti della famiglia.
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Revoca della confisca allargata: negata senza prove nuove
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta di revoca della confisca allargata avanzata da un condannato per usura e dai suoi familiari. I giudici avevano disposto l'ablazione di dieci immobili e di un'azienda a causa della sproporzione tra i redditi dichiarati e il patrimonio accumulato. I ricorrenti sostenevano la provenienza lecita delle risorse, invocando prestiti familiari e attività commerciali lecite, oltre a contestare la composizione del collegio giudicante e il divieto di doppio giudizio. Gli Ermellini hanno stabilito che l'opposizione deve essere esaminata dallo stesso organo che ha disposto il sequestro. Inoltre, la revoca esige elementi probatori del tutto nuovi e idonei a smentire il precedente giudicato, escludendo che un semplice prestito giustifichi l'acquisto se manca la prova di redditi leciti per restituirlo.
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Condanna per droga ma cade la confisca del denaro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per detenzione illecita di circa quattro chilogrammi di marijuana, occultati in un terreno vicino alla sua abitazione. I giudici hanno invece accolto il ricorso dell'imputato relativamente alla confisca del denaro contante pari a circa venticinquemila euro trovato in casa. La Suprema Corte ha stabilito che la confisca del denaro non può derivare in via automatica dalla semplice detenzione di droga. Il profitto diretto richiede la prova della vendita. Per applicare la confisca allargata, i giudici devono esaminare la sproporzione patrimoniale e valutare i documenti forniti dall'imputato a riprova dei redditi leciti. La sentenza è stata annullata con rinvio sul punto del sequestro patrimoniale.
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Sequestro preventivo e contanti: le prove che non bastano
L'Indagato subisce il sequestro preventivo di oltre 11.000 euro in contanti e di sostanze stupefacenti rinvenute durante una perquisizione. La difesa contesta la misura sostenendo la legittima provenienza del denaro tramite fatture commerciali e una dichiarazione della madre su donazioni ricevute. La Corte di Cassazione respinge il ricorso confermando il sequestro preventivo. I giudici dichiarano inutilizzabili le dichiarazioni della madre poiché raccolte senza le necessarie formalità delle indagini difensive. Inoltre, le fatture esibite non dimostrano l'effettivo incasso delle somme né la reale capacità di accumulare simili risparmi. Il denaro resta quindi sotto vincolo cautelare.
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Auto della convivente: valido il sequestro preventivo
La convivente di un uomo indagato per reati di criminalità organizzata ha subito il sequestro preventivo della propria autovettura, finalizzato alla confisca allargata. La donna, qualificata come terza non indagata, ha chiesto il dissequestro del veicolo sostenendo di averlo acquistato con risorse proprie e con l'aiuto economico della sorella. Il Tribunale del riesame ha respinto la richiesta e la donna ha promosso ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per due ragioni fondamentali: il difensore della donna non disponeva della procura speciale necessaria per rappresentare soggetti terzi nel processo penale; inoltre, la presunzione di accumulazione illecita si estende anche al convivente e la proprietaria non ha fornito prove idonee a giustificare la legittima provenienza del denaro impiegato per l'acquisto.
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