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Confisca del profitto del reato: legittimi i sigilli ai contanti

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di stupefacenti, confermando la legittimità della confisca del profitto del reato applicata a 450 euro in contanti sequestrati al momento dell’arresto. La difesa sosteneva erroneamente che la misura fosse una confisca allargata, esclusa per i casi di lieve entità. I giudici hanno chiarito che il Tribunale ha disposto una ordinaria confisca del profitto del reato ai sensi dell’articolo 240 del codice penale, poiché il denaro costituiva il provento diretto dell’attività illecita. Di conseguenza, non si applicano i limiti previsti per la confisca per equivalente o allargata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 4 Num. 31190 Anno 2023
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Pubblicato il 20 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

La confisca del profitto del reato nei casi di spaccio

Quando le forze dell’ordine arrestano un soggetto con del denaro contante addosso, quel denaro può essere sequestrato e poi confiscato. La confisca del profitto del reato rappresenta una misura di sicurezza fondamentale nel contrasto alle attività illecite, in particolare nel settore degli stupefacenti. Molti cittadini confondono le diverse tipologie di confisca previste dalla legge italiana. Una recente pronuncia della Corte di Cassazione fa chiarezza su questo delicato tema, distinguendo la confisca diretta del denaro frutto dello spaccio dalle altre forme di acquisizione patrimoniale da parte dello Stato.

Il caso concreto: il sequestro dei contanti

La vicenda nasce dall’arresto di un soggetto, denominato l’Imputato, colto nella flagranza del reato di cessione di sostanze stupefacenti. Al momento dell’arresto, le forze dell’ordine hanno trovato e sequestrato la somma di 450 euro in contanti. Il Tribunale ha applicato la pena su richiesta delle parti, il cosiddetto patteggiamento, e ha contestualmente ordinato la confisca del denaro. Secondo i giudici di merito, quella somma rappresentava il guadagno diretto dell’attività di spaccio. Il difensore dell’Imputato ha presentato ricorso davanti alla Corte di Cassazione. La difesa sosteneva che il giudice avesse applicato una forma di confisca speciale, non consentita dalla legge per i reati di lieve entità.

La differenza tra confisca ordinaria e confisca per equivalente

Per comprendere la decisione è necessario spiegare la differenza tra i vari tipi di confisca. La confisca ordinaria colpisce direttamente le cose che servirono a commettere il reato o che ne costituiscono il prodotto o il profitto, ossia il guadagno diretto. Esiste poi la confisca per equivalente, o per valore. Questa misura si applica quando il profitto diretto non è aggredibile, e consente allo Stato di sequestrare altri beni di valore corrispondente. Infine, la confisca allargata colpisce i beni di cui il condannato non può giustificare la provenienza, se sproporzionati al suo reddito. La legge esclude l’applicazione della confisca allargata e di quella per equivalente per i fatti di lieve entità legati alla droga. Tuttavia, questa limitazione non riguarda la confisca ordinaria del denaro che costituisce il profitto immediato del reato.

Le motivazioni della sentenza sulla confisca del profitto del reato

I giudici della Corte di Cassazione hanno rigettato il ricorso della difesa definendolo manifestamente infondato. La Suprema Corte ha spiegato che il Tribunale ha agito in modo del tutto corretto. Il provvedimento impugnato ha disposto la misura ai sensi dell’articolo 240 del codice penale, che disciplina la confisca ordinaria. Il denaro contante trovato addosso all’Imputato era il profitto immediato e diretto dello spaccio appena compiuto. Di conseguenza, non si applica alcuna limitazione prevista per la confisca allargata o per equivalente. La legge vieta la confisca per equivalente nei casi di lieve entità, ma permette sempre di confiscare il denaro contante che rappresenta il prezzo o il profitto diretto del reato. La difesa ha quindi confuso le norme applicabili, basando il ricorso su un presupposto errato.

Le conclusioni della Cassazione sulla confisca del profitto del reato

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’Imputato. Questa decisione comporta la perdita definitiva della somma di 450 euro, che passa definitivamente allo Stato. Oltre alla perdita del denaro, l’Imputato deve subire ulteriori conseguenze economiche negative. La legge prevede infatti che chi presenta un ricorso inammissibile debba pagare le spese del procedimento giudiziario. Inoltre, i giudici hanno condannato l’Imputato al pagamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. Questa pronuncia conferma che il denaro contante derivante direttamente dallo spaccio è sempre confiscabile, indipendentemente dalla gravità del reato contestato.

Si può confiscare il denaro contante sequestrato durante un arresto per spaccio di lieve entità?
Sì, il denaro che costituisce il profitto diretto dello spaccio è sempre confiscabile con la confisca ordinaria, anche se il reato è di lieve entità.

Qual è la differenza tra confisca ordinaria e confisca per equivalente?
La confisca ordinaria colpisce direttamente il denaro o i beni ottenuti con il reato, mentre quella per equivalente colpisce altri beni di valore corrispondente quando il profitto diretto non è reperibile.

Cosa rischia chi presenta un ricorso inammissibile in Cassazione?
Chi presenta un ricorso inammissibile viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di denaro alla Cassa delle ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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