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Tribunale Di Sorveglianza — Anno 2022

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492 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Tribunale Di Sorveglianza

Provvedimenti

Liberazione Anticipata: Pendenze Penali Non Bloccano l’Uscita Automatica
Un detenuto ha chiesto la liberazione anticipata per un periodo di detenzione. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato il beneficio, basandosi sulla presenza di procedimenti penali pendenti per reati gravi, ritenendoli prova di mancata adesione al percorso rieducativo. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. Ha stabilito che la negazione della liberazione anticipata non può essere automatica. Il giudice deve valutare concretamente le condotte contestate e la loro effettiva incidenza sul percorso di rieducazione del detenuto, senza affidarsi a mere pendenze astratte.
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Videocomunicazione detenuti 41-bis: negato l’automatismo
Il Ministero della Giustizia ha impugnato l'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che consentiva a un detenuto in regime di carcere duro di svolgere i colloqui mensili tramite videochiamata a causa dell'emergenza COVID-19. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero, stabilendo che la "Videocomunicazione detenuti 41-bis" rappresenta una deroga eccezionale. Tale misura non può essere concessa in via automatica solo per la presenza dello stato di emergenza nazionale. È invece necessaria una verifica concreta e documentata della reale impossibilità dei familiari di spostarsi per i colloqui in presenza. La Suprema Corte ha quindi annullato la decisione, ordinando un nuovo esame del caso.
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Cellulare in cella e liberazione anticipata: decide la Cassazione
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato la liberazione anticipata a un detenuto a causa della revoca della semilibert, dovuta all'introduzione abusiva di un cellulare in carcere per farlo usare ad altri detenuti in cambio di denaro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, stabilendo che il giudice non pu limitarsi a valutare un singolo episodio negativo. invece necessaria una valutazione complessiva di tutti i comportamenti del condannato per verificare la sua reale partecipazione all'opera di rieducazione. La Corte ha inoltre evidenziato l'incoerenza del diniego a fronte della concessione del beneficio per il periodo immediatamente successivo. La decisione stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Liberazione anticipata negata: il cellulare sotterrato costa caro
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato il beneficio della liberazione anticipata a un detenuto a causa di una sanzione disciplinare. L'uomo era stato sorpreso a nascondere un telefono cellulare sotto terra nell'orto del carcere dove lavorava. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, confermando che il possesso di un cellulare in carcere costituisce una condotta grave che compromette la valutazione sul percorso di rieducazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Revoca dell’affidamento in prova: la ricaduta costa il carcere
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova nei confronti di un soggetto ammesso a un programma terapeutico. La decisione è scaturita da numerose violazioni delle prescrizioni e da ben venti positività agli oppiacei. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il giudice avrebbe dovuto valutare globalmente la sua condotta anziché basarsi solo sul numero di violazioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la revoca dell'affidamento in prova richiede una violazione incompatibile con la prosecuzione della misura. La valutazione di questa incompatibilità spetta al giudice di merito, che ha motivato in modo logico e completo il fallimento del percorso di recupero. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: differenze con i domiciliari
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di concessione delle misure alternative alla detenzione presentata da un condannato per reati sugli stupefacenti. I giudici hanno motivato il diniego evidenziando la commissione di un nuovo reato recente, l'assenza di un'attività lavorativa, la mancanza di un idoneo contesto familiare e le informazioni negative fornite dalle forze dell'ordine. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la precedente concessione degli arresti domiciliari nella causa pendente dovesse favorire l'accesso ai benefici penitenziari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che i presupposti della custodia cautelare differiscono nettamente da quelli che regolano le misure alternative alla detenzione. Il condannato deve quindi pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Revoca della semilibertà: violare le regole costa il carcere
