LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Art. 110 Codice Penale — Anno 2023

Pagina 18 di 40

2471 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Inammissibilità del ricorso per Cassazione: la condanna resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione presentato da un uomo condannato per reati di droga e armi. Il ricorrente contestava il mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche e chiedeva l'estensione dell'assoluzione pronunciata per un coimputato in un separato giudizio. La Suprema Corte ha stabilito che la prima censura era una mera ripetizione di argomenti già logicamente respinti in appello, mentre la seconda questione non era stata sollevata nel precedente grado di giudizio. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Concordato in appello: lo sconto di pena blocca il ricorso
Gli Imputati, condannati per spaccio di lieve entità in concorso, hanno proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata valutazione delle condizioni di proscioglimento immediato dopo aver concordato la pena in appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, il ricorso in Cassazione è limitato solo a vizi sulla formazione della volontà, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della decisione del giudice. Non si possono contestare motivi già rinunciati o la mancata applicazione del proscioglimento immediato, a meno che la pena applicata non sia illegale. Di conseguenza, gli imputati hanno perso il ricorso e sono stati condannati a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
Continua »
Traffico di sostanze stupefacenti: la prova della disperazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per traffico di sostanze stupefacenti in concorso. L'imputato contestava la validità delle intercettazioni e degli indizi. I giudici hanno confermato la condanna basandosi sui contatti con i complici, sui viaggi a Milano e sul sequestro della cocaina a un corriere, evento che aveva causato la palese disperazione dell'imputato per la perdita della merce. Il ricorso è stato ritenuto generico e privo di confronto con la sentenza d'appello. Il ricorrente è stato condannato alle spese e a tremila euro per la Cassa delle ammende.
Continua »
Concordato in appello: l’accordo esclude il ricorso
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di appello che aveva applicato la pena concordata tra le parti per reati in materia di stupefacenti. L'imputato lamentava la mancata valutazione da parte dei giudici di secondo grado delle condizioni per un proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, il ricorso per cassazione è limitato esclusivamente a questioni legate alla formazione della volontà delle parti, al consenso del pubblico ministero o alla difformità della decisione rispetto all'accordo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Passeggero ma complice: il concorso nel reato di ricettazione
Un uomo, che viaggiava come passeggero su un'auto rubata, è stato condannato per concorso nel reato di ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. Il ricorrente sosteneva che il suo ruolo di semplice passeggero escludesse la sua responsabilità. La Corte di Cassazione ha invece confermato la sua colpevolezza, ritenendo provata la sua consapevole partecipazione sia nella ricezione del veicolo rubato sia nella successiva fuga per evitare il controllo delle forze dell'ordine. Tuttavia, i giudici hanno annullato senza rinvio la condanna per una violazione minore perché il reato si è estinto per prescrizione. Di conseguenza, la pena complessiva è stata rideterminata in sette mesi e dieci giorni di reclusione, oltre a una multa di 300 euro.
Continua »
Tentata rapina aggravata: quando l’appostamento costa la condanna
Tre soggetti sono stati condannati per il reato di tentata rapina aggravata ai danni di un ufficio postale e per il furto aggravato di un'autovettura. Gli imputati sono stati sorpresi dalle forze dell'ordine nei pressi dell'ufficio postale con un'auto rubata con motore acceso, travisati, armati di coltello e privi di documenti e cellulari. La difesa sosteneva si trattasse di semplici atti preparatori non punibili. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che la condotta aveva superato la soglia della semplice preparazione, configurando un tentativo punibile, poiché gli atti erano idonei e univocamente diretti a compiere la rapina, e che tutti i complici rispondono anche del furto dell'auto concordato per la fuga.
