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Art. 157 Codice Penale — Sezione Settima Penale

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1560 provvedimenti

Altri anni per Art. 157 Codice Penale

Particolare tenuità del fatto: negata per la ricettazione
Il Ricorrente, condannato per il reato di ricettazione, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e l'avvenuta prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il riconoscimento della particolare tenuità del fatto richiede una valutazione complessiva della condotta, della colpevolezza e del danno, rientrante nei poteri discrezionali del giudice di merito. Inoltre, la prescrizione non era maturata, considerando il termine massimo di dieci anni per la ricettazione maggiorato dei periodi di sospensione del processo. Il Ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Prescrizione del reato: la Cassazione nega lo sconto di tempo
Il Ricorrente, condannato per illecita detenzione di cocaina di lieve entità, ha impugnato la sentenza di appello sostenendo che fosse maturata la prescrizione del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la prescrizione del reato non si è compiuta poiché si applicano le sospensioni previste dalla Legge Orlando. Queste sospensioni, scattate dopo le sentenze di primo e secondo grado, hanno congelato il decorso del tempo per complessivi tre anni. Di conseguenza, il termine massimo di prescrizione scadrà solo nel 2028. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no alla prescrizione
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un imputato contro la sentenza d'appello. Il ricorrente contestava la sussistenza del requisito della presenza di più persone nel reato, sostenendo che la presenza di due donne non identificate non configurasse un concorso. La Suprema Corte ha ritenuto il motivo manifestamente infondato, poiché i giudici di merito avevano accertato che le condotte delle donne erano idonee a configurare la partecipazione al reato. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso ha precluso la possibilità di rilevare la prescrizione del reato maturata dopo la sentenza d'appello. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Carenza di interesse: l’assoluzione prevale sulla prescrizione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore Generale contro l'assoluzione di un cittadino accusato di aver violato un foglio di via obbligatorio. La Corte d'Appello aveva assolto l'imputato perché il fatto non sussiste, rilevando l'assenza della doppia intimazione nel provvedimento del Questore. Il Procuratore ha impugnato la decisione chiedendo la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha rilevato una sopravvenuta carenza di interesse da parte del pubblico ministero. Infatti, l'impugnazione deve mirare a un risultato concretamente favorevole e non teorico. Poiché il reato era comunque prescritto e l'assoluzione nel merito è più favorevole della prescrizione, il ricorso è stato respinto.
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Bancarotta fraudolenta: la prescrizione tardiva non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un amministratore di fatto condannato per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale. L'imputato contestava l'avvenuta prescrizione dei reati. La Suprema Corte ha chiarito che, calcolando il termine massimo di prescrizione e i periodi di sospensione per rinvii d'udienza, il reato non era prescritto al momento della sentenza d'appello. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso impedisce la costituzione di un valido rapporto d'impugnazione, precludendo la possibilità di rilevare una prescrizione maturata successivamente alla decisione di secondo grado. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto di acqua potabile: condanna valida anche senza querela
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il furto di acqua potabile, aggravato dall'uso di mezzo fraudolento. La difesa contestava la mancanza di una formale querela e sosteneva l'avvenuta prescrizione del reato. I giudici hanno chiarito che la costituzione di parte civile della persona offesa equivale alla querela, manifestando chiaramente la volontà di punire il colpevole. Inoltre, il calcolo della prescrizione deve tenere conto dei periodi di sospensione dovuti agli impedimenti dell'imputato. Di conseguenza, la prescrizione non era maturata prima della sentenza d'appello e l'inammissibilità del ricorso impedisce di far valere quella maturata successivamente. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Recidiva facoltativa: il silenzio del giudice salva l’imputato
Il Tribunale ha prosciolto un cittadino accusato di furto poiché il reato si era estinto per prescrizione. Il Procuratore Generale ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che il termine di prescrizione non fosse decorso a causa della contestazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la recidiva facoltativa non deve essere espressamente esclusa dal giudice di merito, essendo sufficiente il suo silenzio. Poiché il Procuratore non ha specificato i motivi concreti per cui la recidiva andava applicata, il ricorso è stato ritenuto generico.
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Sostituzione di persona: condanna annullata per prescrizione
I Ricorrenti erano stati condannati in appello per il reato di sostituzione di persona. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione eccependo l'inutilizzabilità delle dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria poiché non verbalizzate né sottoscritte, ma solo riportate in un'annotazione di servizio. La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso ammissibile e, non riscontrando elementi per un'assoluzione immediata nel merito, ha rilevato il decorso del termine massimo di prescrizione del reato. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna per avvenuta estinzione del reato.
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Giudizio di legittimità: condanna definitiva per l’aggressore
L'Imputato è stato condannato per lesioni personali, minaccia e danneggiamento aggravato a seguito di un'aggressione. Egli ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, contestando la ricostruzione dei fatti e lamentando la mancata prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il giudizio di legittimità non permette una nuova valutazione delle prove o dei fatti già logicamente ricostruiti nei gradi precedenti, dove la responsabilità dell'Imputato era emersa chiaramente da referti medici e testimonianze coerenti. Inoltre, la prescrizione non si era verificata a causa di sospensioni processuali per oltre tredici mesi. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di ricettazione: la Cassazione nega la prescrizione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per truffa e reato di ricettazione. L'imputato contestava la procedibilità della truffa, la mancata prescrizione e il diniego di una circostanza attenuante per la lieve entità del danno. I giudici di legittimità hanno rilevato che le contestazioni sulla procedibilità non erano state sollevate in appello e che la prescrizione non era maturata al momento della decisione di secondo grado. Inoltre, la richiesta di riduzione della pena ripeteva argomenti già ampiamente smentiti nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Riconoscimento fotografico: errore di persona o prova?