Il Tribunale di Sorveglianza disponeva la revoca della semilibertà nei confronti di un detenuto a causa delle continue violazioni delle prescrizioni imposte durante il beneficio. Il condannato presentava ricorso in Cassazione sostenendo che le infrazioni commesse fossero di modesta entità e che fosse stato avviato un positivo percorso rieducativo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la reiterata inosservanza delle regole dimostra l'incapacità del soggetto di proseguire la misura alternativa. La decisione sottolinea che la revoca della semilibertà è inevitabile quando il comportamento del detenuto contrasta con la condotta specchiata richiesta dal regime penitenziario. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Revoca della detenzione domiciliare: dall’evasione al carcere
Un condannato fruiva della misura alternativa della detenzione domiciliare per scontare la propria pena. Durante l'esecuzione della misura, le forze dell'ordine lo hanno arrestato in flagranza per evasione e guida in stato di ebbrezza. Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca della detenzione domiciliare, accertando l'incapacità del soggetto di gestire la libertà concessa e il pericolo causato per la sicurezza pubblica. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo di aver intrapreso un positivo percorso di rieducazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La motivazione dei giudici d'appello risulta logica e priva di vizi. Il condannato deve dunque tornare in carcere per scontare la pena residua e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Misure alternative alla detenzione: scontro tra giudici e sede
Un condannato, a seguito di condanna penale irrevocabile, ottiene la sospensione dell'ordine di esecuzione per richiedere l'applicazione di misure alternative alla detenzione. Avendo eletto domicilio a Rimini, il Tribunale di Sorveglianza di Catania dichiara la propria incompetenza a favore di quello di Bologna. Il Tribunale di Bologna rifiuta il caso e solleva conflitto di competenza davanti alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte stabilisce che, quando l'ordine di esecuzione è sospeso, la competenza a decidere sulle misure alternative alla detenzione spetta al Tribunale di Sorveglianza del luogo in cui ha sede il Pubblico Ministero procedente, cioè Catania, derogando alla regola generale del domicilio del richiedente.
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Affidamento in prova negato: senza lavoro resta il domicilio
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato al Condannato la misura dell'affidamento in prova, concedendogli invece la detenzione domiciliare. Il diniego è dipeso dalla mancanza di un'attività lavorativa, di legami familiari stabili e di un concreto programma di reinserimento sociale. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'isolamento domiciliare potesse spingerlo nuovamente verso l'abuso di alcol. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorso si limitava a richiedere una rivalutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità, senza offrire prove concrete di opportunità lavorative o reti di sostegno. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sanzione disciplinare in carcere: basta comunicare la decisione
Un detenuto riceve una sanzione disciplinare in carcere (l'ammonizione) per aver comunicato con un ristretto di un altro gruppo. Il Tribunale di Sorveglianza annulla la sanzione perché l'amministrazione ha comunicato solo la decisione e non la motivazione scritta. Il Ministero della Giustizia ricorre in Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso: la legge impone di comunicare tempestivamente la decisione, ma non obbliga a notificare subito anche l'intera motivazione scritta, che il detenuto può comunque richiedere autonomamente. Avendo il detenuto partecipato attivamente a tutte le fasi del procedimento, il suo diritto di difesa è stato pienamente rispettato. La Cassazione annulla la decisione precedente e rinvia il caso per un nuovo giudizio.
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Liberazione anticipata negata: le sanzioni in carcere costano caro
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto a causa di numerose infrazioni disciplinari commesse in carcere. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che tali violazioni fossero di lieve entità e che non si fosse tenuto conto del suo complessivo percorso di reinserimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i comportamenti scorretti ripetuti nel tempo dimostrano il rifiuto del percorso rieducativo. Di conseguenza, la liberazione anticipata non può essere concessa se mancano le prove di una reale partecipazione alla rieducazione. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Omesso avviso al difensore di fiducia: nullo il no alle misure
Il Tribunale di sorveglianza di Ancona aveva dichiarato inammissibile la richiesta di detenzione domiciliare e rigettato altre misure alternative presentate da un cittadino. Quest'ultimo aveva ritualmente nominato un proprio legale, ma il Tribunale ha notificato la data dell'udienza a un avvocato d'ufficio anziché a quello scelto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che l'omesso avviso al difensore di fiducia tempestivamente nominato determina una nullità assoluta del procedimento, insanabile anche se all'udienza ha partecipato un sostituto d'ufficio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato il caso al Tribunale di sorveglianza per un nuovo esame nel pieno rispetto dei diritti della difesa.
