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Lieve Entità — Anno 2026

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257 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Lieve Entità

Provvedimenti

Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio: condanna inevitabile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato contestava la destinazione allo spaccio della cocaina sequestrata. I giudici hanno confermato la condanna basandosi su elementi concreti: il quantitativo di droga, la suddivisione in dosi, il nascondiglio utilizzato, il possesso di denaro senza un lavoro giustificato e l'atteggiamento sospetto durante il controllo delle forze dell'ordine. La Cassazione ha ribadito che la valutazione di queste prove spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: incastrato dalla torcia
Un uomo è stato condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti dopo essere sfuggito a un controllo di polizia. Gli agenti, ripercorrendo la via di fuga, hanno rinvenuto un involucro di cocaina e hanno poi sorpreso l'indagato mentre tornava sul posto cercando qualcosa con la torcia del telefono. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna a dieci mesi di reclusione. I giudici hanno stabilito che la ricostruzione dei fatti operata nei gradi precedenti è logica e coerente, respingendo il tentativo della difesa di proporre una diversa lettura delle prove, attività preclusa nel giudizio di legittimità.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
Due soggetti sono stati condannati per spaccio continuato di hashish e marijuana. I difensori hanno proposto ricorso in Cassazione contestando l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche e chiedendo la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione dei dialoghi intercettati spetta al giudice di merito se logica. Inoltre, la qualificazione di spaccio di lieve entità è stata esclusa a causa della fitta rete di clienti, della disponibilità di diverse droghe e della professionalità della condotta. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Droga in carcere: no alla lieve entità dello spaccio
Il caso riguarda Il Ricorrente, condannato per aver tentato di introdurre hashish in un istituto penitenziario per consegnarlo a un detenuto. La difesa ha impugnato la sentenza chiedendo la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio (art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che non si può applicare la lieve entità dello spaccio a causa del peso significativo della droga, dell'elevata percentuale di principio attivo e delle modalità professionali della condotta, elementi incompatibili con una minima offensività del fatto. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Consumo di gruppo di stupefacenti: no se ci sono 395 dosi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di marijuana. L'imputato sosteneva che la sostanza fosse destinata a un consumo di gruppo di stupefacenti e che il fatto fosse di lieve entità. I giudici hanno respinto la tesi difensiva a causa del possesso di 395 dosi droganti e di materiale per il confezionamento. Per configurare il consumo di gruppo di stupefacenti, è necessaria la prova di un accordo preventivo e dell'identità certa dei partecipanti fin dall'inizio. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Violazione degli arresti domiciliari: 38 minuti costano il carcere
L'Indagato, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, si è allontanato da casa per circa 38 minuti a causa di una lite familiare, presentandosi poi spontaneamente dai Carabinieri. Il Tribunale del Riesame ha aggravato la misura disponendo la custodia in carcere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato. I giudici hanno chiarito che la violazione degli arresti domiciliari comporta automaticamente il trasferimento in carcere, a meno che il fatto non sia di lieve entità. Nel caso specifico, l'allontanamento ingiustificato non è stato ritenuto di lieve entità, confermando così la legittimità della custodia cautelare in carcere.
