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Art. 1362 Codice Civile — Anno 2025

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1577 provvedimenti

Altri anni per Art. 1362 Codice Civile

Iscrizione Cassa Geometri: sì anche senza reddito
Un geometra, socio di una società e già iscritto all'INPS, contestava l'obbligo di iscriversi alla Cassa di previdenza di categoria, sostenendo che la sua attività professionale fosse solo occasionale. La Corte di Cassazione, ribaltando le decisioni dei giudici di merito, ha stabilito che la semplice iscrizione all'albo professionale è condizione sufficiente per far scattare l'obbligo di iscrizione alla Cassa e il versamento della contribuzione minima. Questa decisione si fonda su un principio di solidarietà tra professionisti e conferma che l'obbligo di iscrizione cassa geometri sussiste a prescindere dalla continuità dell'attività o dalla produzione di reddito.
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Licenziamento disciplinare: la Cassazione decide
Un supervisore, licenziato per presunte false note spese, è stato reintegrato dalla Corte d'Appello. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, respingendo il ricorso dell'azienda. L'ordinanza chiarisce che la valutazione sulla gravità di una condotta ai fini del licenziamento disciplinare spetta al giudice di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità se la motivazione è logica e coerente. La Corte ha stabilito che non ogni illecito giustifica automaticamente la sanzione espulsiva, dovendosi valutare la proporzionalità e l'effettiva lesione del vincolo fiduciario.
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Appello sentenza giudice di pace: limiti e motivi
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10850/2025, ha rigettato un ricorso su un'opposizione a precetto, chiarendo i limiti dell'appello contro le sentenze del giudice di pace emesse secondo equità. Il caso riguardava la mancata preventiva escussione del patrimonio di una S.n.c. prima di agire contro il socio. La Corte ha stabilito che tale regola (art. 2304 c.c.) è una norma sostanziale e non procedurale. Di conseguenza, la sua presunta violazione non rientra tra i motivi validi per un appello sentenza giudice di pace, che è limitato alla violazione di norme sul procedimento, norme costituzionali o comunitarie.
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Espromissione: la Cassazione e l’interpretazione
Una parte si opponeva a un'esecuzione forzata, sostenendo che un atto pubblico non costituisse un'assunzione di debito (espromissione), ma una mera promessa. La Corte di Cassazione, confermando le decisioni dei giudici di merito, ha respinto il ricorso. Ha stabilito che l'interpretazione del contratto, che qualificava l'atto come espromissione sulla base della volontà complessiva delle parti, era immune da censure, rendendo l'atto un valido titolo per l'esecuzione.
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Principio di autosufficienza: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile un ricorso per violazione del principio di autosufficienza. I ricorrenti, che contestavano un'azione revocatoria su un conferimento d'azienda, non hanno trascritto integralmente gli atti necessari a valutare le loro censure, rendendo impossibile per la Corte esaminare il merito della questione.
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Contestazione disciplinare: i limiti del giudice
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società autostradale contro la reintegra di un dipendente licenziato. Il caso verteva sull'interpretazione di una contestazione disciplinare e sulla necessità di provare un dolo specifico (il fine di trarre vantaggio) per giustificare il licenziamento, come previsto dal CCNL di settore. La Corte ha confermato la decisione dei giudici d'appello, stabilendo che i fatti non inclusi esplicitamente nell'atto di accusa formale non possono fondare la sanzione e che, in assenza di prova del dolo specifico, il licenziamento è illegittimo.
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Trattamento economico trasferimento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di trasferimento di un lavoratore tra due enti pubblici, il trattamento economico complessivo precedentemente goduto deve essere mantenuto, anche se superiore a quello del nuovo inquadramento. Questo avviene tramite un assegno 'ad personam', soggetto a riassorbimento con i futuri aumenti. La Corte ha chiarito che anche indennità specifiche, come l'Anzianità Professionale Edile (APE), non possono essere unilateralmente eliminate se costituiscono una parte certa e continuativa della retribuzione, contribuendo alla determinazione del trattamento economico globale da salvaguardare.
