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Art. 240-bis Codice Penale — Anno 2023

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322 provvedimenti

Altri anni per Art. 240-bis Codice Penale

Peculato dell’amministratore: condanna sì, ma confisca da ridurre
Un amministratore di una società pubblica in house si è appropriato di oltre 61.000 euro falsificando i documenti bancari per nascondere i prelievi. La Corte d'Appello ha qualificato il fatto come reato di peculato, condannandolo a tre anni di reclusione e disponendo la confisca dell'intera somma. La Cassazione ha confermato la responsabilità per il reato di peculato dell'amministratore, poiché la gestione di una società pubblica equivale a un pubblico servizio. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso sulla quantificazione della pena e sulla confisca: la Corte d'Appello non ha motivato adeguatamente l'aumento di pena per la continuazione e ha ignorato i rimborsi già effettuati dall'imputato. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente alla pena e alla confisca, con rinvio per un nuovo calcolo favorevole all'imputato.
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Confisca allargata: mutuo lecito ma rate pagate con lo spaccio
Il caso riguarda il ricorso di un soggetto contro il diniego di dissequestro di un appartamento. L'immobile era stato sottoposto a sequestro preventivo finalizzato alla confisca allargata per reati di traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva che l'acquisto fosse lecito, poiché finanziato tramite mutuo bancario e prestiti dei nonni. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che l'indagato, formalmente nullatenente, rimborsava le rate del mutuo e i prestiti familiari utilizzando esclusivamente i proventi illeciti dello spaccio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'uso di schemi contrattuali leciti come il mutuo non esclude la confisca allargata se le rate vengono pagate con denaro sporco, poiché l'operazione va valutata nel suo complesso.
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Sequestro preventivo per sproporzione: fittizia intestazione ko
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il provvedimento del Tribunale di Asti, confermando il sequestro preventivo per sproporzione di alcune società e di un'autovettura. L'Indagato era accusato di trasferimento fraudolento di valori per eludere le misure di prevenzione patrimoniali. La difesa contestava la sussistenza del pericolo e la sproporzione reddituale. La Suprema Corte ha chiarito che il reato di fittizia intestazione rientra tra quelli che consentono la confisca allargata. Inoltre, il pericolo di dispersione dei beni è stato legittimamente desunto dai plurimi trasferimenti patrimoniali effettuati per sottrarre i beni ai controlli dello Stato. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Confisca per sproporzione: redditi bassi e soldi persi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata contro la confisca di una somma di denaro disposta dopo un patteggiamento per reati di droga. La difesa contestava tardivamente il sequestro originario senza giustificare la sproporzione tra il denaro e il reddito dichiarato. La Suprema Corte ha confermato la confisca per sproporzione e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Confisca del denaro: il conto cointestato non salva la moglie
La moglie di un uomo condannato per corruzione ha impugnato il provvedimento che respingeva la revoca del sequestro e della successiva confisca di circa ventiduemila euro depositati su un conto corrente cointestato. La donna sosteneva che le somme fossero esclusivamente sue, derivanti da stipendio e rimborsi personali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici hanno chiarito che la confisca del denaro ha natura di confisca diretta e, data la fungibilità del denaro, non richiede la prova del nesso causale con il reato. Nel caso di conto cointestato, se il condannato ha la piena disponibilità del conto, la misura colpisce l'intera somma, a meno che il terzo non provi la titolarità esclusiva e l'estraneità del denaro rispetto al patrimonio del condannato.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni e dieci mesi di reclusione per un uomo accusato di detenzione e cessione di cocaina. La difesa invocava l'applicazione dello spaccio di lieve entità, evidenziando il modesto quantitativo di droga sequestrato al complice. I giudici hanno rigettato il ricorso, rilevando che l'attività di spaccio era sistematica e professionale. Tale circostanza è emersa dai numerosi contatti tra i soggetti, dal possesso di 1600 euro in contanti e dai messaggi telefonici che provavano l'esistenza di una vasta clientela. La Suprema Corte ha ritenuto legittima anche l'applicazione della recidiva, visti i precedenti specifici dell'imputato, e la confisca del denaro, strettamente collegato all'attività illecita. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Estinzione del reato per morte dell’imputato: beni restituiti
Il caso nasce dalla condanna di un uomo per usura e dalla conseguente confisca dei suoi beni. Dopo un annullamento con rinvio da parte della Cassazione, l'uomo muore prima del nuovo giudizio. La Corte d'appello decide comunque di citare gli eredi e confermare la confisca. L'Erede ricorre in Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che l'annullamento precedente aveva travolto l'intera confisca, impedendo che diventasse definitiva. Di conseguenza, si applica l'estinzione del reato per morte dell'imputato, che impedisce al giudice di proseguire il processo o confermare la confisca. La Cassazione annulla quindi senza rinvio la sentenza d'appello, revoca la confisca e ordina la restituzione di tutti i beni sequestrati agli eredi, che vincono definitivamente la causa.