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato nei precedenti gradi di giudizio. L'imputato lamentava un presunto errore di persona, contestando la validità del riconoscimento fotografico effettuato da un pubblico ufficiale. La Suprema Corte ha confermato la validità di tale identificazione e ha respinto la tesi difensiva. Inoltre, i giudici hanno escluso la prescrizione del reato a causa della presenza della recidiva reiterata e infraquinquennale, che allunga i tempi necessari per l'estinzione del reato. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna del ricorrente alle spese e al pagamento di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Uso di atto falso: la prescrizione scatta dall’uso, non dal falso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di uso di atto falso. L'imputato sosteneva che il reato fosse estinto per prescrizione, calcolando il tempo dalla data di creazione del documento falso. I giudici hanno invece chiarito che il reato di uso di atto falso si consuma nel momento esatto in cui il documento viene esibito o utilizzato, e non quando viene materialmente falsificato. Inoltre, la Corte ha confermato che l'inutilizzabilità della falsificazione per intervenuta prescrizione non cancella la punibilità dell'uso successivo del documento. Infine, è stato respinto il ricorso sulle attenuanti generiche, confermando la condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Lesioni personali aggravate: la Cassazione nega la legittima difesa
L'Aggressore è stato condannato per i reati di minaccia e lesioni personali aggravate. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione invocando la legittima difesa, l'eccesso colposo e la provocazione da parte della vittima, chiedendo anche la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che l'aggressione è stata caratterizzata da una particolare malvagità, escludendo qualsiasi reazione difensiva o provocazione. Inoltre, la prescrizione non era ancora decorsa al momento della sentenza d'appello, poiché il reato di lesioni personali aggravate prevede tempi di estinzione più lunghi. L'imputato perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato di minaccia: condanna definitiva e niente prescrizione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per il reato di minaccia. La ricorrente contestava la ricostruzione dei fatti e la prova della colpevolezza, ma la Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimità non può rivalutare le prove già esaminate nei gradi precedenti. Inoltre, la richiesta di prescrizione è stata respinta poiché i calcoli della difesa non tenevano conto dei periodi di sospensione del processo. Infine, la Corte ha confermato il risarcimento del danno morale a favore delle parti civili, precisando che la quantificazione del danno può essere motivata sinteticamente basandosi sulla gravità della condotta. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato e sciopero: la Cassazione nega lo sconto
I Ricorrenti hanno impugnato la condanna in appello sostenendo l'avvenuta prescrizione del reato. Secondo la difesa, un rinvio d'udienza era dovuto all'assenza dei testimoni dell'accusa. La Corte di Cassazione ha invece accertato che il rinvio era stato disposto esclusivamente per l'adesione del difensore all'astensione della categoria. Questo evento ha comportato la legittima sospensione dei termini di prescrizione per circa nove mesi, spostando in avanti la scadenza. Di conseguenza, la prescrizione del reato non si era verificata al momento della sentenza d'appello. Poiché i motivi di ricorso sono stati ritenuti inammissibili e generici, la Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Demanio occupato e particolare tenuità del fatto: no ai benefici
Un cittadino, accusato di occupazione abusiva di demanio marittimo, ha impugnato la sentenza di condanna lamentando il mancato accoglimento dell'oblazione e della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'oblazione richiede l'eliminazione delle conseguenze del reato e che l'occupazione demaniale è un reato permanente, impedendo la prescrizione immediata. Infine, per negare la particolare tenuità del fatto, al giudice basta evidenziare anche un solo elemento ostativo, come la gravità del reato desunta dalle circostanze concrete, senza dover analizzare tutti i criteri di legge. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione dell’omicidio: l’ergastolo non scade mai
Il Collaboratore di Giustizia, condannato a dieci anni di reclusione per un omicidio commesso nel 1990, ha proposto ricorso in Cassazione eccependo la prescrizione dell'omicidio. La difesa sosteneva che il riconoscimento dell'attenuante speciale per la collaborazione con la giustizia, avendo sostituito l'ergastolo con una pena detentiva temporanea, dovesse far decorrere i termini di prescrizione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che i reati punibili in astratto con l'ergastolo commessi prima della riforma del 2005 sono imprescrittibili, a prescindere dal successivo riconoscimento di circostanze attenuanti. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: la Cassazione cancella la tenuità del fatto
L'Imputato era stato accusato di una contravvenzione per porto di armi o oggetti atti ad offendere commessa nel 2016. La Corte d'Appello lo aveva dichiarato non punibile per particolare tenuità del fatto nel 2022. L'Imputato ha proposto ricorso sostenendo che, prima della decisione d'appello, era già maturata la prescrizione del reato, tenuto conto delle sospensioni per l'emergenza sanitaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che è pienamente ammissibile l'impugnazione basata sull'omessa dichiarazione di estinzione del reato da parte del giudice di merito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando estinto il reato per prescrizione del reato.
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Prescrizione del reato: il calcolo errato costa tremila euro
Il Ricorrente ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che il reato contestato fosse ormai estinto per intervenuta prescrizione del reato prima della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha rigettato la tesi difensiva, rilevando che il ricorrente non ha considerato i periodi di sospensione del termine prescrizionale correttamente calcolati dai giudici di secondo grado. Tenendo conto di tali sospensioni, la prescrizione si è compiuta solo successivamente, nell'agosto del 2022. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un imputato contro la sentenza di condanna della Corte d'Appello. Il ricorrente sosteneva che il reato fosse prescritto e contestava il diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha chiarito che il reato si è consumato in una data successiva rispetto a quella indicata dalla difesa, escludendo così la prescrizione. Inoltre, i motivi di ricorso relativi alle attenuanti e alla responsabilità sono stati giudicati generici e ripetitivi di questioni di fatto già risolte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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