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Coltivazione di stupefacenti: no alla lieve entità per maxi serre
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per la coltivazione di stupefacenti. L'imputato gestiva una piantagione di 2700 piante di cannabis in una serra di 2500 metri quadri. La difesa chiedeva di qualificare il fatto come di "lieve entità" e contestava la severità della pena. I giudici hanno chiarito che l'enorme estensione della coltivazione esclude automaticamente la lieve entità, anche se l'aggravante dell'ingente quantità era stata esclusa per un campionamento insufficiente delle piante. Inoltre, la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice, che ha ampiamente motivato la decisione basandosi sulla gravità concreta del fatto. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Rapina impropria: l’arma non si trova ma la condanna resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per i reati di rapina impropria aggravata dall'uso di un'arma e lesioni personali. L'Imputato contestava l'effettivo utilizzo di un'arma mai ritrovata, invocando la legittima difesa e l'attenuante della lieve entità. I giudici hanno stabilito che la ricostruzione dei fatti spetta ai giudici di merito e che la legittima difesa non è applicabile se l'aggressore colpisce per primo senza un pericolo attuale. Inoltre, l'attenuante della lieve entità è stata esclusa a causa della violenza dell'azione, avvenuta di notte. Di conseguenza, L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità stupefacenti: impronta singola ma condanna intera
L'Imputato è stato condannato per detenzione di marijuana dopo il ritrovamento di quattro buste di droga in un giardino condominiale chiuso. Solo una busta recava le sue impronte digitali, per un peso inferiore a cento grammi. L'Imputato ha richiesto l'applicazione della circostanza della lieve entità stupefacenti, sostenendo che la restante droga appartenesse ad altri. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che il contesto complessivo, caratterizzato da un nascondiglio comune e dall'assenza di segni distintivi sulle confezioni, dimostra un accordo tacito tra i detentori. Di conseguenza, la gravità complessiva dell'azione esclude la lieve entità stupefacenti, confermando la condanna e l'applicazione della recidiva a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: no a sconti per incensurati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato deteneva in casa circa 340 grammi di cocaina, suddivisi in ovuli, equivalenti a oltre mille dosi. I giudici hanno respinto la richiesta di riqualificare il fatto come di lieve entità, evidenziando l'elevata quantità di droga sequestrata. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche, ricordando che la semplice incensuratezza non è più sufficiente per ottenerle, soprattutto in presenza di un comportamento non collaborativo con le forze dell'ordine. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Spioncino smart e droga: niente lieve entità nei reati di droga
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di hashish e cocaina. L'imputato chiedeva il riconoscimento della "lieve entità nei reati di droga" per l'hashish. I giudici hanno respinto la richiesta evidenziando che l'uomo deteneva 11,43 grammi di sostanza (pari a 28 dosi), possedeva diversi tipi di droghe (cocaina, hashish, marijuana) e strumenti di confezionamento. Inoltre, aveva installato uno spioncino elettronico digitale per sorvegliare il pianerottolo da remoto, indice di un'attività organizzata e non occasionale. La Corte ha confermato la pericolosità del soggetto e la legittimità della pena, condannandolo anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: no allo sconto se c’è professionalità
Tre imputati sono stati condannati a sei anni di reclusione e trentamila euro di multa per detenzione e spaccio di hashish in concorso. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata riqualificazione del fatto nello Spaccio di lieve entità, il riconoscimento della recidiva qualificata e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che lo Spaccio di lieve entità richiede una valutazione globale e cumulativa di tutti gli elementi del fatto (mezzi, modalità, quantità e qualità della sostanza). Se anche un solo elemento esclude la minima offensività, l'attenuante non può essere concessa. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato le condanne e condannato i ricorrenti al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: condanna anche con lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per porto di oggetti atti ad offendere. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, ritenendo contraddittorio il diniego a fronte della concessione dell'attenuante della lieve entità. I giudici di legittimità hanno chiarito che non vi è alcuna incompatibilità tra il diniego della particolare tenuità del fatto e il riconoscimento della lieve entità del reato, trattandosi di istituti giuridici distinti e fondati su presupposti diversi. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità nel reato di spaccio: condanna da rifare
Un uomo, accusato di cessione continuativa di marijuana, viene condannato in appello. La difesa ricorre in Cassazione lamentando vizi di notifica, l'acquisizione indebita di testimonianze e la mancata valutazione della richiesta di riqualificare il fatto come fatto di lieve entità. La Suprema Corte rigetta i motivi sulle notifiche, ritenendoli sanati dalla scelta del rito abbreviato, e conferma la legittimità dell'integrazione probatoria del giudice. Accoglie invece il ricorso sulla mancata pronuncia circa la lieve entità nel reato di spaccio, poiché i giudici di merito hanno omesso di motivare il rigetto di tale richiesta. La sentenza viene annullata con rinvio per un nuovo esame su questo specifico punto.