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Confisca per sproporzione: gli eredi battono lo Stato
Il caso riguarda gli eredi di un uomo condannato in primo grado per usura, i cui beni erano stati sottoposti a confisca per sproporzione. Dopo un annullamento con rinvio da parte della Corte di Cassazione, l'imputato è deceduto. La Corte d'appello ha comunque proseguito il giudizio citando gli eredi e confermando il sequestro dei beni. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dei familiari, stabilendo che la morte dell'imputato estingue il reato e impedisce la prosecuzione del processo per accertare i presupposti della misura patrimoniale. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la decisione precedente, revocato definitivamente la confisca per sproporzione e ordinato la restituzione immediata di tutti i beni sequestrati agli eredi legittimi.
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Traffico di stupefacenti: il prestanome perde la casa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi soggetti accusati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, armi e furti. I giudici hanno dichiarato inammissibili quasi tutti i ricorsi, confermando le pesanti pene inflitte in appello e la confisca di un immobile fittiziamente intestato a una terza persona ma riconducibile a uno degli imputati. La Suprema Corte ha chiarito importanti principi: la rinuncia ai motivi d'appello rende definitiva la responsabilità penale; nei reati di gruppo, la desistenza volontaria richiede un ruolo attivo per neutralizzare il crimine; infine, ricalcolare la pena per un singolo reato dopo un'assoluzione parziale non viola il divieto di riforma in peggio, purché la sanzione complessiva non aumenti. Il ricorso di un imputato parzialmente assolto è stato rigettato.
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Sequestro preventivo finalizzato alla confisca: salvi i beni
Il Tribunale di Catanzaro confermava il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di beni immobili, quote societarie e conti correnti intestati a due familiari di un uomo imputato per associazione mafiosa. I familiari ricorrevano in Cassazione, lamentando l'assenza di prove circa l'effettiva disponibilità dei beni in capo all'imputato e l'errata applicazione della presunzione di illecita accumulazione patrimoniale nei loro confronti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la presunzione di illecito non si applica automaticamente ai terzi intestatari. L'accusa deve dimostrare concretamente l'interposizione fittizia, ossia che l'imputato eserciti un potere di fatto sui beni. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata, disponendo un nuovo giudizio davanti al Tribunale di Catanzaro per una corretta valutazione delle prove.
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Giudicato cautelare: nuove prove sempre ammesse contro il sequestro
Il Tribunale del Riesame di Palermo dichiarava inammissibile l'appello de L'Indagato contro il rigetto della revoca di un sequestro preventivo per sproporzione. Il Tribunale riteneva che la pendenza di un altro ricorso e il precedente rigetto creassero un ostacolo insuperabile. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso de L'Indagato. I giudici hanno stabilito che il giudicato cautelare non impedisce la presentazione di nuove istanze di revoca o modifica, purché basate su elementi di fatto nuovi (nova probatori), anche se vi è una procedura di riesame ancora in corso. Di conseguenza, l'ordinanza è stata annullata senza rinvio, con trasmissione degli atti al Tribunale per un nuovo esame del merito.
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Confisca allargata: legittimo il sequestro prima del reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario di un uomo condannato a venti anni di reclusione per associazione mafiosa. Il ricorrente contestava un presunto errore di fatto dei giudici in merito al divieto di doppio giudizio e alla legittimità della confisca allargata applicata a un terreno acquistato nel 2000, a fronte di contestazioni penali iniziate nel 2007. La Suprema Corte ha stabilito che non vi è stato alcun errore materiale di percezione, bensì una consapevole valutazione giuridica. Riguardo alla confisca allargata, i giudici hanno confermato che la sproporzione patrimoniale può colpire anche beni acquistati prima del reato-spia, purché entro una ragionevole distanza temporale, poiché l'inserimento in contesti criminali complessi presuppone un consolidamento di rapporti illeciti ben precedente alla formale contestazione del reato.
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Spaccio e confisca del telefono cellulare: serve il nesso reale
Tre imputati concordano una pena per spaccio di stupefacenti. Il giudice dispone anche la confisca del denaro e dei loro telefoni. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando la qualificazione del reato e la confisca dei beni. La Suprema Corte dichiara inammissibili i motivi sulla gravità del reato e sulla confisca del denaro, ritenuta obbligatoria. Tuttavia, accoglie il ricorso relativo alla confisca del telefono cellulare. I giudici chiariscono che per confiscare uno smartphone serve un nesso di strumentalità concreto e non occasionale con lo spaccio, non dimostrato nel caso specifico. La sentenza viene annullata limitatamente alla confisca dei telefoni, con rinvio al Tribunale per un nuovo esame.
