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Onere Della Prova — Anno 2023

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2561 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Onere Della Prova

Provvedimenti

Guida in stato di ebbrezza: l’alcoltest accusa, prova contraria
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di guida in stato di ebbrezza a carico di un automobilista. Il conducente contestava l'affidabilità dell'alcoltest, sostenendo che l'accusa dovesse dimostrare il corretto funzionamento dell'apparecchio. I giudici hanno stabilito che il risultato positivo dell'etilometro costituisce una prova sufficiente dello stato di alterazione. Spetta infatti alla difesa l'onere di dimostrare l'eventuale mancata omologazione o taratura dello strumento, ad esempio richiedendo il libretto metrologico. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e il conducente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rimborso imposte sisma 1990: no all’automatismo per le imprese
Una società di persone ha richiesto il rimborso imposte sisma 1990 per i tributi versati nel triennio 1990-1992, impugnando il silenzio-rifiuto dell'Amministrazione Finanziaria. I giudici di merito hanno accolto la domanda della contribuente. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Amministrazione Finanziaria, stabilendo che le imprese colpite da calamità naturali non hanno diritto automatico alle agevolazioni fiscali. Per ottenere il rimborso, l'impresa deve dimostrare il rispetto dei limiti del regime europeo de minimis o provare il nesso causale diretto tra i danni subiti e l'aiuto di Stato, escludendo sovracompensazioni. La Suprema Corte ha quindi annullato la decisione precedente, escludendo totalmente il rimborso dell'IVA e rinviando la causa per verificare le prove sulle imposte dirette.
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Indagini bancarie: il fisco vince anche senza allegare l’atto
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una contribuente per l'anno 2007, contestando versamenti bancari non giustificati per oltre 66.000 euro. L'Ufficio ha quindi recuperato a tassazione un maggior reddito IRPEF, applicando sanzioni. La contribuente ha impugnato l'atto contestando, tra l'altro, la mancata allegazione dell'autorizzazione alle indagini bancarie. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'autorizzazione per le indagini bancarie è un atto interno e la sua mancata allegazione non rende nullo l'accertamento. Inoltre, spetta al contribuente dimostrare che i versamenti sul conto corrente non costituiscono reddito imponibile. Di conseguenza, la contribuente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Valore in dogana: i dati statistici battono i prezzi dichiarati
L'Amministrazione Doganale ha rettificato il valore in dogana di una partita di indumenti intimi importati dalla Cina da una Società Importatrice. L'Ufficio ha ritenuto inattendibile il prezzo dichiarato e ha rideterminato l'imponibile utilizzando la banca dati statistica Cognos. La Società Importatrice ha impugnato l'atto, ottenendo ragione nei primi gradi di giudizio sul presupposto che i dati statistici non fossero attendibili. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Amministrazione Doganale, stabilendo che i sistemi statistici come il Cognos sono pienamente legittimi per determinare il valore in dogana. Ciò vale a condizione che l'importatore sia stato messo in condizione di partecipare al contraddittorio e non abbia fornito prove idonee a giustificare lo scostamento dei prezzi. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Inerenza dei costi d’impresa: bilanci in regola ma fisco vince
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di calzature l'indebita deduzione di ingenti costi di ammortamento derivanti dall'acquisto di rami d'azienda. Secondo il fisco, l'operazione, che generava costanti perdite fiscali a fronte di ricavi in crescita, favoriva l'intero gruppo societario di controllo e non la singola controllata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, ribadendo che l'inerenza dei costi d'impresa e la loro congruità devono essere provate dal contribuente e non dall'amministrazione finanziaria. La regolare tenuta della contabilità non impedisce accertamenti basati su comportamenti antieconomici. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame, accogliendo parzialmente il ricorso incidentale della società solo per l'applicazione di sanzioni più favorevoli.
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Indagini bancarie su conti dei soci: il fisco perde senza prove
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una società, presumendo maggiori ricavi sulla base di indagini bancarie su conti dei soci. In particolare, i conti erano intestati al socio di maggioranza. Quest'ultimo ha estinto la propria posizione tramite definizione agevolata. Per la società, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco. I giudici hanno stabilito che i conti correnti del socio non potevano essere riferiti alla società, poiché nell'anno d'imposta contestato il socio non ricopriva la carica di legale rappresentante. Inoltre, il fisco non ha fornito prove adeguate a dimostrare l'intestazione fittizia dei conti. Di conseguenza, la società vince la causa e l'Agenzia delle Entrate viene condannata al pagamento delle spese legali.