Continua »
Usura aggravata: condannato il boss che usava intermediari
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura aggravata a carico di un soggetto che prestava denaro a tassi illeciti. L'Imputato sosteneva che i prestiti fossero stati concessi da altri soggetti e che non vi fosse prova del suo coinvolgimento diretto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando che i coimputati agivano come semplici intermediari dell'Imputato. La colpevolezza di quest'ultimo è stata provata tramite intercettazioni telefoniche, messaggi e il riconoscimento fotografico da parte della Vittima. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
Continua »
Rivolta in carcere e pericolo di reiterazione del reato
Durante le rivolte carcerarie del marzo 2020, un detenuto ha guidato un gruppo di settanta persone devastando la portineria del carcere di Foggia ed evadendo. Il Tribunale della Libertà ha disposto la custodia cautelare in carcere per il concreto e attuale pericolo di reiterazione del reato. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la pandemia fosse un contesto eccezionale e irripetibile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che il pericolo di reiterazione del reato prescinde dall'imminenza di una specifica occasione. La gravità della condotta, l'organizzazione della rivolta e i precedenti penali del soggetto dimostrano una spiccata pericolosità sociale. Il detenuto resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
Continua »
Retrodatazione della custodia cautelare negata per il clan attivo
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso de Il Ricorrente contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa ed estorsione. La difesa invocava la retrodatazione della custodia cautelare ai sensi dell'articolo 297 del codice di procedura penale, sostenendo che i termini dovessero decorrere da un precedente arresto. I giudici hanno chiarito che, per i reati permanenti come l'associazione mafiosa, la retrodatazione della custodia cautelare non si applica se la condotta criminosa si è protratta anche dopo la prima cattura. La Suprema Corte ha confermato la solidità degli indizi di colpevolezza relativi alle estorsioni e all'affiliazione al clan, basati su intercettazioni e dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Continua »
Rivelazione di segreto d’ufficio: assolto se l’atto è già noto
La Corte di Cassazione ha confermato l'assoluzione di un ex magistrato accusato di concorso in rivelazione di segreto d'ufficio. L'imputato era accusato di aver istigato un membro del Consiglio Superiore della Magistratura a rivelargli informazioni riservate su un esposto a suo carico. I giudici hanno stabilito che la condotta non costituisce reato poiché le informazioni scambiate erano generiche, in parte già note all'interessato o basate su semplici prassi d'ufficio. Di conseguenza, la rivelazione non ha creato alcun pericolo concreto per il buon andamento della Pubblica Amministrazione. La Cassazione ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore Generale, confermando definitivamente la decisione di non luogo a procedere.
Continua »
Furto aggravato dalla destrezza: condannato anche chi non distrae
Una donna è stata condannata per furto aggravato dalla destrezza commesso all'interno di una gioielleria, in concorso con un complice. La difesa ha sostenuto l'insussistenza dell'aggravante, affermando che solo il complice avesse distratto la vittima e che la donna non avesse avuto un ruolo attivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che i filmati delle telecamere dimostrano chiaramente il contributo causale della donna nel reato, applicando le regole sul concorso di persone. Di conseguenza, la condanna è definitiva e la ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Furto aggravato: fare il palo costa caro anche con le telecamere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per furto aggravato. L'imputato aveva svolto il ruolo di "palo" durante il furto, mentre il complice era stato trovato in possesso della refurtiva. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti e l'applicazione dell'aggravante della pubblica fede, sostenendo che la presenza di telecamere escludesse l'aggravante. I giudici hanno chiarito che l'aggravante sussiste se la videosorveglianza non garantisce un monitoraggio continuo. Poiché i motivi principali erano basati su questioni di fatto, il ricorso è stato dichiarato inammissibile, impedendo anche l'esame del motivo aggiunto sul difetto di querela. L'imputato è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Tentato omicidio: la fuga della vittima non salva il complice
Il Ricorrente è stato condannato per concorso in tentato omicidio ai danni de La Vittima. Il fatto trae origine da una spedizione punitiva in cui La Vittima è stata attirata in un casolare e violentemente pestata dal gruppo, con l'uso anche di armi da taglio e da fuoco. Il Ricorrente ha partecipato attivamente al pestaggio iniziale, ma è rimasto paralizzato nella fase finale, quando La Vittima è riuscita a fuggire. La difesa sosteneva la desistenza volontaria o il concorso anomalo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna a sette anni di reclusione. La Corte ha stabilito che il tentato omicidio si era già consumato durante il feroce pestaggio e che la successiva inattività del Ricorrente non costituisce desistenza volontaria, poiché l'azione idonea era già compiuta.
Continua »
Chiamata in correità ed ergastolo: la lite banale costa la vita
Una lite banale in discoteca, scatenata da dello champagne lanciato tra tavoli, sfocia nell'omicidio di un giovane e nel tentato omicidio di un altro. I giudici di merito condannano i due responsabili all'ergastolo, basandosi sulle dichiarazioni incrociate di diversi collaboratori di giustizia. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando l'attendibilità di tali dichiarazioni. La Suprema Corte rigetta i ricorsi, confermando la condanna. I giudici chiariscono che la chiamata in correità è pienamente valida se supportata da riscontri esterni dotati di autonomia genetica e convergenza individualizzante sul nucleo essenziale dei fatti, anche in presenza di lievi discrepanze marginali.