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Confisca allargata: il contante non si salva con finti risparmi
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della confisca allargata applicata in sede di esecuzione su una somma di denaro contante pari a oltre 32.000 euro, sequestrata a un soggetto condannato in via definitiva per associazione mafiosa ed estorsione. Il Condannato si era opposto sostenendo che il denaro derivasse da risparmi di attività lavorative lecite. Tuttavia, i giudici hanno rilevato una netta sproporzione tra i redditi dichiarati e la capacità di risparmio del soggetto. La Suprema Corte ha ribadito che il giudice dell'esecuzione può disporre la confisca allargata per i beni entrati nella disponibilità del condannato entro un limite temporale ragionevole rispetto alla sentenza per il reato spia. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: valido anche senza prima restituire i beni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un indagato per reati di droga contro il sequestro preventivo di seimila euro, finalizzato alla confisca allargata. La difesa contestava la validità del provvedimento poiché emesso prima della materiale restituzione della somma, precedentemente sequestrata e non convalidata. I giudici hanno chiarito che il ritardo nella restituzione non rende invalido il nuovo sequestro preventivo, legittimamente richiesto dal Pubblico Ministero. Inoltre, la sproporzione tra il denaro rinvenuto e i redditi dell'indagato, unita al rischio di dispersione del denaro, giustifica pienamente la misura cautelare reale. L'indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca del denaro: annullato il sequestro senza prove
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di patteggiamento che, oltre alla pena concordata per detenzione di stupefacenti, ha disposto la confisca del denaro e del suo telefono cellulare, ordinandone anche la distruzione. La difesa ha eccepito l'assoluta mancanza di motivazione su tali provvedimenti. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca del denaro in caso di mera detenzione di droga non può essere disposta in via ordinaria, ma richiede i presupposti della sproporzione patrimoniale. Inoltre, per il telefono cellulare mancava la prova del nesso di strumentalità con il reato. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione limitatamente alla confisca e ha rinviato il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo: processo diviso ma i soldi restano bloccati
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro preventivo di una grossa somma di denaro trovata a casa di un uomo accusato di spaccio. Anche se il procedimento principale è stato diviso in due filoni diversi, il denaro rimane sotto sequestro. Il primo imputato contestava il blocco di quasi dodicimila euro, sostenendo che la somma non derivasse dalla piccola vendita di cocaina per cui veniva giudicato in quel momento, ma fosse legata all'altro filone relativo a sei chili di marijuana. I giudici hanno stabilito che il sequestro preventivo resta valido per evitare la dispersione del denaro, in vista della futura confisca. Entrambi i ricorrenti hanno perso il ricorso e dovranno pagare le spese processuali.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato e la confisca
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento proposto da un imputato condannato per reati in materia di stupefacenti. Il ricorrente contestava la mancata qualificazione del fatto come lieve entità e la confisca del denaro. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato a casi tassativi, tra cui l'errore manifesto di qualificazione giuridica, qui non sussistente. Anche il motivo sulla confisca è stato ritenuto inammissibile, in quanto la misura ablativa era legittimamente fondata sulle norme in materia di confisca allargata. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Confisca del profitto del reato: no ai soldi dello spaccio
Il Tribunale applicava a un imputato, tramite patteggiamento, la pena di quattro mesi di reclusione per spaccio di cocaina, disponendo la confisca del denaro trovato in suo possesso. L'imputato proponeva ricorso in Cassazione lamentando l'assenza di prove sul legame tra la somma sequestrata e l'attività illecita. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la misura costituisce una legittima confisca del profitto del reato, giustificata dalle dichiarazioni degli acquirenti e dall'assenza di un lavoro lecito del condannato. Inoltre, la Cassazione ha sancito che chi vende droga compie un negozio contrario alla legge e non ha alcun diritto legale alla restituzione del denaro ricevuto come pagamento, a meno che non ne dimostri una diversa e lecita provenienza.
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Confisca per sproporzione: disoccupato perde i contanti in casa
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della confisca per sproporzione di una somma di denaro pari a 3.870 euro rinvenuta nell'abitazione di un soggetto condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Inizialmente disposta come confisca diretta del provento del reato, la misura era stata annullata per mancanza di un nesso diretto tra la semplice detenzione della droga e il denaro. Nel giudizio di rinvio, il Tribunale ha riqualificato la misura applicando la confisca per sproporzione, rilevando l'evidente divario tra la somma nascosta in un accappatoio e l'assenza di redditi leciti dell'imputato, disoccupato da anni. La Cassazione ha respinto il ricorso dell'imputato, confermando che il giudice di rinvio può applicare una diversa qualificazione giuridica della confisca e che spetta alla difesa dimostrare la provenienza lecita del denaro fin dalle prime fasi del processo.
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