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Art. 1366 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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264 provvedimenti

Altri anni per Art. 1366 Codice Civile

Premio aziendale ad personam: la disdetta cancella il bonus
Un gruppo de I Lavoratori ha fatto causa a L'Azienda per continuare a ricevere una somma in busta paga denominata premio aziendale ad personam. L'Azienda aveva smesso di pagarla dopo aver dato la disdetta del contratto integrativo aziendale del 2007. I giudici di merito hanno respinto la richiesta dei dipendenti. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. I giudici hanno chiarito che il premio aziendale ad personam derivava da un accordo collettivo e non da contratti individuali. Di conseguenza, la disdetta del contratto integrativo aziendale ha cancellato legittimamente anche questa voce dello stipendio. I Lavoratori hanno perso la causa e devono pagare le spese di giudizio.
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Inquadramento superiore: il lavoratore vince contro l’azienda
Un operatore di centrale operativa della vigilanza privata ha richiesto l'inquadramento superiore al livello IV Super del contratto collettivo nazionale, sostenendo di gestire sistemi tecnologici complessi. Le due società datrici di lavoro succedutesi nel tempo si sono opposte, interpretando in modo restrittivo l'accordo integrativo territoriale. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del dipendente, accertando lo svolgimento effettivo di mansioni superiori. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi delle aziende, confermando che la valutazione delle mansioni e l'interpretazione dei contratti collettivi spettano esclusivamente ai giudici di merito. Il lavoratore ottiene definitivamente la qualifica superiore e il pagamento delle differenze retributive.
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Ticket restaurant: negati i buoni pasto durante ferie e malattia
L'Azienda ha impugnato la decisione che riconosceva a due dipendenti il diritto di ricevere i ticket restaurant anche per i giorni di assenza giustificata, come ferie o malattia, equiparati ai giorni di lavoro dal contratto collettivo nazionale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Azienda, stabilendo che i giudici d'appello hanno interpretato in modo errato e isolato l'accordo aziendale del 2015. Secondo la Suprema Corte, l'interpretazione dei contratti collettivi non deve essere atomistica, ma deve considerare la reale intenzione delle parti, il loro comportamento successivo e il collegamento con i precedenti accordi aziendali. Di conseguenza, la sentenza d'appello è stata annullata con rinvio per una nuova decisione.
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Garanzia di riassunzione: l’accordo vince sui cambi societari
Due lavoratrici, originariamente dipendenti di una società di gestione aeroportuale, erano state trasferite a un'azienda concessionaria. In quell'occasione, un accordo sindacale aveva previsto una garanzia di riassunzione da parte della società originaria in caso di cessazione o trasferimento delle attività della concessionaria. A seguito del passaggio della concessione a un terzo operatore, le lavoratrici hanno chiesto di essere riassunte dalla società originaria. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo che il "trasferimento di attività" previsto dall'accordo equivaleva a un trasferimento d'azienda. Di conseguenza, la garanzia di riassunzione è pienamente operativa. La società originaria perde il ricorso e deve riassumere le lavoratrici, pagando le spese di giudizio.
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Premio aziendale di rendimento: negato il bonus senza utili
Un quadro direttivo ha richiesto il pagamento del Premio aziendale di rendimento per gli anni 2011 e 2012. La Corte d'Appello aveva dato ragione al dipendente, ritenendo che il premio spettasse per il solo fatto di occupare una posizione strategica e in presenza di un budget in bilancio. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della banca datrice di lavoro. I giudici di legittimità hanno chiarito che, in base al contratto collettivo nazionale, l'istituzione del premio rientra nella scelta discrezionale dell'azienda ed è strettamente subordinata al raggiungimento di specifici obiettivi prefissati, come un determinato utile netto. Di conseguenza, la sentenza d'appello è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Mansioni superiori negate ma indennità confermata: la Cassazione
Un collaboratore amministrativo di un'azienda sanitaria ha richiesto il riconoscimento dello svolgimento di mansioni superiori dirigenziali, avendo svolto funzioni di economo, e il pagamento dell'indennità di maneggio denaro. La Corte d'Appello ha riconosciuto solo l'indennità. La Cassazione ha rigettato entrambi i ricorsi. La Suprema Corte ha chiarito che l'affidamento di compiti di economo, pur se in deroga a regolamenti interni che prevedevano profili superiori, non fa scattare automaticamente il diritto alle mansioni superiori se le attività svolte rientrano concretamente nella qualifica di appartenenza. Inoltre, ha confermato l'indennità di maneggio denaro poiché prevista dal contratto collettivo sotto la voce di valorizzazione delle responsabilità. Entrambe le parti escono sconfitte e le spese sono compensate.
