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Art. 110 Codice Penale — Anno 2023

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2471 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Inammissibilità del ricorso penale: salta lo sconto della Riforma
Gli Imputati sono stati condannati per il reato di lesioni personali aggravate in concorso. Hanno proposto ricorso per Cassazione contestando la decisione con motivi generici e privi di specifiche indicazioni. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale. A causa di questa inammissibilità, gli imputati non hanno potuto beneficiare del nuovo regime di procedibilità a querela introdotto dalla Riforma Cartabia (D.Lgs. 150/2022). Infatti, un ricorso non consentito determina la formazione del giudicato sostanziale, rendendo irrilevanti i successivi mutamenti normativi favorevoli. Di conseguenza, la Corte ha respinto il ricorso e ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di estorsione: l’amico che diventa complice
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un soggetto accusato di concorso nel reato di estorsione. L'imputato si era recato, insieme a un complice, presso l'abitazione dei genitori della vittima per esigere il pagamento di un debito illecito. Mentre il complice minacciava la madre della vittima, l'imputato sfruttava il proprio rapporto di amicizia con il giovane per indurre la donna a pagare, prospettando il rischio di gravi conseguenze fisiche per il figlio (già precedentemente pestato dai coautori). I giudici hanno chiarito che la semplice presenza non casuale sul luogo del delitto, idonea a rafforzare la determinazione del complice e a intimidire la vittima, configura pienamente la responsabilità penale a titolo di concorso. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna a un anno e sei mesi di reclusione.
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Furto in abitazione: condanna definitiva per ricorso ripetitivo
Un uomo è stato condannato per concorso in furto in abitazione. L'imputato ha proposto ricorso per Cassazione sostenendo che il reato dovesse essere qualificato come tentato e non consumato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno rilevato che il motivo di ricorso riproduceva semplicemente le stesse contestazioni già esaminate e correttamente respinte dalla Corte d'Appello. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna definitiva, ordinando al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Furto pluriaggravato: il ricorso inutile conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da due soggetti condannati per concorso in furto pluriaggravato. I ricorrenti contestavano la ricostruzione dei fatti e la motivazione della sentenza della Corte d'Appello, richiedendo di fatto un nuovo esame delle prove. La Suprema Corte ha ribadito che il giudizio di legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di merito per rivalutare le prove già ampiamente analizzate dai giudici precedenti. Di conseguenza, la condanna per furto pluriaggravato è diventata definitiva e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Condanna per furto in abitazione: ricorso inutile in Cassazione
L'Imputato è stato condannato in appello per il reato di furto in abitazione commesso in concorso con altre persone. L'uomo ha proposto ricorso per Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti, la misura della pena e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle prove spetta solo ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Inoltre, la contestazione sulla recidiva non era stata sollevata in appello, rendendola non proponibile per la prima volta in Cassazione. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Tentato furto aggravato: la Cassazione blinda la condanna
Tre imputati sono stati condannati in primo e secondo grado per il reato di tentato furto aggravato in concorso. I soggetti hanno proposto ricorso per Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti, l'idoneità degli atti compiuti e la valutazione della capacità di intendere e di volere di uno di essi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare le prove o i fatti già accertati in modo coerente nei precedenti gradi di giudizio (doppia conforme). Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Contraffazione di atto notorio: la perizia grafica svela il falso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di concorso in contraffazione. Il caso riguarda la contraffazione di atto notorio, nello specifico una firma falsa apposta su una dichiarazione presentata alle autorità per evitare una sanzione stradale. L'autovettura sanzionata era in uso all'imputato, e una perizia grafica ha confermato che la firma falsa sul documento era proprio la sua. La Suprema Corte ha confermato la condanna, ritenendo inammissibili le contestazioni sui fatti e legittimo il diniego delle circostanze attenuanti generiche, adeguatamente motivato dai giudici di merito. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Lesioni personali pluriaggravate: ricorso respinto e sanzione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per concorso nel reato di lesioni personali pluriaggravate. L'imputato contestava la valutazione delle prove e l'attendibilita dei testimoni operata dai giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimita non puo trasformarsi in un terzo grado di giudizio volto a riesaminare i fatti o a fornire una diversa lettura delle prove, a meno che non vi sia un evidente travisamento delle stesse. Di conseguenza, il ricorrente e stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, mentre non e stato riconosciuto alcun rimborso alla parte civile per la mancanza di un contributo attivo nel dibattito processuale.
