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Art. 110 Codice Penale — Anno 2023

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2471 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Rapina impropria: condannato anche chi difende il bottino altrui
Due soggetti sottraggono con la forza cento euro a una vittima e consegnano subito dopo la metà del denaro a un complice. La vittima insegue il gruppo per recuperare i soldi, ma il complice, insieme agli altri, la aggredisce con calci, pugni e minacce di morte. La Corte di Cassazione conferma la condanna per il reato di rapina impropria anche a carico del complice che non ha partecipato alla sottrazione iniziale. I giudici stabiliscono che risponde di rapina impropria chiunque riceva il bottino subito dopo il furto e usi violenza per difenderlo o garantire l'impunità, purché sia consapevole della provenienza illecita del denaro. Il ricorso viene rigettato con condanna alle spese.
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Chiamata in reità: la Cassazione annulla condanna e assoluzione
La Cassazione ha annullato la sentenza d'appello relativa a un tentato omicidio, accogliendo sia il ricorso del Procuratore generale sia quello del primo imputato. Il caso riguardava un agguato armato contro due vittime. In primo grado i due imputati erano stati assolti. In appello, il figlio era stato condannato sulla base di una chiamata in reità dei collaboratori di giustizia, mentre per il padre era stata confermata l'assoluzione, ritenendo inutilizzabile la testimonianza indiretta di una testimone. La Suprema Corte ha stabilito che la testimonianza indiretta non è automaticamente inutilizzabile senza prima attivare i controlli previsti dalla legge. Inoltre, ha rilevato che la chiamata in reità contro il figlio non era stata valutata con il necessario rigore metodologico, mancando una precisa ricostruzione del suo ruolo. La causa torna in appello per un nuovo giudizio.
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Associazione di tipo mafioso: condannato anche senza stipendio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per partecipazione a un'associazione di tipo mafioso, ribaltando l'iniziale assoluzione di primo grado. Sebbene l'imputato non fosse formalmente affiliato e non ricevesse uno stipendio fisso dal clan, la sua costante messa a disposizione (come autista del reggente e intermediario per attività illecite) ha dimostrato la sua piena integrazione nel gruppo criminale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, confermando che per la configurazione del reato basta il contributo concreto e volontario ai fini del sodalizio, senza necessità di un ruolo formale. È stata inoltre ritenuta corretta la procedura di rinnovazione dell'istruttoria in appello, rispettando i principi sul ribaltamento delle sentenze assolutorie.
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Concorso in corruzione: condannato il fratello del Sindaco
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un professionista condannato per concorso in corruzione. L'imputato, fratello del Sindaco di un Comune, fungeva da intermediario e collettore delle tangenti. Attraverso la propria società di progettazione, formalmente intestata a lui ma gestita di fatto insieme al fratello pubblico ufficiale, riceveva somme di denaro da imprenditori privati. In cambio, il Sindaco sbloccava pratiche edilizie e varianti urbanistiche illegittime. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità del professionista come "extraneus" (soggetto esterno), evidenziando come la sua struttura societaria fosse lo strumento per mascherare il prezzo del reato sotto forma di fittizie prestazioni professionali. Di conseguenza, è stata confermata la condanna a oltre tre anni di reclusione e la confisca per equivalente di circa 55.000 euro.
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Associazione di tipo mafioso: dal commercio di vino al carcere
Un uomo, accusato di essere il capo di un'associazione di tipo mafioso operante a Catania, ha impugnato l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che non vi fossero prove del suo ruolo di vertice e che le accuse dei collaboratori di giustizia fossero generiche o influenzate da notizie giornalistiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la misura cautelare, evidenziando che il ruolo di comando emergeva chiaramente da intercettazioni e riscontri concreti, come la mediazione in conflitti tra clan e la gestione di estorsioni. Per la Suprema Corte, la qualifica di capo si configura quando un soggetto esercita concretamente poteri decisionali e risolutivi, rendendosi riconoscibile all'interno e all'esterno del gruppo criminale.