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Contratto a progetto: lavoro extra smentito dai patti scritti
Il Lavoratore ha collaborato per anni con L'Azienda tramite diversi contratti con la formula del contratto a progetto. Successivamente, ha richiesto il pagamento di differenze retributive per presunte giornate lavorative aggiuntive rispetto a quelle pattuite. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, ritenendo il compenso proporzionato al lavoro svolto e non provate le prestazioni extra. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del collaboratore. I giudici hanno stabilito che l'interpretazione del contratto spetta al giudice di merito e che non vi erano prove di accordi per giornate lavorative ulteriori. Il Lavoratore perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Premio aziendale di rendimento: niente automaticità senza utili
Un quadro direttivo ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro l'azienda per il pagamento del Premio aziendale di rendimento per gli anni 2011 e 2012. La Corte d'Appello ha confermato il diritto al premio, ritenendolo legato solo alla posizione strategica del dipendente e alla presenza di un budget. L'azienda ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'erogazione fosse subordinata al raggiungimento di specifici obiettivi di bilancio (un utile netto di 500 milioni), non raggiunti nel 2011. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda. Ha chiarito che l'istituzione del premio rientra nella discrezionalità dell'impresa e richiede il raggiungimento di obiettivi concreti. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio.
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Premio aziendale di rendimento: perché non è mai automatico
Un Quadro Direttivo ha chiesto il pagamento del Premio aziendale di rendimento per gli anni 2011 e 2012. L'Azienda si è opposta, sostenendo che il premio non fosse dovuto poiché non era stato raggiunto l'obiettivo di utile netto fissato dal Consiglio di Amministrazione. La Corte d'Appello ha dato ragione al lavoratore, ritenendo il premio obbligatorio e legato solo alla posizione strategica occupata. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno chiarito che il Premio aziendale di rendimento fa parte di un sistema incentivante discrezionale, la cui erogazione è subordinata al raggiungimento di specifici obiettivi finanziari prefissati dall'impresa. Di conseguenza, la sentenza d'appello è stata annullata.
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Interpretazione del contratto: pensione automatica o facoltativa
Un collaboratore (ex dirigente) e una banca concordano la cessazione del rapporto di lavoro al raggiungimento della prima finestra utile per la pensione. La banca sostiene che il rapporto sia cessato anticipatamente con l'introduzione della pensione anticipata in cumulo. Il collaboratore si oppone, ritenendo che l'accordo facesse riferimento solo alla pensione di vecchiaia ordinaria. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del collaboratore. I giudici stabiliscono che l'interpretazione del contratto deve rispettare la comune intenzione delle parti al momento della firma. Non si possono includere forme pensionistiche facoltative e imprevedibili introdotte da leggi successive, violando i canoni di buona fede e letteralità. La sentenza d'appello viene cassata con rinvio.
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Contributi previdenziali Cassa Forense: avvocato perde il ricorso
Un avvocato ha proposto opposizione contro una cartella di pagamento per il recupero di contributi previdenziali Cassa Forense relativi agli anni 2011 e 2012, oltre alle sanzioni per il ritardo nelle comunicazioni reddituali. Dopo il rigetto nei primi due gradi di giudizio, il professionista ha fatto ricorso in Cassazione lamentando un'errata interpretazione delle comunicazioni intercorse con l'ente previdenziale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non si possono proporre in sede di legittimità questioni di fatto del tutto nuove o limitarsi a contrapporre la propria interpretazione soggettiva a quella plausibile fornita dai giudici di merito. Di conseguenza, l'avvocato è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio.
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Interpretazione accordo aziendale: Lavoratori perdono e pagano
Un gruppo di lavoratori ha citato in giudizio la propria Azienda per ottenere il pagamento di alcuni emolumenti, basando la richiesta su una specifica clausola di un vecchio accordo. La Corte di Cassazione ha dato torto ai lavoratori, stabilendo un principio chiave sulla interpretazione accordo aziendale: questa spetta ai giudici di merito e non può essere messa in discussione in Cassazione se la loro lettura del testo, per quanto discutibile, non è illogica. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e i lavoratori sono stati condannati non solo a pagare le spese legali, ma anche a versare una somma aggiuntiva come sanzione per aver intentato una causa con leggerezza.
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Revoca Elezioni RSU: Condotta Antisindacale per l’Azienda
La Corte di Cassazione ha stabilito che un'azienda commette condotta antisindacale se blocca le elezioni per il rinnovo della RSU, anche se il sindacato che le aveva inizialmente indette ha poi revocato la procedura. Una volta avviato, il processo elettorale diventa autonomo e viene gestito da un Comitato elettorale terzo. Il datore di lavoro non può interrompere la sua collaborazione (come fornire l'elenco dei votanti) basandosi sulla revoca di un singolo sindacato, se altre organizzazioni intendono partecipare. L'azienda, rifiutandosi di proseguire, ha illegittimamente leso il diritto degli altri sindacati e dei lavoratori a partecipare alle elezioni. Di conseguenza, il ricorso dell'azienda è stato respinto.
