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Art. 1366 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

264 provvedimenti

Altri anni per Art. 1366 Codice Civile

Incentivo all’esodo: pensione differita e tutela del lavoratore
Un lavoratore accetta la risoluzione consensuale del rapporto con la propria azienda, concordando un piano di incentivo all'esodo e un'apposita clausola di tutela. L'accordo garantisce un'integrazione economica qualora sopravvengano modifiche alle regole pensionistiche. In seguito all'introduzione delle finestre di differimento per l'erogazione della pensione, l'ex dipendente subisce un vuoto di reddito di quattordici mesi tra la fine dell'indennità di mobilità e il primo assegno pensionistico. Il datore di lavoro rifiuta il pagamento della somma integrativa, sostenendo una rigida lettura letterale della clausola contrattuale. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'azienda, confermando la condanna al pagamento in favore del dipendente: i contratti vanno interpretati secondo buona fede e ricercando la reale funzione economica dell'accordo, che era garantire continuità di reddito fino alla pensione.
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Premio aziendale: non basta la previsione in bilancio, servono obiettivi
Un Lavoratore ha ottenuto un decreto ingiuntivo per il pagamento di un Premio aziendale di rendimento. L'Azienda si è opposta, ma i giudici di merito hanno confermato il diritto del Lavoratore, ritenendo il premio legato alla sola previsione in bilancio. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione. Ha chiarito che il Premio aziendale non è automatico. La sua erogazione dipende dal raggiungimento di specifici obiettivi aziendali e dalla discrezionalità dell'Azienda. La sentenza sottolinea l'importanza di interpretare correttamente i contratti collettivi.
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Risarcimento danni per perdita del posto di lavoro: i paletti
Alcuni lavoratori hanno fatto causa all'Azienda Committente e all'Azienda Subappaltatrice chiedendo il risarcimento danni per perdita del posto di lavoro. I dipendenti sostenevano che l'Azienda Committente avesse violato un contratto commerciale che garantiva un determinato volume di affari all'Azienda Subappaltatrice, causando così il loro licenziamento. Inoltre, i lavoratori non avevano impugnato i licenziamenti ricevuti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che la clausola contrattuale sul volume di affari era solo un parametro complessivo e non una garanzia di copertura dei costi dei singoli dipendenti. Inoltre, la Suprema Corte ha stabilito che chiedere il risarcimento danni per perdita del posto di lavoro senza aver prima impugnato il licenziamento costituisce un tentativo inammissibile di aggirare le norme lavoristiche.
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Diritto di precedenza del lavoratore: stop ad assunzioni esterne
Una lavoratrice a tempo parziale subiva una riduzione di orario per crisi aziendale. Successivamente, a seguito delle dimissioni di una collega, l'azienda assumeva un nuovo dipendente a tempo parziale invece di incrementare le ore della lavoratrice già in organico. L'azienda falliva e la dipendente chiedeva l'ammissione al passivo per il risarcimento del danno, lamentando la violazione dei principi di buona fede e del diritto di precedenza del lavoratore. Il Tribunale respingeva la domanda per assenza di prova sull'impugnazione dell'accordo di riduzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, sancendo che i giudici di merito hanno commesso un'omessa pronuncia non valutando l'effettiva violazione degli obblighi contrattuali e del diritto di preferenza.
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Premio aziendale di rendimento: no al pagamento senza utili
Un quadro direttivo ha ottenuto un decreto ingiuntivo per il pagamento del Premio aziendale di rendimento per gli anni 2011 e 2012. L'Azienda si è opposta, sostenendo che il premio fosse subordinato al raggiungimento di specifici obiettivi finanziari, in particolare un utile netto di almeno 500 milioni di euro, non raggiunto nel 2011. La Corte d'Appello ha dato ragione al lavoratore, ritenendo il premio dovuto per il solo fatto di occupare una posizione strategica. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno chiarito che l'istituzione del premio rientra nella discrezionalità dell'impresa e la sua erogazione è strettamente legata al conseguimento dei traguardi prefissati, annullando la decisione precedente e rinviando la causa per un nuovo giudizio.
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Contratto collettivo aziendale: la disdetta cancella i premi
Una lavoratrice ha chiesto il riconoscimento del diritto a percepire un premio individuale denominato "ex premio aziendale ad personam" anche dopo che l'azienda aveva dato disdetta al contratto collettivo aziendale del 2007. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che il premio derivasse direttamente dall'accordo collettivo disdettato e non costituisse un diritto individuale intoccabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della lavoratrice. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione del contratto collettivo aziendale spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità se non per violazione di specifiche regole interpretative. Di conseguenza, la disdetta dell'accordo ha legittimamente fatto cessare l'erogazione del premio.
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Indennità suppletiva di clientela: scontro tra banca e agente
Un promotore finanziario ha richiesto il pagamento dell'indennità suppletiva di clientela a una banca, basandosi su un accordo di cessione del portafoglio clienti. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo che l'accordo avesse già regolato e ricompreso tale importo in modo non peggiorativo per il lavoratore. Il promotore ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando un'errata interpretazione del contratto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che l'interpretazione dei contratti spetta al giudice di merito se logica e coerente. Le parti possono legittimamente concordare in anticipo le conseguenze economiche della cessazione del rapporto, purché non si scenda sotto i minimi di legge. Il promotore perde definitivamente la causa.