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Carenza di interesse: libero prima del ricorso in Cassazione
Il Tribunale di Sorveglianza respinge la richiesta di un detenuto di accedere a una misura alternativa alla detenzione. Il soggetto propone ricorso per cassazione per contestare la decisione. Tuttavia, prima che la Suprema Corte possa esprimersi sul ricorso, il detenuto finisce di scontare la propria pena e viene rimesso in libertà. La Corte di Cassazione dichiara quindi il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché il ricorrente ha già riacquistato la libertà, una decisione sull'accesso alle misure alternative non produrrebbe più alcun effetto pratico o beneficio concreto per lui.
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Revoca dell’affidamento in prova: i ritardi non fermano la revoca
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova nei confronti di un cittadino sottoposto a misura alternativa. La difesa ha impugnato la decisione, sostenendo che la sospensione cautelativa provvisoria fosse scaduta prima della decisione finale, poiché erano decorsi più di trenta giorni dalla materiale ricezione degli atti in cancelleria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la data di ricezione ufficiale fa fede anche in assenza di firma sul report informatico. Inoltre, la Corte ha chiarito che l'eventuale scadenza del termine di trenta giorni fa perdere efficacia solo alla misura provvisoria, ma non toglie al giudice il potere di decidere sulla revoca definitiva. Di conseguenza, la revoca dell'affidamento in prova resta valida e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali.
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Detenzione domiciliare negata: la condotta cancella il beneficio
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di affidamento in prova, semilibertà e detenzione domiciliare presentata da un condannato. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che i suoi precedenti penali fossero datati e che non avesse mai violato misure restrittive in passato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la decisione del tribunale di merito, evidenziando la condotta irregolare del condannato, l'assenza di un reale percorso di recupero e la mancanza di una revisione critica dei propri errori. Tali elementi dimostrano una manifesta inaffidabilità del soggetto, rendendo la detenzione domiciliare del tutto inidonea a prevenire il rischio di commissione di nuovi reati.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no al diniego per povertà
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato a un uomo, condannato a tre mesi di reclusione, le misure dell'affidamento in prova al servizio sociale e della detenzione domiciliare. I giudici avevano motivato il rifiuto basandosi solo sui precedenti penali e sulla mancanza di reddito del nucleo familiare, ritenendo elevato il rischio di nuovi reati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando la decisione. La Suprema Corte ha stabilito che il diniego non può fondarsi su formule generiche o sulla mera assenza di reddito. È invece necessaria un'attenta e approfondita valutazione della personalità del condannato e del suo percorso rieducativo, analizzando gli elementi concreti del caso. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no a rigetti automatici
Il Tribunale di Sorveglianza aveva concesso la detenzione domiciliare a un condannato, ma aveva respinto la sua richiesta di affidamento in prova al servizio sociale. La decisione si fondava esclusivamente sulla mancanza di un lavoro stabile e su una precedente condanna per associazione mafiosa. Il condannato ha proposto ricorso, lamentando la mancata valutazione della sua personalità complessiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il rigetto dell'affidamento in prova al servizio sociale non può basarsi solo su elementi automatici o parziali. I giudici devono compiere un'analisi approfondita e concreta della personalità del soggetto, valutando tutti gli indici previsti dalla legge. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Revoca dell’affidamento in prova: la Cassazione punisce chi sgarra
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un condannato contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza, che aveva disposto la revoca dell'affidamento in prova a causa di gravi e ripetute violazioni delle prescrizioni. Il condannato era stato sorpreso a frequentare un soggetto con precedenti penali per droga. La Suprema Corte ha chiarito che la revoca dell'affidamento in prova non è automatica, ma richiede una valutazione discrezionale del giudice sulla gravità del comportamento e sulla sua incompatibilità con la prosecuzione della misura. Nel caso specifico, la decisione del giudice di merito è risultata logica e ben motivata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Liberazione anticipata: la condotta regolare non salva dall’evasione
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto per il periodo di custodia cautelare tra il 2018 e il 2020. Nonostante la condotta apparentemente regolare nei semestri considerati, l'uomo è stato successivamente arrestato per evasione e spaccio di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del detenuto, confermando che la commissione di nuovi gravi reati, anche se successivi, dimostra la mancanza di una reale adesione al percorso di rieducazione. Di conseguenza, la condotta precedente è stata ritenuta solo strumentale all'ottenimento del beneficio. Il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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