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Rimborso spese legali: dipendente assolto ma l’Ente non paga
La Cassazione nega il rimborso spese legali a un dipendente pubblico, anche se il procedimento penale a suo carico è stato archiviato. Il caso riguardava alcuni dipendenti di un Comune indagati per reati come peculato e falso, commessi nell'esercizio delle loro funzioni. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: il diritto al rimborso è escluso se esiste un conflitto di interessi tra l'Ente e il lavoratore. Tale conflitto deve essere valutato 'ex ante', cioè all'inizio del procedimento. Poiché i reati ipotizzati vedevano l'Ente come parte offesa, il conflitto era palese fin da subito, rendendo illegittima la richiesta di pagamento delle spese legali a carico delle casse pubbliche.
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Premio di rendimento: budget non basta, la Banca vince in Cassazione
Una lavoratrice di un istituto di credito chiedeva il pagamento del premio di rendimento aziendale per due annualità, sostenendo che fosse un suo diritto dato che la spesa era prevista nel bilancio aziendale. La Banca si opponeva, affermando che il pagamento era subordinato al raggiungimento di un obiettivo di utile netto, cosa non avvenuta. La Corte di Cassazione ha dato ragione alla Banca, stabilendo un principio fondamentale: il premio di rendimento aziendale non è automatico. La sua erogazione dipende dal raggiungimento di obiettivi specifici fissati dall'azienda in modo discrezionale, seppur trasparente. La semplice previsione di spesa a bilancio non è sufficiente a creare un diritto per il lavoratore. La sentenza d'appello favorevole alla dipendente è stata quindi annullata.
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Premio di rendimento: non basta il budget, servono i risultati
Una dipendente di banca chiedeva il pagamento del premio di rendimento per due annualità, sostenendo che fosse sufficiente la previsione di spesa nel bilancio aziendale. I giudici di merito le avevano dato ragione. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso della Banca. I giudici supremi hanno stabilito un principio chiaro: il premio di rendimento non è un diritto automatico. La sua erogazione è strettamente legata al raggiungimento effettivo di obiettivi specifici e misurabili, come un determinato utile d'esercizio, fissati discrezionalmente dall'azienda. Se tali obiettivi non vengono conseguiti, il premio non è dovuto, anche se era stato previsto un budget a bilancio.
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Transazione Novativa: Bonus perso per una clausola di rinuncia
Un dirigente firma una transazione novativa con la sua azienda, rinunciando a ogni pretesa tranne a ferie non godute e TFR. Successivamente, nasce una disputa sul premio di risultato maturato prima dell'accordo. La Cassazione stabilisce che il premio è incluso nella rinuncia generale. Poiché il bonus non era stato esplicitamente escluso, a differenza di altre voci, il diritto del dirigente si considera estinto. La sentenza chiarisce che una transazione novativa, per sua natura, cancella tutti i diritti precedenti non espressamente salvati nell'accordo, rendendo la rinuncia 'tombale' e definitiva.
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CCNL in Appalto: la clausola del bando batte il contratto aziendale
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sull'applicazione CCNL in appalto. Una cooperativa sociale, vincitrice di un appalto per servizi ambientali, aveva applicato ai suoi dipendenti il CCNL delle cooperative sociali anziché quello, più favorevole, dei servizi ambientali, esplicitamente richiamato nel contratto di appalto. I lavoratori hanno fatto causa per ottenere la retribuzione corretta. La Cassazione ha dato loro ragione, affermando che la clausola del contratto di appalto è vincolante. L'interpretazione del contratto deve rispettare la volontà della società committente di garantire parità di trattamento, imponendo l'applicazione del CCNL di settore. La sentenza della Corte d'Appello è stata annullata e il caso dovrà essere riesaminato.
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Premio aziendale ad personam: non è per sempre se scade l’accordo
Un lavoratore chiedeva di continuare a ricevere un premio aziendale ad personam anche dopo che l'azienda aveva disdetto l'accordo collettivo che lo prevedeva. Sosteneva che il premio fosse ormai parte del suo contratto individuale. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno stabilito che le clausole di un contratto collettivo non si 'incorporano' automaticamente in quello individuale. Esse regolano il rapporto dall'esterno e la loro efficacia cessa con la scadenza o la disdetta dell'accordo collettivo. Di conseguenza, il lavoratore ha perso il diritto al premio.
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Recesso per giusta causa agente: accusa tardiva, l’azienda paga
Un'azienda interrompe un contratto di agenzia invocando un recesso per giusta causa agente, basato su presunti incassi diretti avvenuti anni prima. L'Agente contesta il recesso e chiede il pagamento delle indennità di fine rapporto. I giudici danno ragione all'Agente, ritenendo le accuse dell'Azienda tardive e ingiustificate. La Corte di Cassazione conferma la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'Azienda. Quest'ultima tentava di far riesaminare i fatti, un'operazione non consentita in sede di legittimità. L'Azienda viene quindi condannata a pagare tutte le somme dovute all'Agente, oltre alle spese legali.
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