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Responsabilità da cose in custodia: tra insidia e imprudenza
Un automobilista ha citato in giudizio un Comune e una Compagnia di Assicurazione per i danni subiti dal proprio veicolo pesante durante una manovra d'ingresso in un cortile, resa pericolosa da ghiaccio, vento e dalla presenza di un altro mezzo incidentato. I giudici di merito hanno respinto la domanda, ritenendo la condotta di guida del conducente imprudente ed esclusiva causa del danno. In Cassazione, il ricorrente ha contestato la ricostruzione dei fatti e il riparto dell'onere probatorio relativo alla responsabilità da cose in custodia. La Suprema Corte, rilevando una questione cruciale sul travisamento della prova, ha rinviato la causa a nuovo ruolo in attesa della pronuncia delle Sezioni Unite.
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Spaccio di lieve entità: la parola degli acquirenti condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per lo spaccio di lieve entità di sostanze stupefacenti. L'imputato sosteneva che mancasse la prova della finalità di cessione della droga e lamentava un'ingiusta inversione dell'onere della prova. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno confermato la validità delle prove raccolte nei precedenti gradi di giudizio. Gli agenti di polizia avevano infatti osservato direttamente gli scambi di droga, successivamente confermati dalle dichiarazioni degli acquirenti fermati. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna e disponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Rimborso imposte sisma 1990: il Fisco dice no, la Cassazione sì
Un lavoratore autonomo ha richiesto il rimborso del novanta per cento delle imposte pagate per il triennio 1990-1992, avendo la propria attività in una zona della Sicilia colpita dal terremoto del 1990. L'amministrazione finanziaria non ha risposto alla richiesta, configurando un silenzio-rifiuto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, confermando il diritto del contribuente al rimborso imposte sisma 1990. I giudici hanno chiarito che l'agevolazione spetta anche alle imprese, purché l'importo richiesto rispetti i limiti del regime de minimis, fissati a duecentomila euro a livello europeo. Nel caso specifico, la somma era ampiamente inferiore alla soglia e il contribuente ha fornito prove adeguate del proprio diritto.
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Ripetizione di indebito bancario: la prova spetta al cliente
Una societa' correntista ha citato in giudizio un istituto di credito per ottenere la restituzione di somme illegittimamente addebitate sul proprio conto corrente a causa di clausole nulle, tra cui l'anatocismo. La Corte d'Appello ha condannato la banca a restituire oltre 650.000 euro, ritenendo che il termine di prescrizione decennale decorresse solo dalla chiusura del conto. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della banca. I giudici hanno chiarito che, nell'azione di ripetizione di indebito bancario, spetta al cliente dimostrare la natura ripristinatoria dei versamenti per evitare la prescrizione dei singoli pagamenti effettuati oltre dieci anni prima. La sentenza e' stata cassata con rinvio.
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Indagini bancarie e deduzione costi: fisco battuto in Cassazione
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di un piccolo imprenditore in contabilità semplificata, presumendo ricavi non dichiarati a seguito di verifiche sui suoi conti correnti. Il contribuente ha impugnato l'atto chiedendo il riconoscimento dei costi sostenuti per produrre tali ricavi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale in tema di indagini bancarie e deduzione costi. Anche in caso di accertamento analitico-induttivo, e non solo in quello induttivo puro, il contribuente ha il diritto di veder detratta una percentuale forfettaria di costi presunti correlati ai maggiori ricavi accertati. La decisione impugnata è stata quindi cassata con rinvio alla Corte di giustizia tributaria per la rideterminazione del reddito imponibile.
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Dispositivi di Protezione Individuale: l’azienda paga il lavaggio
Un manutentore ha chiesto il risarcimento dei danni perché l'azienda non lavava i suoi abiti da lavoro, tra cui giubbotti ad alta visibilità, pantaloni e guanti. La Corte di Cassazione ha confermato che questi indumenti sono Dispositivi di Protezione Individuale. Di conseguenza, il datore di lavoro ha l'obbligo di provvedere al loro lavaggio per garantirne l'efficienza e tutelare la salute del dipendente. L'azienda ha perso il ricorso ed è stata condannata a pagare le spese legali.
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Interpello disapplicativo: holding estere e onere della prova
Una società italiana ha ceduto la propria partecipazione totalitaria in una holding con sede a Hong Kong, realizzando una plusvalenza di oltre 35 milioni di euro. Per evitare la tassazione ordinaria, l'azienda ha presentato un interpello disapplicativo della disciplina sulle società controllate estere, sostenendo che le società operative controllate si trovavano in Cina, paese a fiscalità ordinaria. L'Agenzia delle Entrate ha respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, stabilendo che l'onere della prova grava interamente sul contribuente, il quale deve dimostrare l'assenza di scopi elusivi sin dall'inizio del periodo di possesso delle quote e non solo per l'ultimo esercizio.