Continua »
Furto aggravato del motorino: il valore d’uso nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto per concorso nel reato di furto aggravato di un ciclomotore. L'imputato era stato sorpreso in stato di quasi flagranza a breve distanza di tempo e di spazio dal furto, in possesso del mezzo. La difesa contestava la sussistenza dell'elemento soggettivo e l'aggravante della violenza sulle cose, oltre a richiedere l'attenuante del danno di speciale tenuità. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: la violenza sulle cose è provata dai danni fisici sul ciclomotore, mentre l'attenuante è stata negata valutando il valore d'uso del mezzo e non solo quello economico. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Aggravante dell’uso di armi: condannato anche chi non la impugna
Il caso nasce da un'aggressione di gruppo con calci, pugni e un coltello rudimentale. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno condannato Il Ricorrente per lesioni personali aggravate. Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che l'aggravante dell'uso di armi non potesse essergli applicata, poiché il coltello era materialmente impugnato dal solo Coimputato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'aggravante dell'uso di armi ha natura oggettiva, poiché riguarda i mezzi impiegati per commettere il reato. Di conseguenza, essa si estende a tutti i partecipanti al reato che erano a conoscenza della presenza dell'arma, indipendentemente da chi la impugnasse materialmente. Il Ricorrente perde la causa e deve pagare le spese.
Continua »
Vendetta per un parcheggio: concorso nel reato di lesioni
Un padre e un figlio sono stati condannati per aver organizzato una spedizione punitiva contro un uomo, colpevole di aver litigato il giorno prima con il ragazzo per un parcheggio. La difesa ha contestato l'utilizzo della testimonianza della vittima, ritenendola inutilizzabile poiché l'uomo era a sua volta indagato per la rissa del giorno precedente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che, anche eliminando la deposizione della vittima, la colpevolezza è provata dai testimoni oculari e dalla confessione del padre. Inoltre, è stato confermato il concorso nel reato di lesioni per il figlio, che ha partecipato attivamente accompagnando il padre alla resa dei conti. Infine, è stata esclusa l'attenuante della provocazione, poiché la reazione violenta è avvenuta il giorno successivo, configurandosi come vendetta e non come risposta immediata.
Continua »
Amministratore di fatto: la condanna nonostante il prestanome
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta nei confronti di un soggetto ritenuto amministratore di fatto di una societa fallita. L'imputato contestava tale qualifica, sostenendo di non aver gestito direttamente i rapporti con clienti e fornitori. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che la figura di amministratore di fatto si desume da una valutazione globale di elementi concreti, come la presenza costante nei locali aziendali, la gestione dei flussi finanziari e l'inesperienza del prestanome. Di conseguenza, l'imputato perde la causa, vede confermata la condanna penale e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Bancarotta fraudolenta per distrazione: condannato l’estraneo
L'Amministratore, il Socio di Maggioranza e un Imprenditore Esterno sono stati condannati per il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione. I primi due avevano prelevato oltre 17 milioni di euro dai conti dell'Azienda prima del fallimento, mentre l'Imprenditore Esterno aveva agevolato l'operazione incassando assegni societari e restituendo il denaro in contanti dentro pacchi di giornale. La difesa ha sostenuto che i fondi servissero per pagare i dipendenti "in nero", ma i giudici hanno ritenuto la tesi inverosimile e priva di prove. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando le condanne. La Corte ha chiarito che per il concorso dell'esterno basta la consapevolezza di impoverire l'azienda a danno dei creditori, senza che sia necessaria la conoscenza dello stato di dissesto della società.
Continua »
Aggravante del metodo mafioso: la vendetta non è camorra
Quattro soggetti organizzano una spedizione punitiva armata per vendicare l'omicidio di un parente, sparando contro un conoscente del presunto responsabile. I giudici di merito li condannano per tentato omicidio con l'aggravante del metodo mafioso. La Corte di Cassazione accoglie i ricorsi limitatamente a tale aggravante, chiarendo che la vendetta familiare immediata e l'uso di armi di notte, senza testimoni, non bastano a dimostrare l'evocazione della forza intimidatrice tipica della criminalità organizzata. La sentenza viene annullata con rinvio per rideterminare la pena senza l'aggravante del metodo mafioso.
Continua »