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Art. 2112 Codice Civile

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915 provvedimenti

TFR e Trasferimento d’Azienda: Lavoro continua, TFR bloccato
Un lavoratore, il cui rapporto di lavoro era proseguito con una nuova società a seguito di una cessione, ha chiesto a quest'ultima il pagamento del TFR maturato con il precedente datore. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo un principio chiave in materia di TFR e trasferimento d'azienda: il credito per il TFR diventa esigibile solo al momento della cessazione definitiva del rapporto di lavoro con il nuovo datore. Poiché il lavoratore non aveva dimostrato che il suo rapporto fosse terminato, la sua richiesta è stata respinta. Il suo ricorso è stato dichiarato inammissibile per vizi formali, consolidando di fatto la regola della continuità del rapporto di lavoro.
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Indennità di Trasporto Retributiva: L’Azienda Perde in Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un gruppo di lavoratori a includere una specifica indennità nel calcolo del loro stipendio. A seguito di una ristrutturazione aziendale, un accordo sindacale garantiva ai dipendenti una retribuzione non inferiore al 93% di quella precedente. L'Azienda, però, escludeva dal calcolo l'indennità di trasporto Venezia, considerandola un semplice rimborso spese. La Cassazione ha stabilito che, data la sua natura fissa e continuativa, quella voce era una vera e propria componente dello stipendio. Di conseguenza, l'indennità di trasporto retributiva doveva essere inclusa nel calcolo, dando piena ragione ai lavoratori e respingendo il ricorso dell'Azienda.
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Conferimento d’azienda e debiti: la nuova società non paga
Un lavoratore ha citato in giudizio una società per ottenere il pagamento dei contributi previdenziali non versati dalla precedente impresa individuale. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, stabilendo un principio fondamentale sul conferimento d'azienda e debiti contributivi. I giudici hanno chiarito che il passaggio da un'impresa individuale a una società di capitali non è una trasformazione, ma la creazione di un nuovo soggetto giuridico. Non essendoci continuità giuridica, la nuova società non è automaticamente responsabile per i debiti contributivi della precedente impresa. La domanda del lavoratore è stata quindi respinta per difetto di legittimazione passiva della società.
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Cessione ramo d’azienda fittizia: l’Azienda perde, i Lavoratori tornano
La Corte di Cassazione ha dichiarato illegittima una cessione di ramo d'azienda perché la parte di attività trasferita non possedeva i requisiti di autonomia funzionale e preesistenza. Due lavoratrici, trasferite insieme a una porzione di 'back office', hanno dimostrato che il ramo ceduto dipendeva ancora totalmente dall'azienda cedente per locali, strumenti informatici e direttive. La Corte ha stabilito che non si può mascherare una semplice espulsione di personale sotto la forma di una cessione. Di conseguenza, il trasferimento è stato annullato e le lavoratrici hanno ottenuto il diritto di essere reintegrate presso il datore di lavoro originario.
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Cessione ramo d’azienda nulla: l’azienda si arrende in Cassazione
Un lavoratore si oppone al trasferimento del suo contratto di lavoro, avvenuto tramite una cessione di ramo d'azienda. I giudici d'appello gli danno ragione, dichiarando nulla la cessione perché il 'ramo' trasferito non era un'entità economica autonoma e preesistente. L'azienda originale fa ricorso in Cassazione, ma prima della decisione finale raggiunge un accordo con il lavoratore. Di conseguenza, la Corte Suprema dichiara la cessazione della materia del contendere, chiudendo il caso. La decisione che annullava il trasferimento diventa così definitiva, confermando il diritto del lavoratore a rimanere con il datore di lavoro originario.
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Cessione di ramo d’azienda fittizia: la Cassazione tutela i lavoratori
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di cessione di ramo d'azienda tra un'impresa di telecomunicazioni e una società di servizi. L'operazione riguardava le attività di back office. La Corte ha stabilito che la cessione era illegittima perché il ramo trasferito non possedeva i requisiti di autonomia funzionale e preesistenza. Le attività cedute, infatti, continuavano a dipendere strettamente dall'azienda cedente per organizzazione, direttive e strumenti tecnologici. Di conseguenza, non si trattava di una vera cessione di ramo d'azienda, ma di una mera esternalizzazione di personale. La Corte ha quindi confermato la decisione che dichiarava l'inefficacia del trasferimento nei confronti dei lavoratori, ordinando il ripristino del loro rapporto di lavoro con l'azienda originaria.
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Fondo di Garanzia INPS: No TFR se la nuova azienda è solvibile
La Cassazione ha stabilito che il Fondo di Garanzia INPS non è tenuto a pagare TFR e stipendi arretrati se il rapporto di lavoro prosegue senza interruzioni con una nuova azienda acquirente che è solvibile. In caso di trasferimento d'azienda, la legge prevede una responsabilità solidale tra vecchio e nuovo datore. Se il nuovo datore è 'in bonis' (solvibile), il lavoratore deve rivolgersi a quest'ultimo per ottenere i suoi crediti. L'intervento del Fondo è escluso perché la sua funzione è coprire il rischio di insolvenza, rischio che non sussiste quando esiste un coobbligato in grado di pagare.