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Erogazione dei ticket restaurant: presenza reale o ferie pagate?
L'Azienda ha proposto ricorso contro la decisione che riconosceva a due dipendenti il diritto di ricevere i buoni pasto anche durante i giorni di assenza giustificata (come ferie o malattia). La Corte d'Appello aveva basato la decisione sull'accordo aziendale del 2015. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Azienda, stabilendo che i giudici di merito hanno interpretato l'accordo in modo errato e isolato. Secondo la Suprema Corte, l'interpretazione corretta deve essere sistematica e considerare anche il comportamento successivo delle parti. Di conseguenza, l'erogazione dei ticket restaurant spetta unicamente per i giorni di effettiva presenza al lavoro pari o superiori a quattro ore, escludendo i giorni di assenza. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio ad altra sezione.
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Ticket restaurant: l’Azienda vince contro le assenze equiparate
L'Azienda ha impugnato la sentenza che riconosceva ad alcuni dipendenti il diritto a ricevere i ticket restaurant anche per le giornate di assenza giustificata, come ferie o malattia, equiparate al lavoro effettivo. La Corte d'Appello aveva basato la decisione sull'accordo aziendale del 2015. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Azienda, stabilendo che i giudici di merito hanno interpretato l'accordo in modo parziale e isolato. Secondo la Suprema Corte, l'interpretazione dei contratti collettivi deve seguire criteri logico-sistematici, valutando la comune intenzione delle parti e il loro comportamento successivo, come l'invio di comunicazioni interne e accordi integrativi successivi che limitavano i ticket restaurant ai soli giorni di effettiva presenza. La causa è stata quindi rinviata per una nuova decisione.
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Ticket restaurant: presenza effettiva contro assenze per ferie
Alcuni dipendenti di un'azienda autostradale hanno chiesto il riconoscimento del diritto ai ticket restaurant anche per i giorni di assenza equiparati al lavoro, come ferie o malattia, basandosi sul contratto collettivo nazionale. La Corte d'Appello aveva dato loro ragione. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda. I giudici hanno stabilito che l'accordo aziendale del 2015 ha sostituito interamente la vecchia indennità di mensa con i ticket restaurant, prevedendoli solo per i giorni di effettiva presenza superiore a quattro ore. La Cassazione ha chiarito che i contratti collettivi aziendali possono derogare a quelli nazionali e che l'accordo va interpretato nella sua interezza, considerando anche il comportamento successivo delle parti, e non isolando le singole clausole.
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Ticket restaurant durante le ferie: l’azienda vince in Cassazione
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un'importante azienda autostradale contro la decisione che riconosceva ai dipendenti il diritto di ricevere i ticket restaurant durante le ferie e altre assenze equiparate. I giudici di merito avevano interpretato l'accordo aziendale del 2015 estendendo i buoni pasto anche ai giorni di assenza. La Suprema Corte ha invece stabilito che l'accordo aziendale deve essere interpretato in modo globale e sistematico, tenendo conto anche del comportamento successivo delle parti e degli accordi successivi. Nel caso specifico, i buoni pasto spettano solo per i giorni di effettiva presenza lavorativa superiore alle quattro ore. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio alla Corte d'Appello.
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Ticket restaurant: negati in ferie ma validi solo se si lavora.
L'Azienda ha impugnato la sentenza che la condannava a erogare i ticket restaurant ai dipendenti anche per i giorni di assenza equiparati al lavoro (come ferie e malattie). La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Azienda, stabilendo che i giudici di merito hanno interpretato l'accordo aziendale in modo errato e parziale. Secondo la Suprema Corte, l'interpretazione dei contratti collettivi deve seguire criteri sistematici, valutando la comune intenzione delle parti e il loro comportamento complessivo, anche successivo alla firma. Nel caso specifico, i ticket restaurant sostituiscono l'indennità di mensa e spettano solo per i giorni di effettiva presenza in servizio superiore a quattro ore, escludendo i giorni di assenza. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Erogazione dei ticket restaurant: presenza o ferie?
Un'azienda ha impugnato la sentenza che riconosceva ad alcuni dipendenti il diritto ai buoni pasto anche per i giorni di assenza equiparati al servizio, come ferie o malattia. La Corte d'Appello aveva basato la decisione sull'accordo aziendale del 2015. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che i giudici di merito hanno interpretato l'accordo in modo isolato. L'erogazione dei ticket restaurant sostituisce interamente la vecchia indennità di mensa ed è legata alla presenza effettiva in servizio di almeno quattro ore, senza le vecchie equiparazioni del contratto nazionale. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Calcolo retribuzione part-time: azienda condannata per disparità
Una lavoratrice ha contestato il calcolo retribuzione part-time applicato dal datore di lavoro. Nonostante la contrattazione collettiva avesse ridotto l'orario settimanale dei dipendenti a tempo pieno da 40 a circa 37 ore, l'azienda continuava a calcolare la retribuzione della dipendente rapportandola al vecchio standard di 40 ore, riducendone di fatto la quota di stipendio spettante. La Corte d'Appello ha ritenuto illegittimo tale comportamento. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione e ha rigettato il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che calcolare il part-time su un orario teorico superiore a quello reale dei colleghi a tempo pieno viola il principio di non discriminazione, creando un'ingiustificata disparità di trattamento economico.
