LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Art. 2112 Codice Civile

Pagina 17 di 40

915 provvedimenti

Giudicato opponibile al cessionario: azienda nuova, debiti vecchi
Una lavoratrice ottiene una sentenza definitiva di risarcimento danni contro la sua cooperativa. Successivamente, la cooperativa cede l'attività a una nuova azienda, la quale si rifiuta di pagare il debito, sostenendo di essere estranea alla precedente causa. La Cassazione interviene e stabilisce un principio fondamentale: il giudicato opponibile al cessionario. In base all'art. 2112 c.c., l'azienda acquirente eredita tutti i debiti lavoristici. Pertanto, la sentenza ottenuta contro il vecchio datore di lavoro è pienamente valida ed esecutiva anche nei confronti del nuovo. L'opposizione dell'azienda è stata quindi respinta.
Continua »
Successione tra Enti: il Nuovo Datore Deve Assumere il Lavoratore
Un lavoratore, il cui contratto a progetto era stato convertito in un rapporto a tempo indeterminato, si è visto sopprimere l'ente per cui lavorava. Un nuovo consorzio è subentrato nelle funzioni del precedente. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio chiave sulla successione tra enti e rapporto di lavoro: il nuovo ente, in qualità di successore universale, eredita tutti i rapporti giuridici, inclusi gli obblighi verso i dipendenti. Di conseguenza, il nuovo consorzio è stato obbligato a riammettere in servizio il lavoratore, confermando che la continuità occupazionale è garantita anche in caso di riorganizzazione della pubblica amministrazione.
Continua »
Fondo di Garanzia INPS: paga anche se c’è un vecchio datore?
Un lavoratore, a seguito di un trasferimento d'azienda, non riceve il TFR dal nuovo datore di lavoro, risultato insolvente. L'INPS nega il pagamento, sostenendo che il lavoratore avrebbe dovuto prima agire contro il vecchio datore, coobbligato per legge. La Corte di Cassazione stabilisce un principio fondamentale: l'intervento del Fondo di Garanzia INPS non è subordinato all'azione contro il precedente datore. La tutela del lavoratore è prioritaria e si attiva con la sola insolvenza del datore di lavoro attuale. La Corte dà quindi ragione al lavoratore, condannando l'INPS a pagare.
Continua »
Ente soppresso, lavoratore reintegrato: il trasferimento d’azienda
Una lavoratrice, il cui contratto a progetto con un Consorzio era stato convertito in un rapporto a tempo indeterminato, si è vista coinvolta nella soppressione del suo datore di lavoro. Un nuovo Consorzio, subentrato nelle attività, si rifiutava di riconoscerla come propria dipendente. La Corte di Cassazione ha stabilito che, in base al principio del trasferimento d'azienda e successione nel contratto, il nuovo ente eredita tutti i rapporti di lavoro del precedente, anche quelli accertati in giudizio. Di conseguenza, il nuovo Consorzio è stato condannato a riammettere in servizio la lavoratrice, confermando la continuità del rapporto di lavoro nonostante la riorganizzazione aziendale.
Continua »
Agevolazioni contributive: l’azienda paga e rinuncia in Cassazione
Un'azienda chiedeva il riconoscimento di agevolazioni contributive per aver riassunto tutti i lavoratori di un'altra impresa, della quale aveva affittato un ramo d'azienda. L'INPS negava il beneficio, sostenendo che non si trattava di nuove assunzioni ma di una mera continuazione dell'attività precedente. Il caso è arrivato fino in Cassazione. Tuttavia, durante il processo, l'azienda ha aderito a una definizione agevolata, pagando il debito contributivo e rinunciando al ricorso. Di conseguenza, la Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, chiudendo la vicenda senza decidere nel merito se le agevolazioni fossero dovute o meno.
Continua »
Cessione d’azienda illegittima: risarcimento a rischio prescrizione
Un lavoratore, trasferito a un'altra società tramite una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima, ha chiesto un risarcimento alla sua azienda originaria. L'azienda si è difesa sostenendo che il diritto fosse scaduto. La Cassazione ha affrontato il tema della prescrizione del risarcimento in caso di cessione di ramo d'azienda illegittima. Ha stabilito un principio fondamentale: la semplice causa per far dichiarare illegittima la cessione non interrompe automaticamente la prescrizione per la richiesta di danni. Per interromperla, l'atto iniziale deve contenere una chiara volontà di chiedere anche un risarcimento. La Corte ha quindi dato ragione all'azienda, annullando la precedente decisione favorevole al lavoratore.
Continua »
Cessione di ramo d’azienda: no al trasferimento se il ramo è finto
La Corte di Cassazione interviene su un caso di cessione di ramo d'azienda, giudicandola illegittima. Un'azienda aveva creato una nuova struttura interna, priva di reale autonomia funzionale, e l'aveva immediatamente trasferita a un'altra società. Secondo i giudici, per una valida cessione di ramo d'azienda è indispensabile che la parte trasferita sia un'entità economica preesistente, capace di operare in modo indipendente. La creazione di un 'ramo' fittizio, solo per spostare personale, rende l'operazione inefficace. Di conseguenza, il rapporto di lavoro del dipendente prosegue con l'azienda originaria. L'azienda acquirente perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese legali.