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Diritto di riscatto box: no per le pertinenze
Un inquilino di un alloggio di edilizia residenziale pubblica, dopo aver acquistato l'appartamento, ha citato in giudizio l'ente proprietario per ottenere anche la proprietà del box auto pertinenziale. L'inquilino sosteneva che il suo diritto di riscatto si estendesse anche al box. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che il diritto di riscatto previsto dalla legislazione speciale sull'edilizia pubblica è limitato esclusivamente alle unità abitative e non si applica alle loro pertinenze, come i garage. La Corte ha inoltre escluso che le normative urbanistiche sui parcheggi obblighino l'ente a trasferire la proprietà del box insieme a quella dell'alloggio.
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Cambio appalto licenziamento: non è collettivo
Un gruppo di lavoratori, in seguito a un cambio di appalto, ha rifiutato la riassunzione con la nuova azienda e il successivo trasferimento disposto dal datore di lavoro originario. Di conseguenza, sono stati licenziati per motivi disciplinari. Hanno impugnato il licenziamento sostenendo che si trattasse di un licenziamento collettivo mascherato, ma la Corte di Cassazione ha respinto la loro tesi. La Corte ha chiarito che nel caso di cambio appalto licenziamento, la procedura per i licenziamenti collettivi non si applica se il subentrante offre la riassunzione a parità di condizioni. Il trasferimento è stato considerato legittimo e i licenziamenti validi in quanto disciplinari.
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Domanda subordinata: la Cassazione chiarisce i limiti
Un creditore ha agito in giudizio contro un trasferimento immobiliare chiedendo in via principale la declaratoria di simulazione e, in subordine, l'inefficacia tramite azione revocatoria. I giudici di merito hanno accolto entrambe le domande. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, ribadendo che, una volta accolta la domanda principale, il giudice non può pronunciarsi sulla domanda subordinata, poiché verrebbe meno la condizione per il suo esame, commettendo altrimenti un vizio di ultrapetizione.
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Reperibilità notturna: è orario di lavoro? La Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 10653/2025, ha stabilito un principio fondamentale in materia di reperibilità notturna. Il tempo trascorso da un lavoratore in regime di reperibilità con obbligo di pernottamento presso la struttura del datore di lavoro deve essere considerato integralmente come 'orario di lavoro', in linea con la normativa europea. Di conseguenza, la retribuzione per tale servizio non può consistere in una minima indennità forfettaria, ma deve essere proporzionata e sufficiente, come sancito dall'art. 36 della Costituzione. La Corte ha cassato la sentenza d'appello che aveva negato tale diritto a un educatore di una cooperativa sociale, rinviando il caso per una nuova valutazione basata su questi principi.
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Reperibilità notturna: è orario di lavoro retribuito?
La Corte di Cassazione ha stabilito che la reperibilità notturna con obbligo di permanenza presso la struttura lavorativa deve essere considerata integralmente orario di lavoro. Un educatore di una cooperativa sociale si era visto negare in appello la retribuzione per lavoro straordinario per i turni notturni. La Cassazione, in linea con la giurisprudenza europea, ha cassato la sentenza, affermando che tale periodo non è riposo e deve essere compensato con una retribuzione proporzionata e sufficiente, come previsto dall'art. 36 della Costituzione.
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Orario di lavoro reperibilità: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione ha stabilito che la reperibilità notturna con obbligo di permanenza presso il luogo di lavoro deve essere qualificata come 'orario di lavoro' e non come 'periodo di riposo'. Di conseguenza, la retribuzione prevista dal contratto collettivo, anche se forfettaria, deve essere adeguata e proporzionata alla prestazione, in linea con l'art. 36 della Costituzione. La Corte ha cassato la sentenza d'appello che aveva negato la qualifica di orario di lavoro reperibilità, rinviando il caso per una nuova valutazione del compenso.