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Furto di energia elettrica: condannato anche chi usa l’allaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un amministratore societario per il reato di furto di energia elettrica, realizzato tramite un allaccio abusivo alla rete pubblica. L'imputato sosteneva di non aver eseguito materialmente il collegamento. I giudici hanno chiarito che risponde del reato anche chi si limita a sfruttare consapevolmente l'allaccio abusivo predisposto da altri. Inoltre, la Suprema Corte ha negato l'attenuante del danno di speciale tenuità, poiché il prelievo prolungato ha causato un danno non trascurabile alla rete e al contatore. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: il vicino accusa, la Cassazione condanna
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di furto in abitazione, commesso rubando attrezzatura agricola da un garage dopo aver forzato le serrature. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la validità del riconoscimento fotografico effettuato da un vicino e l'applicazione dell'aggravante della violenza sulle cose. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la validità del riconoscimento, facilitato dalla pregressa conoscenza tra le parti, e hanno ribadito che l'aggravante del danneggiamento di serrature si estende a tutti i complici del reato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di stupefacenti: condannati entrambi i conviventi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due conviventi condannati per la detenzione di stupefacenti (cocaina e marijuana) destinati allo spaccio. La difesa della donna contestava la sua partecipazione al reato, ma i giudici hanno confermato la responsabilità concorsuale basandosi sul ritrovamento nell'abitazione comune di quattro bilancini di precisione e di un taccuino con l'elenco dei clienti e dei crediti scritto di suo pugno. La Suprema Corte ha inoltre confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche, evidenziando la condotta processuale ostruzionistica della ricorrente e i suoi precedenti penali, ribadendo che la semplice incensuratezza non è più sufficiente per ottenere sconti di pena. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Conflitto di competenza: perché il disaccordo non basta
Il Tribunale di Savona ha dichiarato la propria incompetenza territoriale per alcuni reati contestati a un'imputata, indicando come competente il Tribunale di Alessandria. Il Pubblico Ministero di Alessandria ha sollevato direttamente davanti alla Cassazione un conflitto di competenza, sostenendo la necessità di trattare unitariamente i reati commessi in concorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato insussistente il conflitto di competenza poiché il Tribunale di Alessandria non ha ancora assunto alcuna decisione formale di rifiuto della propria competenza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha ordinato la restituzione degli atti al Tribunale di Alessandria affinché si pronunci sul caso.
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Costruzione abusiva: la comproprietà che condanna la moglie
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due coniugi condannati per costruzione abusiva e violazione paesaggistica. I fatti riguardano lo spianamento di una strada rurale e la costruzione di un muretto in cemento senza permesso. La moglie sosteneva la propria estraneità, ma i giudici hanno confermato la sua responsabilità in quanto comproprietaria residente sul posto. La Corte ha inoltre chiarito che l'inammissibilità del ricorso impedisce di far valere la prescrizione del reato maturata dopo la sentenza di appello. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Tentata rapina aggravata: la fuga violenta conferma la condanna
Due donne sono state condannate per tentata rapina aggravata e lesioni personali in concorso dopo aver cercato di sottrarre profumi e articoli per la casa da un supermercato per un valore di circa 160 euro. Per assicurarsi la fuga, le imputate hanno aggredito con violenza e minacce la direttrice dell'esercizio e un cliente, provocando loro lesioni personali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi delle imputate, confermando la validità delle notifiche eseguite presso il difensore di fiducia nonostante l'obbligo di dimora di una delle ricorrenti. La Suprema Corte ha ribadito l'impossibilità di richiedere una rivalutazione dei fatti in sede di legittimità, rendendo definitiva la condanna penale e disponendo il pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Trasferimento fraudolento di valori: condannati i finti titolari
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di trasferimento fraudolento di valori nei confronti di un imprenditore e dei suoi prestanome. L'imprenditore, temendo misure di prevenzione antimafia, aveva fittiziamente intestato la gestione di un ristorante e di un'impresa edile a una collaboratrice e a un dipendente. Nonostante la gestione formale fosse stata autorizzata dall'amministratore giudiziario, l'imprenditore manteneva il controllo effettivo delle attività e degli incassi. La Suprema Corte ha ribadito che il reato sussiste anche se il contratto è formalmente regolare e se le misure di prevenzione sono solo temute e non ancora applicate. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando le condanne e disponendo il pagamento delle spese processuali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
Il Ricorrente, dopo essere stato assolto con formula piena dall'accusa di traffico di stupefacenti, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo di custodia cautelare subito. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ravvisando una colpa grave nella condotta dell'uomo. Egli aveva infatti accompagnato una complice a rifornirsi di droga, fungendo da vedetta e fornendo consigli su come comportarsi in caso di interrogatorio. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la connivenza, pur non essendo penalmente punibile in questo caso, costituisce colpa grave ostativa all'indennizzo. Tale comportamento ha infatti creato una falsa apparenza di colpevolezza, giustificando l'intervento cautelare. Il Ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Concorso anomalo: il complice paga anche se scappa prima del coltello
Due soggetti salgono su un treno per derubare un passeggero. Dopo aver sottratto cuffie e caricabatterie, vengono scoperti dalla vittima. Uno dei due estrae un coltello per garantirsi la fuga, configurando il reato di rapina impropria. Il complice si allontana prima della minaccia, ma viene comunque condannato per concorso anomalo. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi dei condannati. I giudici confermano che l'uso della violenza o della minaccia rappresenta uno sviluppo ampiamente prevedibile di un furto su un treno in presenza della vittima. Pertanto, anche il complice risponde del reato più grave, non essendosi trattato di un evento eccezionale o imprevedibile.