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Cessione ramo d’azienda: Lavoratori perdono, ma il lavoro è salvo
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di alcuni lavoratori trasferiti tra due aziende gestori del servizio idrico. I dipendenti, credendo che il loro vecchio rapporto di lavoro fosse cessato, avevano chiesto il pagamento delle indennità di fine rapporto. La Corte ha stabilito che l'operazione era una vera e propria cessione di ramo d'azienda. Di conseguenza, si applica la tutela dell'art. 2112 del Codice Civile, che garantisce la continuità del rapporto di lavoro con il nuovo gestore senza interruzioni. Le richieste dei lavoratori sono state quindi respinte, perché basate su un presupposto giuridico errato: il loro contratto non era mai terminato, ma solo proseguito con un nuovo titolare.
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Azienda chiude per fine appalto? È licenziamento collettivo
Una cooperativa perde il suo unico contratto di appalto, cessa completamente l'attività e licenzia tutti i 61 dipendenti, trattandoli come licenziamenti individuali per motivo oggettivo. I lavoratori non riassunti dalla nuova azienda subentrante fanno ricorso. La Corte di Cassazione stabilisce un principio fondamentale: in questi casi si tratta di licenziamento collettivo per cessazione attività. L'azienda avrebbe dovuto seguire la procedura sindacale prevista dalla legge. Non avendolo fatto, i licenziamenti sono illegittimi. La Corte annulla la precedente decisione e rinvia il caso a un nuovo giudice per le determinazioni conseguenti.
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Cessione Ramo d’Azienda Fittizia: Lavoratrice Vince, Azienda Paga
La Corte di Cassazione ha dichiarato illegittima una cessione di ramo d'azienda tra una grande compagnia telefonica e un'altra società. Una lavoratrice aveva contestato il suo trasferimento, sostenendo che il ramo ceduto (servizi di back office) non fosse autonomo. I giudici le hanno dato ragione, stabilendo che per una valida cessione di ramo d'azienda è indispensabile che la parte trasferita possieda autonomia funzionale e sia preesistente all'operazione. Poiché il ramo continuava a dipendere dall'azienda cedente per locali, sistemi informatici e direttive, la cessione è stata ritenuta inefficace nei confronti della dipendente, che ha visto ripristinato il suo rapporto di lavoro con l'originario datore.
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Trasferimento ramo d’azienda: vince il lavoratore senza prova scritta
Un lavoratore chiedeva il riconoscimento dei suoi crediti da lavoro subordinato a un'azienda fallita, sostenendo la continuità del rapporto a seguito di un trasferimento di ramo d'azienda. Il Tribunale rigettava la richiesta per mancanza di prova scritta dell'operazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo un principio fondamentale: per il lavoratore, la prova del trasferimento di ramo d'azienda non è vincolata alla forma scritta. Egli può dimostrarlo con ogni mezzo, inclusi testimoni o documenti interni. La Corte ha annullato la decisione precedente perché il giudice non aveva esaminato una comunicazione aziendale decisiva e aveva omesso di pronunciarsi su specifiche domande del lavoratore. Il processo dovrà essere celebrato di nuovo.
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Trasferimento PA: Mantenimento del Trattamento Economico Garantito
Un lavoratore del settore pubblico, dopo il trasferimento da un ente a un altro, si è visto ridurre lo stipendio a causa della soppressione di una voce retributiva legata all'anzianità. La Corte di Cassazione ha stabilito il suo diritto al mantenimento del trattamento economico complessivo. Secondo i giudici, in caso di passaggio tra amministrazioni, il dipendente deve conservare il livello retributivo globale precedente, anche se superiore a quello del nuovo ente. La differenza deve essere garantita tramite un assegno 'ad personam', destinato a essere riassorbito con i futuri aumenti. La Corte ha chiarito che nel calcolo rientrano tutte le voci fisse e continuative, come l'indennità di anzianità professionale in questione.
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Licenziamento collettivo per cessazione attività: vince lavoratore
Una cooperativa, perdendo il suo unico appalto, cessa l'attività e licenzia tutti i 61 dipendenti, trattandoli come licenziamenti individuali per motivo oggettivo. Un lavoratore impugna il licenziamento. La Corte di Cassazione stabilisce un principio fondamentale: il licenziamento di tutto il personale a causa della chiusura definitiva dell'impresa si qualifica come **licenziamento collettivo per cessazione attività**. Pertanto, l'azienda avrebbe dovuto seguire la procedura sindacale prevista dalla legge. Non avendolo fatto, il licenziamento è stato ritenuto illegittimo in questa fase del giudizio. La Corte ha annullato la precedente decisione, dando ragione al lavoratore e rinviando il caso a un nuovo giudice.