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Norma imperativa e contratto: la Cassazione decide
Un Comune chiedeva il pagamento di canoni a una società fallita per l'uso di sue strutture, come previsto da un contratto. Il Tribunale rigettava la richiesta, ritenendo che una legge successiva (art. 202 Codice Ambiente), qualificata come norma imperativa, avesse trasformato il contratto da oneroso a gratuito (comodato), rendendo nulle le clausole di pagamento. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che la suddetta legge non è una norma imperativa e non può quindi causare la 'nullità virtuale' del contratto originario, che resta valido.
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Licenziamento disciplinare: la Cassazione conferma
Un lavoratore, dipendente di una società di servizi cimiteriali, è stato licenziato per una gravissima condotta tenuta durante un'operazione di estumulazione. La Corte di Cassazione, confermando le decisioni dei giudici di merito, ha rigettato il ricorso del dipendente, ritenendo legittimo il licenziamento disciplinare. La Suprema Corte ha ribadito l'autonomia del giudizio civile rispetto a quello penale e ha confermato che la valutazione sulla gravità dei fatti e sulla proporzionalità della sanzione spetta al giudice di merito, se adeguatamente motivata.
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Motivazione apparente: quando la sentenza è nulla
Una società finanziaria ha richiesto un rimborso d'imposta, negato dall'Agenzia delle Entrate. La Commissione Tributaria Regionale ha accolto l'appello della società, ma la Corte di Cassazione ha annullato tale decisione a causa di una motivazione apparente. Il ragionamento dei giudici di secondo grado è stato ritenuto generico, limitandosi ad affermare la sufficienza delle prove senza spiegare il percorso logico seguito. Di conseguenza, la causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Modalità di pagamento: non si può cambiare senza accordo
La Corte di Cassazione ha stabilito che un acquirente non può modificare unilateralmente la modalità di pagamento pattuita in un contratto, passando da un leasing a un pagamento diretto. Di conseguenza, il rifiuto del venditore di consegnare la merce è stato ritenuto legittimo, configurandosi come una valida eccezione di inadempimento di fronte alla violazione contrattuale della parte acquirente. La richiesta di risoluzione del contratto da parte dell'acquirente è stata quindi respinta.
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Tempo vestizione: quando va retribuito in ospedale?
Un'operatrice socio-sanitaria ha richiesto la retribuzione per il tempo vestizione non pagato. L'azienda ospedaliera sosteneva che una riduzione dell'orario di lavoro, prevista da un accordo aziendale, compensasse già tale tempo. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda, confermando che il tempo vestizione è dovuto. La Corte ha chiarito che l'accordo aziendale in questione non era stato stipulato per compensare il tempo tuta, ma per altre ragioni legate a un cambio di turnazione, rendendo inammissibile l'argomentazione dell'azienda.
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Credito litigioso: l’azione revocatoria è valida?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha affrontato il caso di un'azione revocatoria promossa da una società creditrice per far dichiarare inefficace la vendita di due immobili effettuata dalla società debitrice. Il punto centrale della controversia era la validità di tale azione a fronte di un credito litigioso, ovvero un credito la cui esistenza era ancora oggetto di accertamento in un separato giudizio. La Corte ha rigettato i ricorsi, confermando l'orientamento consolidato secondo cui l'azione revocatoria è uno strumento di tutela ammissibile anche per crediti non ancora certi, liquidi ed esigibili, equiparando la posizione del titolare di un credito litigioso a quella del titolare di un credito sottoposto a condizione.
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Tempo tuta: retribuzione dovuta anche con orario ridotto
La Corte di Cassazione conferma la decisione di merito che riconosce a un'infermiera il diritto alla retribuzione per il cosiddetto 'tempo tuta'. Viene chiarito che una generica riduzione dell'orario di lavoro, prevista da un accordo aziendale, non può essere considerata una compensazione automatica per il tempo necessario a indossare e togliere la divisa, se non è provato che tale fosse lo scopo specifico dell'accordo. Il ricorso dell'azienda sanitaria è stato dichiarato inammissibile.
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