Il caso nasce dall'arresto di un soggetto per furto in abitazione. Durante le perquisizioni, le forze dell'ordine sequestrano un ingente quantitativo di gioielli, diamanti e denaro contante. Il condannato richiede la restituzione dei preziosi, fornendo versioni contrastanti sulla loro origine, come l'eredità del fratello, beni della nonna o la comproprietà con la madre. La Corte d'Appello dispone invece la confisca per sproporzione dei beni ai sensi dell'articolo 240-bis del codice penale, rilevando l'assoluta incompatibilità tra il valore dei preziosi e il reddito ufficiale dell'uomo, lavoratore in nero con un modesto guadagno mensile. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile, confermando la legittimità del provvedimento poiché il ricorrente non ha fornito alcuna prova credibile della provenienza lecita dei beni sequestrati.
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