L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'indebita detrazione di costi e IVA basati su operazioni oggettivamente inesistenti, derivanti da cinque fatture fittizie. I giudici di secondo grado avevano annullato l'accertamento, ritenendo che il Fisco non avesse svolto indagini approfondite e non avesse provato la malafede della società. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria, annullando la sentenza per motivazione apparente. La Suprema Corte ha chiarito che, se l'operazione è fittizia, il Fisco deve solo fornire indizi della mancata esecuzione della prestazione, mentre spetta al contribuente dimostrare il contrario. Inoltre, non serve provare la malafede del contribuente, poiché chi riceve una fattura sa bene se ha davvero ricevuto o meno il servizio. La causa è stata rinviata per un nuovo giudizio.
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