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Accordo sindacale aziendale: niente ticket in ferie
L'Azienda ha impugnato la condanna al pagamento dei buoni pasto in favore di un dipendente per i giorni di assenza equiparati al lavoro effettivo. La Corte d'Appello aveva ritenuto che l'accordo sindacale aziendale del 2015, sostituendo l'indennità di mensa con i ticket restaurant, includesse implicitamente le tutele del contratto nazionale. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Azienda, stabilendo che l'interpretazione di un accordo sindacale aziendale non può limitarsi al solo dato letterale, ma deve applicare i criteri di ermeneutica contrattuale, valutando il comportamento complessivo delle parti e la successione degli accordi collettivi, i quali escludevano i ticket per i giorni di mancata prestazione effettiva.
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Ticket restaurant: niente buono pasto per i giorni di ferie
Un'azienda ha impugnato la decisione che la condannava a pagare i ticket restaurant ai dipendenti anche per i giorni di assenza equiparati al lavoro effettivo (come le ferie). La Corte d'Appello aveva dato ragione ai lavoratori basandosi solo sul testo letterale dell'accordo aziendale del 2015. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione di un accordo sindacale non può limitarsi alle singole parole, ma deve considerare la comune intenzione delle parti, il loro comportamento successivo e il collegamento con i precedenti accordi. Nel caso specifico, la volontà collettiva era quella di sostituire la vecchia indennità con il ticket restaurant solo per i giorni di effettiva presenza lavorativa superiore alle quattro ore. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio.
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Ticket restaurant: negati i buoni pasto nei giorni di ferie
L'Azienda ha impugnato la decisione che la condannava a erogare il Ticket restaurant ai dipendenti anche per i giorni di assenza equiparati al lavoro effettivo, come le ferie. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Azienda, stabilendo che i giudici di merito hanno interpretato in modo errato e isolato l'accordo sindacale aziendale. Secondo la Suprema Corte, l'interpretazione dei contratti collettivi deve seguire un criterio logico-sistematico e valutare il comportamento complessivo delle parti, anche successivo alla firma. Nel caso specifico, i precedenti accordi e la condotta delle parti dimostravano la chiara volontà di riservare il beneficio economico esclusivamente alle giornate di presenza effettiva in servizio. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Erogazione dei ticket restaurant: ferie escluse se c’è deroga
Tre dipendenti di un'azienda autostradale hanno richiesto il pagamento dei buoni pasto anche per i giorni di assenza giustificata, come ferie e malattia, equiparati ai giorni di servizio dal contratto nazionale. L'azienda si è opposta, sostenendo che l'accordo aziendale del 2015 avesse sostituito l'indennità di mensa con i buoni pasto solo per i giorni di lavoro effettivo superiore a quattro ore. La Corte d'Appello ha dato ragione ai lavoratori, ma la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. La Suprema Corte ha stabilito che l'interpretazione dei contratti collettivi deve seguire criteri logici e sistematici, valutando anche il comportamento delle parti. Di conseguenza, l'erogazione dei ticket restaurant spetta solo per i giorni di presenza reale, escludendo i periodi di ferie o malattia, poiché l'accordo aziendale prevale e deroga legittimamente sul punto al contratto nazionale.
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Agevolazioni tariffarie: perché i pensionati perdono lo sconto
Un gruppo di pensionati, ex dipendenti di un'azienda energetica, ha fatto causa per mantenere le agevolazioni tariffarie sulla fornitura di energia elettrica, previste da vecchi contratti collettivi. L'azienda aveva cancellato il beneficio con una disdetta unilaterale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei pensionati, stabilendo che gli sconti sulle bollette non costituiscono un diritto quesito né fanno parte della retribuzione fissa. Trattandosi di accordi collettivi a tempo indeterminato, l'azienda può legittimamente recedere per evitare vincoli perpetui. I pensionati perdono la causa e devono pagare le spese di giudizio.
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Premio aziendale di rendimento: obiettivi mancati, niente pagamento
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un istituto di credito contro la decisione che lo condannava a pagare il premio aziendale di rendimento a un dipendente per gli anni 2011 e 2012. I giudici hanno chiarito che l'erogazione di tale emolumento non è automatica né legata alla sola posizione lavorativa, ma è subordinata al raggiungimento di specifici obiettivi finanziari prefissati dall'azienda, come un utile minimo d'esercizio. Non essendosi verificata tale condizione nel 2011, il diritto al premio non è sorto. La sentenza d'appello è stata quindi cassata con rinvio.
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