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Lavaggio dei dispositivi di protezione individuale: l’obbligo
Un operatore della manutenzione ha chiesto il risarcimento dei danni per il mancato lavaggio dei propri indumenti da lavoro (gilet, giubbotto ad alta visibilità, pantaloni invernali e guanti) da parte del datore di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando che tali indumenti costituiscono dispositivi di protezione individuale (D.P.I.). Di conseguenza, sussiste l'obbligo di lavaggio dei dispositivi di protezione individuale a carico del datore di lavoro per garantirne l'efficienza e la tutela della salute del dipendente. L'azienda è stata condannata a risarcire il lavoratore e a pagare le spese di giudizio.
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Principio di non contestazione: la contumacia non d ragione
Un lavoratore ha chiesto il pagamento di differenze retributive, ma la sua domanda era generica e priva di indicazioni su orari e parametri contrattuali. Il datore di lavoro, rimasto contumace in primo grado, ha contestato le pretese in appello, dimostrando i pagamenti effettuati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando che il principio di non contestazione non si applica alla parte contumace. La contumacia non equivale a un'ammissione dei fatti né esonera il lavoratore dall'onere di provare la fondatezza delle proprie pretese. Di conseguenza, il lavoratore perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Servitù di veduta: il muro abbassato costa caro al vicino
Una proprietaria ha citato in giudizio il vicino per aver demolito un muro di confine alto due metri, riducendolo a un metro e creando così una illegittima servitù di veduta sulla sua terrazza. Il vicino aveva anche realizzato opere edilizie senza rispettare le distanze. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accolto le richieste della proprietaria, ordinando la demolizione delle opere e il ripristino del muro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del vicino, confermando che la proprietaria ha pienamente dimostrato la preesistenza del muro tramite testimoni. La Suprema Corte ha chiarito che non vi è stato alcun mutamento della domanda iniziale e ha dichiarato inammissibili le prove fotografiche tardive del vicino, condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Imposta comunale sulla pubblicità: la cornice non si paga
Una società di pubblicità ha contestato 366 avvisi di accertamento emessi dal Comune per l'installazione di impianti pubblicitari abusivi. La contestazione riguardava principalmente il calcolo della superficie tassabile: il Comune includeva nel conteggio anche la cornice esterna dei cartelloni, mentre la contribuente sosteneva andasse tassato solo lo spazio utile per i messaggi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, stabilendo che l'imposta comunale sulla pubblicità deve essere calcolata escludendo la cornice se questa non è idonea a diffondere messaggi. Inoltre, spetta al Comune, e non al contribuente, dimostrare l'effettiva superficie tassabile in caso di contestazione. La sentenza è stata cassata con rinvio per ricalcolare l'importo dovuto.
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Reato continuato: perché la vicinanza nel tempo non basta
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del vincolo del reato continuato per otto sentenze di condanna definitive. Il giudice ha escluso dal beneficio una condanna relativa a un reato commesso oltre tre anni dopo gli altri episodi. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che spetta al condannato l'onere di dimostrare l'esistenza di un unico disegno criminoso programmato fin dall'inizio. Semplici indizi come la vicinanza temporale o la stessa tipologia di reato non bastano, potendo indicare una mera abitudine di vita criminale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: no allo sconto se i crimini sono solo un’abitudine
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per diverse condanne definitive relative a reati di ricettazione commessi tra il 1995 e il 2009. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la decisione del giudice dell'esecuzione. La Corte ha chiarito che per ottenere il riconoscimento del reato continuato non basta la somiglianza dei reati o lo svolgimento di una specifica attività professionale. È invece necessaria la prova rigorosa di un unico disegno criminoso programmato fin dall'inizio. L'ampio divario temporale tra i fatti e la mancanza di elementi concreti dimostrano un'abitualità nel reato e non una pianificazione unitaria. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Reato continuato: no allo sconto di pena per delitti distanti anni
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per unificare tre condanne definitive per rapina, tentata estorsione e porto d'armi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la decisione del giudice dell'esecuzione. I giudici hanno chiarito che per configurare il reato continuato non basta la vicinanza temporale o la tipologia di reati, ma serve la prova di un unico disegno criminoso pianificato fin dall'inizio. Nel caso specifico, i reati erano distanti oltre quattro anni (dal 2014 al 2019) ed eterogenei. Di conseguenza, la richiesta è stata respinta e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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