Continua »
Cessione di ramo d’azienda fittizia: la Cassazione dà ragione al Lavoratore
La Corte di Cassazione interviene su un caso di illegittima cessione di ramo d'azienda. Un'azienda aveva trasferito un lavoratore a una nuova società, sostenendo si trattasse di un ramo autonomo. Il lavoratore ha impugnato l'operazione, dimostrando che il 'ramo' era stato creato artificialmente poco prima della vendita, senza una reale autonomia funzionale preesistente. La Corte ha confermato la decisione dei giudici precedenti: la cessione è inefficace. Viene così sancito il principio che, per una valida cessione di ramo d'azienda, l'entità trasferita deve possedere il requisito della preesistenza, ovvero deve essere un'articolazione aziendale autonoma già prima del trasferimento. L'Azienda acquirente perde la causa e viene condannata a pagare le spese legali.
Continua »
Contratto a termine senza forma scritta? L’azienda perde la causa
Una lavoratrice stagionale sosteneva di avere un unico contratto a tempo indeterminato, mentre l'azienda parlava di una serie di contratti a termine. La Cassazione ha chiarito un principio fondamentale: la prova di un contratto a tempo determinato spetta sempre al datore di lavoro. Questa prova consiste esclusivamente nel documento scritto. La Corte ha stabilito che la mancanza della prova documentale rende nullo il termine. Pertanto, la richiesta di disoccupazione o la liquidazione del TFR da parte della lavoratrice non possono dimostrare la natura temporanea del rapporto. La **forma scritta del contratto a termine** è un requisito essenziale, la cui assenza trasforma il rapporto in uno a tempo indeterminato.
Continua »
Sgravi contributivi cambio appalto: ricorso errato, addio bonus
Un'azienda si è vista negare dall'INPS gli sgravi contributivi per l'assunzione di nove lavoratori. Il motivo del diniego era che, nei sei mesi precedenti, altri dipendenti erano stati licenziati a seguito di un cambio appalto. L'azienda ha sostenuto che le cessazioni per cambio appalto non dovrebbero impedire l'accesso ai benefici. La Corte di Cassazione, tuttavia, non ha esaminato la questione nel merito. Ha dichiarato il ricorso dell'azienda inammissibile per un vizio di forma: l'azienda non aveva riportato nel suo atto il testo del contratto collettivo su cui basava le sue ragioni. Di conseguenza, la decisione dell'INPS di negare gli sgravi contributivi cambio appalto è diventata definitiva.
Continua »
Cessione d’azienda mascherata: la Cassazione annulla la vendita
La Corte di Cassazione ha chiarito la differenza tra vendita di singoli beni e Cessione d'azienda. Nel caso esaminato, gli amministratori di una società avevano venduto tutti i beni aziendali a un'altra impresa, sostenendo si trattasse di operazioni separate. La Corte ha stabilito che si trattava di una vera Cessione d'azienda, poiché i beni erano organizzati per continuare la stessa attività produttiva. Questa operazione, avvenuta senza l'autorizzazione dei soci, è stata considerata illegittima. La sentenza ha anche precisato che, se si impugna in appello la qualificazione di un atto (es. 'è una vendita di beni'), il giudice deve riesaminare d'ufficio tutte le conseguenze legali, come la sua validità, anche se non specificamente contestate.
Continua »
Contratto a progetto illegittimo: Ente soppresso, nuovo ente paga
Una lavoratrice ottiene la conversione di una serie di contratti a progetto in un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Quando il suo datore di lavoro, un ente pubblico, viene soppresso e le sue funzioni trasferite a un nuovo ente, quest'ultimo si rifiuta di riconoscerla come propria dipendente. La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di successione tra enti, il nuovo soggetto eredita tutti i rapporti di lavoro, inclusi quelli derivanti da un contratto a progetto illegittimo. Di conseguenza, il nuovo ente è stato obbligato a riammettere in servizio la lavoratrice, confermando che le riorganizzazioni societarie non possono ledere i diritti acquisiti dei lavoratori.
Continua »
Finto contratto a progetto: l’Ente perde, scatta la conversione
Una lavoratrice, assunta con una serie di contratti a progetto da un Ente pubblico, svolgeva in realtà mansioni ripetitive e tipiche di un dipendente. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo la conversione del contratto a progetto in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Secondo la Corte, non conta il nome formale del contratto ('nomen iuris'), ma le concrete modalità di svolgimento del lavoro. Se queste rivelano un vincolo di subordinazione, come l'orario fisso e l'inserimento nell'organizzazione aziendale, il rapporto deve essere riqualificato. L'Ente è stato quindi condannato a riammettere la lavoratrice e a pagarle le differenze retributive e un'indennità.