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Concorso nel reato di usura: condannata la moglie complice
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una donna per concorso nel reato di usura e per estorsione, commessi insieme al marito defunto. La coppia prestava denaro in contanti pretendendo in cambio assegni postdatati con tassi di interesse usurari tra il 48% e il 79%. La difesa sosteneva la totale estraneità della moglie, ma i giudici hanno accertato la sua attiva partecipazione: era titolare di dodici conti correnti usati per incassare i titoli, partecipava agli incontri con le vittime e minacciava il protesto degli assegni per costringerle a pagare. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità penale e civile della donna, in quanto la sua condotta non era di mera conoscenza passiva, ma di consapevole e attiva collaborazione nel disegno criminoso del coniuge.
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Tentata estorsione e recupero crediti: la linea della Cassazione
Un uomo, agendo come presunto cessionario di un credito, ha minacciato la vittima per ottenere il pagamento di una somma di denaro per conto di un terzo creditore. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per concorso in tentata estorsione, escludendo la riqualificazione nel più lieve reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno chiarito che il terzo che agisce per un proprio interesse risponde di estorsione. Inoltre, la Suprema Corte ha negato la desistenza volontaria, poiché l'azione criminosa si è interrotta solo a causa della ferma resistenza della vittima e non per una libera scelta dell'imputato. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Rapina consumata: se un complice scappa col bottino pagano tutti
Un uomo partecipa a una rapina in banca con alcuni complici. All'arrivo delle forze dell'ordine, uno dei complici riesce a fuggire con un sacchetto contenente circa duemila euro, mentre gli altri vengono arrestati sul posto. L'imputato, dopo aver patteggiato la pena, ricorre in Cassazione sostenendo che il reato dovesse essere qualificato come tentativo e non come rapina consumata, poiché egli non si era impossessato del denaro. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, nel concorso di persone, l'impossessamento della refurtiva da parte di un solo complice determina la rapina consumata per tutti i partecipanti, rendendo irrilevante il fatto che gli altri siano stati catturati sul posto.
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Concorso di persone nel reato: la vedetta non è un passante
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per rapina aggravata e lesioni personali a carico di un soggetto che aveva svolto il ruolo di vedetta durante l'aggressione a un'anziana donna. La difesa sosteneva la presenza casuale dell'imputato sul luogo del delitto. I giudici hanno invece ritenuto configurabile il concorso di persone nel reato, poiché la condotta di sorveglianza e l'uso del cellulare hanno fornito un contributo materiale e morale decisivo all'azione del complice, garantendo copertura e rafforzando la sua determinazione criminosa. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Reato di calunnia: la falsa accusa si scontra con la verità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di calunnia nei confronti di un uomo e di sua madre. L'uomo aveva denunciato falsamente due venditori immobiliari per truffa e appropriazione indebita di cambiali, allegando una scrittura privata con firme false. La madre aveva confermato la falsa versione ai Carabinieri. La Corte d'appello ha inoltre revocato d'ufficio alla donna la sospensione condizionale della pena, poiché era emersa una precedente condanna per calunnia, inizialmente sfuggita al primo giudice per un errore di identificazione. La Cassazione ha rigettato i ricorsi, stabilendo che la revoca dei benefici è legittima anche d'ufficio in presenza di cause ostative non rilevate in precedenza.
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Doppia contestazione associativa: sì alla droga, no alla mafia
Un indagato è stato sottoposto a custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e detenzione di armi. La difesa ha contestato la doppia contestazione associativa, sostenendo che la partecipazione al narcotraffico non provasse automaticamente l'affiliazione alla mafia. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando senza rinvio la misura cautelare per il reato di associazione mafiosa. I giudici hanno chiarito che non basta partecipare al traffico di droga, seppur collegato al clan, per essere considerati membri dell'associazione mafiosa, in assenza di prove su un ruolo attivo in altre attività del clan. Resta valida la custodia per gli altri reati.
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