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Azienda chiude e licenzia tutti: è licenziamento collettivo
Una cooperativa, perdendo il suo unico contratto d'appalto, licenzia tutti i suoi 61 dipendenti, qualificando i recessi come licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo. Un lavoratore non riassunto dalla nuova azienda subentrante impugna il licenziamento. La Corte di Cassazione ribalta le decisioni precedenti, stabilendo un principio fondamentale: la dismissione di tutto il personale a seguito della chiusura completa dell'impresa configura un licenziamento collettivo per cessazione attività. Pertanto, l'azienda avrebbe dovuto seguire la specifica procedura prevista dalla Legge 223/1991, che offre maggiori tutele ai lavoratori. L'errata qualificazione giuridica rende illegittima la procedura seguita.
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Trasferimento d’azienda in crisi: reintegro spetta al nuovo datore
La Corte di Cassazione affronta un caso di licenziamento collettivo avvenuto prima di un trasferimento d'azienda in crisi. Un lavoratore, licenziato illegittimamente dall'azienda originaria, chiede il reintegro alla nuova società acquirente, posta in amministrazione straordinaria. La Corte stabilisce un principio fondamentale: anche in un trasferimento d'azienda in crisi, gli accordi sindacali possono modificare le condizioni di lavoro ma non possono annullare la tutela dei lavoratori. Se l'attività aziendale prosegue con il nuovo acquirente, l'obbligo di reintegrare il lavoratore licenziato ingiustamente si trasferisce a quest'ultimo. La continuità aziendale prevale, garantendo la protezione del posto di lavoro.
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Fondo di Garanzia INPS: No al pagamento se l’azienda è ceduta
Una lavoratrice, dopo una cessione d'azienda, viene formalmente licenziata dalla vecchia società (poi fallita) e subito riassunta dalla nuova. La lavoratrice chiede e ottiene il pagamento del TFR dal Fondo di Garanzia INPS. L'INPS, però, revoca il pagamento. La Cassazione dà ragione all'INPS, stabilendo un principio chiaro: il Fondo non interviene se il rapporto di lavoro prosegue senza interruzioni con un nuovo datore di lavoro solvibile. In questi casi, è il nuovo datore a dover pagare i crediti del lavoratore, in virtù del vincolo di solidarietà previsto dalla legge. Il licenziamento è stato considerato un atto fittizio che non giustifica l'intervento del fondo pubblico.
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Contratto a progetto generico: nullo e convertito in indeterminato
Un lavoratore, assunto con un contratto a progetto da un consorzio poi liquidato, ha ottenuto il riconoscimento del suo rapporto come subordinato. La Corte di Cassazione ha stabilito che un **contratto a progetto generico**, che si limita a richiamare un programma più ampio senza specificare un risultato concreto, è nullo. Questa nullità comporta la conversione automatica del rapporto in un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato fin dall'inizio. La Corte ha inoltre chiarito che il nuovo consorzio, sorto dalla liquidazione del precedente, eredita tutti gli obblighi, inclusi quelli derivanti dalla conversione del contratto, in base al principio di continuità dei rapporti di lavoro nel trasferimento d'azienda.
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Successione tra datori di lavoro: obbligo di assunzione resta
Una lavoratrice chiede la conversione del suo contratto a progetto in un rapporto a tempo indeterminato. Nel frattempo, l'ente per cui lavora viene soppresso e sostituito da un nuovo consorzio. Quest'ultimo si rifiuta di assumerla, negando di essere il suo datore di lavoro. La Corte di Cassazione stabilisce un principio chiave sulla successione tra datori di lavoro: il nuovo ente eredita gli obblighi del precedente, inclusa l'assunzione della lavoratrice. Ciò vale anche se il rapporto di lavoro, al momento del trasferimento, esisteva solo 'de iure' (di diritto) e non 'de facto' (di fatto), perché la sua natura subordinata era ancora in fase di accertamento giudiziale. L'obbligo di continuità del rapporto di lavoro prevale.
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Trasferimento d’Azienda in Appalto: la Cassazione nega i bonus
La Corte di Cassazione ha stabilito che un subentro in un contratto di servizi si qualifica come un vero e proprio trasferimento d'azienda in appalto quando la nuova impresa assume la quasi totalità dei lavoratori della precedente e mantiene inalterata l'organizzazione produttiva. Nel caso specifico, una società che aveva assorbito 35 lavoratori su 36 dal precedente appaltatore si è vista negare i benefici contributivi per le assunzioni. La Corte ha confermato la richiesta di pagamento dell'INPS, ritenendo che non si trattasse di nuove assunzioni ma di una semplice continuazione della stessa attività aziendale sotto una nuova gestione. L'azienda ha quindi perso la causa e ha dovuto pagare i contributi richiesti.
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Trasferimento d’azienda e debiti: la nuova società deve pagare
Una lavoratrice ottiene una sentenza definitiva per un risarcimento danni contro il suo datore di lavoro, una cooperativa. Nel frattempo, l'azienda viene ceduta a una nuova società. La lavoratrice chiede il pagamento alla nuova società, che si oppone sostenendo di non essere responsabile. La Cassazione ha stabilito che, in caso di trasferimento d'azienda e debiti, la nuova società è obbligata in solido con la vecchia a pagare quanto dovuto alla dipendente. La sentenza precedente, ormai definitiva (giudicato), è pienamente valida anche nei confronti del nuovo proprietario dell'azienda, che quindi deve pagare.
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