Continua »
Fondo Garanzia TFR: No al Pagamento se l’Ex Datore Fallisce
Una lavoratrice, dopo la cessione dell'azienda per cui lavorava, continuava il rapporto con la nuova società. Successivamente, la sua ex azienda veniva dichiarata fallita. La lavoratrice chiedeva quindi all'INPS il pagamento del TFR maturato prima della cessione, tramite il Fondo di Garanzia TFR. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'INPS, stabilendo un principio importante: il Fondo interviene solo se è insolvente il datore di lavoro attuale al momento in cui il TFR diventa esigibile. In caso di cessione, il lavoratore è già tutelato dalla responsabilità solidale della nuova azienda, che deve farsi carico anche dei debiti pregressi. Pertanto, la richiesta verso l'INPS è stata respinta.
Continua »
Fondo di Garanzia INPS: No TFR se l’ex azienda fallisce dopo la cessione
La Cassazione nega l'intervento del Fondo di Garanzia INPS per il pagamento del TFR a un lavoratore la cui ex azienda è fallita dopo una cessione di ramo d'azienda. Anche se un accordo sindacale aveva liberato la nuova azienda dal debito, questo patto privato non può modificare le regole pubbliche di intervento del Fondo. Il principio chiave è che il Fondo copre l'insolvenza del datore di lavoro attuale al momento in cui il TFR è dovuto, non quella di un ex datore di lavoro il cui rapporto è già cessato a seguito della cessione. La richiesta del lavoratore è stata quindi respinta.
Continua »
Cessione illegittima: obbligo retributivo anche senza lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'azienda al pagamento delle retribuzioni a un gruppo di lavoratori. Il loro trasferimento a un'altra società era stato dichiarato illegittimo da un giudice. Nonostante la sentenza, l'azienda originaria non li aveva riammessi in servizio. La Corte ha stabilito che l'obbligo retributivo del datore di lavoro sussiste anche senza una prestazione lavorativa effettiva, se il lavoratore ha offerto i propri servizi e il datore li ha ingiustificatamente rifiutati. Il rifiuto di riammettere il lavoratore fa ricadere sull'azienda il peso economico degli stipendi, che mantengono la loro natura retributiva e non diventano un semplice risarcimento del danno.
Continua »
Cessione Illegittima: Azienda Paga Stipendio Senza Lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'azienda a pagare gli stipendi a un gruppo di lavoratori. Il caso nasce da una cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima da un giudice. Nonostante la sentenza, l'azienda si era rifiutata di riammettere i dipendenti. La Corte ha stabilito che l'obbligo retributivo post cessione illegittima sorge comunque. Il datore di lavoro deve pagare le retribuzioni dal momento in cui i lavoratori mettono a disposizione le loro energie, anche se di fatto non lavorano a causa del rifiuto ingiustificato dell'azienda stessa. L'azienda ha quindi perso la causa e deve pagare gli stipendi arretrati.
Continua »
Cessione illegittima: obbligo retributivo anche senza lavoro
La Corte di Cassazione affronta il caso di alcuni lavoratori trasferiti a un'altra società tramite una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima. I dipendenti avevano offerto le loro prestazioni lavorative all'azienda originaria, che però le aveva rifiutate. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: l'obbligo retributivo del datore di lavoro sussiste anche se il dipendente non ha effettivamente lavorato, qualora il mancato svolgimento dell'attività sia dovuto al rifiuto ingiustificato dell'azienda. L'azienda, trovandosi in 'mora del creditore', è tenuta a pagare gli stipendi come se la prestazione fosse stata regolarmente eseguita. La sentenza conferma che il diritto alla retribuzione non viene meno a causa del comportamento illegittimo del datore.
Continua »
Patto di Prova Nullo per Genericità: Licenziamento Annullato
Una lavoratrice, assunta da una nuova azienda assicurativa, viene licenziata per superamento del periodo di comporto durante la prova. La lavoratrice impugna il licenziamento, sostenendo la nullità del patto di prova. La Corte di Cassazione le dà ragione, stabilendo il principio del patto di prova nullo per genericità. La clausola, infatti, non specificava in modo chiaro e preciso le mansioni da svolgere, limitandosi a un generico riferimento all'area professionale. Di conseguenza, il licenziamento è stato dichiarato illegittimo e la lavoratrice ha ottenuto la reintegrazione, poiché il rapporto di lavoro è stato considerato a tempo indeterminato fin dall'inizio, con un periodo di comporto più lungo e non ancora superato.
Continua »
Sgravi contributivi negati: dimissioni finte, cessione vera
La Corte di Cassazione ha negato il diritto agli sgravi contributivi a un datore di lavoro che aveva assunto tre lavoratrici formalmente dimesse da un'altra azienda. I giudici hanno stabilito che l'operazione non era una nuova assunzione, ma un trasferimento di ramo d'azienda mascherato. Le lavoratrici, infatti, avevano continuato a svolgere le stesse mansioni nello stesso luogo, senza alcuna interruzione reale del rapporto di lavoro. Poiché la legge esclude gli sgravi contributivi in caso di continuità del rapporto con aziende collegate, la Corte ha confermato la decisione dell'INPS, respingendo il ricorso del datore di lavoro. La sostanza dell'operazione prevale sulla forma delle dimissioni volontarie.
Continua »