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Traffico di stupefacenti: rigettata la tesi della lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per traffico di stupefacenti. Il Distributore vendeva cocaina e marijuana su piazza, mentre Il Fornitore gestiva l'approvvigionamento, stabiliva i prezzi e riscuoteva gli incassi giornalieri. La difesa ha contestato la gravità del reato, richiedendo la riqualificazione in fatto di lieve entità e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno confermato la condanna, evidenziando che l'attività non era occasionale ma inserita in una filiera organizzata con flussi finanziari costanti e significativi. Di conseguenza, la Cassazione ha respinto le richieste, confermando le pene e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rapina di lieve entità: il bottino minimo non cancella la pena
Il Condannato ha richiesto la rideterminazione della pena per due condanne definitive per rapina aggravata, invocando l'attenuante della rapina di lieve entità introdotta dalla Corte Costituzionale con la sentenza 86/2024. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta e la Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la rapina di lieve entità non può essere riconosciuta quando le modalità dell'azione rivelano una gravità intrinseca. Nel primo caso, il reato era stato commesso di notte da più persone simulate armate per costringere la vittima a un prelievo. Nel secondo caso, l'autore ha agito di notte con un coltello da cucina, violando una misura cautelare. Nonostante il modesto valore economico sottratto, la gravità complessiva delle condotte esclude l'attenuante. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro.
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Spaccio di lieve entità: la continuità esclude lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per traffico di stupefacenti. La difesa contestava la destinazione allo spaccio di 17,75 grammi di droga e chiedeva la riqualificazione del reato nella fattispecie di spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha chiarito che il numero elevato di cessioni a diversi acquirenti dimostra un'attività di spaccio continuativa e organizzata. Questa condotta esclude l'applicazione della circostanza attenuante dello spaccio di lieve entità, anche se i singoli episodi di cessione sono di modica quantità. Di conseguenza, L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità dello spaccio: la fortezza blindata nega lo sconto
L'Imputato è stato condannato per spaccio di stupefacenti dopo essere stato sorpreso in un appartamento blindato e videosorvegliato, adibito a centrale di spaccio, dove ha tentato di disfarsi della droga gettandola nel water. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione. I giudici hanno escluso la lieve entità dello spaccio a causa della stabile organizzazione dell'attività illecita e del quantitativo di marijuana sequestrato, idoneo a confezionare ben 82 dosi. La Cassazione ha inoltre ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di legittimità, condannando l'Imputato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Impugnazione del patteggiamento: limiti rigidi e ricorsi respinti
Tre imputati propongono ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Tribunale per reati di droga. Due ricorrenti lamentano il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto, mentre il terzo contesta l'assenza di motivazione sulla mancanza di cause di proscioglimento. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. L'impugnazione del patteggiamento è infatti strettamente limitata dall'articolo 448, comma 2-bis, del codice di procedura penale a casi tassativi. La contestazione sulla qualificazione giuridica è ammessa solo se palesemente eccentrica rispetto all'accusa, mentre non è deducibile la mancata verifica delle cause di proscioglimento. Di conseguenza, i ricorrenti vengono condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Misure cautelari personali: spaccio alle scuole e arresti
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali, nello specifico gli arresti domiciliari, nei confronti di un giovane indagato per spaccio di hashish e marijuana nei pressi di alcune scuole. La difesa contestava l'attualità del pericolo di recidiva e chiedeva la riqualificazione del fatto come di lieve entità. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando che la gravità dei fatti, la serialità delle cessioni e la scelta strategica di spacciare vicino agli istituti scolastici giustificano ampiamente la misura custodiale per recidere i legami con il circuito criminale. L'indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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