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Lesioni personali aggravate: no a sconti di pena in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di lesioni personali aggravate in concorso. I ricorrenti contestavano la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche e la severità della pena inflitta nei precedenti gradi di giudizio. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione delle prove e la graduazione della pena rientrano nei poteri esclusivi del giudice di merito. La Cassazione non può riesaminare i fatti o modificare la sanzione se la motivazione della sentenza impugnata è logica e completa. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: la scusa del finto errore non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per furto in abitazione in concorso. I ricorrenti sostenevano l'assenza di dolo, affermando di aver prelevato per errore degli oggetti credendoli materiali ferrosi abbandonati, autorizzati dal proprietario di un terreno vicino. Tuttavia, le prove hanno smentito questa versione: un testimone ha visto il loro furgone vicino alla casa scassinata e la vittima ha riconosciuto i propri beni, che non erano affatto rottami abbandonati. La Cassazione ha confermato la condanna e inflitto una sanzione pecuniaria.
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Pericolo di reiterazione del reato: carcere anche dopo tre anni
Durante le proteste per il Covid-19 in un istituto penitenziario, Il Detenuto partecipava attivamente a una rivolta, distruggendo il cancello carraio ed evadendo. Il Tribunale del riesame disponeva la custodia in carcere, decisione impugnata dalla difesa che lamentava l'assenza di un reale pericolo a distanza di tre anni dai fatti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato non richiede l'imminenza di una nuova occasione per delinquere, ma si desume dalla gravità della condotta e dalla personalità violenta del soggetto, evidenziata dai precedenti penali. La pandemia ha rappresentato solo un pretesto per manifestare una spiccata capacità a delinquere, rendendo la carcerazione l'unica misura idonea.
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No alla riparazione per ingiusta detenzione se c’è colpa grave
Il Ricorrente, dopo essere stato assolto con formula piena dall'accusa di associazione a delinquere, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello ha respinto la domanda ravvisando una colpa grave in alcune sue condotte, come l'aiuto a un latitante e la riscossione di un credito di droga, oltre al silenzio serbato durante l'interrogatorio. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto. Pur chiarendo che il silenzio dell'indagato non può mai ostacolare l'indennizzo, i giudici hanno applicato la prova di resistenza: le altre condotte imprudenti del Ricorrente sono da sole sufficienti a integrare la colpa grave, escludendo così il diritto al risarcimento.
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Riparazione per ingiusta detenzione: no a chi parla in codice
L'Indagato, arrestato per concorso in traffico di stupefacenti, viene successivamente prosciolto con formula piena perché il fatto non sussiste. Presenta quindi domanda di riparazione per ingiusta detenzione per il mese trascorso in carcere. La Corte d'Appello rigetta la richiesta ravvisando una colpa grave: L'Indagato utilizzava al telefono un linguaggio criptico e in codice per parlare di auto di lusso, simulando transazioni commerciali inesistenti per coprire altre attività illecite. La Corte di Cassazione conferma il rigetto, stabilendo che l'uso di espressioni allusive e la frequentazione di soggetti ambigui escludono il diritto all'indennizzo, in quanto tali condotte ingenerano nell'autorità giudiziaria la falsa apparenza di un reato.
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Concorso nel reato di spaccio: quando nascondere la droga è reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per una coppia sorpresa con 28,5 grammi di cocaina. La donna aveva nascosto la sostanza stupefacente nel proprio reggiseno per sottrarla ai controlli delle forze dell'ordine. La difesa sosteneva che la condotta della moglie costituisse una semplice connivenza non punibile o, al massimo, una partecipazione di minima importanza. I giudici hanno invece ritenuto che nascondere la droga integri un pieno concorso nel reato di spaccio, in quanto ha fornito un contributo concreto e rilevante per eludere i controlli di polizia. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, condannando entrambi gli imputati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sopravvenuta carenza di interesse: niente spese se la misura scade
Un socio di una società riceveva una misura interdittiva che gli vietava di esercitare attività imprenditoriale nel settore dei rifiuti per sei mesi. L'interessato presentava ricorso in Cassazione contestando il quadro indiziario. Nelle more del giudizio, la misura cautelare scadeva, determinando la perdita di utilità del ricorso. Il ricorrente presentava quindi formale rinuncia all'impugnazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. Tuttavia, poiché la perdita di interesse non è imputabile al ricorrente e non costituisce soccombenza, i giudici hanno stabilito che l'imprenditore non deve essere condannato al pagamento delle spese processuali né al versamento di somme alla Cassa delle Ammende.
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Monopattino e concorso in tentato omicidio: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di concorso in tentato omicidio. L'indagato aveva svolto il ruolo di vedetta per i cugini, esecutori materiali di una sparatoria a Milano. Muovendosi a bordo di un monopattino, l'uomo aveva verificato la presenza della vittima in un locale e poi coperto la fuga dei complici. La difesa sosteneva la casualita della sua presenza sul posto. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che i gravi indizi di colpevolezza raccolti tramite filmati, tabulati telefonici e comportamenti successivi giustificano pienamente la misura cautelare. La Cassazione ha ribadito che in questa fase non serve la certezza assoluta della colpevolezza, ma basta una qualificata probabilita di responsabilita.
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Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: ditta condannata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imprenditrice condannata per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L'imputata, in concorso con un professionista, aveva richiesto il nulla osta al lavoro per cinque cittadini stranieri allegando dichiarazioni dei redditi false della propria ditta. La difesa sosteneva l'assenza del fine di profitto, non essendovi prova dell'effettivo impiego lavorativo degli stranieri. I giudici hanno chiarito che il reato ha natura teleologica: per la sua consumazione basta la finalità di conseguire un'utilità economica, senza che sia necessario l'effettivo raggiungimento del vantaggio. Di conseguenza, la condanna è stata confermata, con l'obbligo per la ricorrente di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Porto abusivo d’armi: carta contro realtà, assolti i vigilanti
Il Datore di Lavoro di un'azienda di sicurezza assegna una Guardia Giurata a un servizio di vigilanza armata presso un depuratore comunale. Tuttavia, il dipendente ha il porto d'armi scaduto. I giudici di merito condannano entrambi per porto abusivo d'armi basandosi solo sull'ordine di servizio cartaceo e sulla fattura emessa. La Corte di Cassazione annulla la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. La Suprema Corte rileva che nessuna autorità ha mai verificato sul posto l'effettivo svolgimento del servizio o la presenza fisica dell'arma. I soli documenti cartacei non bastano a dimostrare la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assoluzione batte sospetti
La cameriera di un bar viene arrestata insieme al compagno gestore dopo il ritrovamento di cocaina nella spazzatura del locale. Assolta in appello per non aver commesso il fatto, richiede la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte d'appello rigetta la domanda, ritenendo che la donna avesse una colpa grave per la presunta consapevolezza della droga. La Cassazione accoglie il ricorso della lavoratrice, stabilendo che i giudici di merito non hanno dimostrato né la reale consapevolezza dello stupefacente né il nesso causale tra la sua condotta e l'arresto. L'ordinanza viene annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Sospensione condizionale della pena: fedina pulita evita la cella
Quattro soggetti venivano condannati in appello per furto aggravato in concorso dopo essere stati trovati con merce rubata. Tre di essi proponevano ricorso generico, dichiarato inammissibile. Il quarto ricorrente contestava invece il diniego della sospensione condizionale della pena. La Corte di Cassazione ha accolto questo motivo, rilevando che i giudici d'appello avevano negato il beneficio accomunando erroneamente tutti i soggetti per la presenza di precedenti penali, senza accorgersi che il ricorrente in questione era invece del tutto incensurato. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio limitatamente alla decisione sulla sospensione condizionale della pena per quest'ultimo soggetto, confermando la condanna per gli altri coimputati.
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