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Lieve Entità — Anno 2026

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257 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Lieve Entità

Provvedimenti

Unicità del reato di spaccio: cessioni e una sola pena
L'Imputato ha subito una condanna per cessione e detenzione di cocaina a quattro acquirenti distinti. I giudici di merito hanno applicato l'aumento di pena per reato continuato, ritenendo sussistenti più azioni criminose autonome. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso difensivo sul punto, affermando l'unicità del reato di spaccio quando le plurime cessioni avvengono nel medesimo contesto temporale e riguardano la stessa sostanza. I giudici supremi hanno cancellato l'aumento per la continuazione, riducendo la sanzione finale. La Corte ha invece respinto la richiesta dell'attenuante del lucro di speciale tenuità a causa del contesto professionale della condotta.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per spaccio
L'indagato ha contestato l'applicazione della custodia cautelare in carcere per spaccio continuato di stupefacenti. La difesa ha sostenuto la lieve entità dei fatti e ha richiesto gli arresti domiciliari, evidenziando presunte cessioni sporadiche. Il Tribunale e la Corte di Cassazione hanno respinto la richiesta. I giudici hanno accertato un'attività pluriennale e organizzata di vendita di cocaina e hashish, confermata da clienti, appostamenti e pagamenti digitali. I precedenti per evasione e la capacità di gestire lo spaccio a distanza giustificano pienamente la custodia cautelare in carcere.
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Spaccio di lieve entità: professionalità ed esclusioni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti del tipo hashish. La difesa contestava il mancato riconoscimento dello spaccio di lieve entità e il diniego della prevalenza delle attenuanti generiche sulle aggravanti. I giudici di legittimità hanno ribadito che la minore gravità del fatto richiede una valutazione complessiva di mezzi, modalità dell'azione, grado di purezza e quantità della droga. Nel caso esaminato, i giudici di merito hanno accertato una spiccata professionalità nell'attività illecita. Tale elemento esclude in radice la minima offensività della condotta. Il ricorrente deve quindi scontare la pena confermata e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento per lieve entità: la quantità blocca l’accordo
Il Tribunale applicava la pena concordata a L'Imputato per detenzione di stupefacenti, qualificando il fatto come ipotesi attenuata e disponendo la restituzione di 500 euro sequestrati. La Procura Generale impugnava la decisione per violazione di legge. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, accertando che la detenzione di oltre 700 grammi di hashish e 35 grammi di MDMA, unitamente al materiale per il confezionamento, contrasta palesemente con il patteggiamento per lieve entità in assenza di adeguata motivazione. I giudici hanno inoltre censurato la mancata verifica dei requisiti della confisca sul denaro. La sentenza impugnata è stata annullata con trasmissione degli atti al Tribunale.
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Chiamata in correità: dalle accuse alla condanna penale
Due imputati hanno proposto ricorso contro la condanna per concorso in traffico di cocaina. La difesa contestava l'attendibilità della chiamata in correità resa da un complice arrestato e l'interpretazione dei messaggi cifrati. Inoltre, chiedeva la derubricazione dei fatti nella fattispecie di lieve entità. I giudici di legittimità hanno respinto integralmente le tesi difensive. Le dichiarazioni del correo sono risultate spontanee, autoaccusatorie e confermate dalle chat telefoniche. Il quantitativo complessivo di cocaina, pari a circa un chilogrammo, e la disponibilità costante di stupefacente hanno impedito la concessione della lieve entità. La Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando le pene e condannando i ricorrenti al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: tra prove e rinvio
Due imputati hanno subito una condanna per plurimi episodi di cessione di sostanze stupefacenti, gestiti tramite un intermediario che operava in un ristorante. I difensori hanno contestato la ricostruzione indiziaria fondata su intercettazioni, l'esclusione della lieve entità e l'applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha confermato l'impianto generale dell'accusa e la piena validità probatoria degli schemi emersi dalle indagini. Tuttavia, i giudici hanno rilevato un omesso esame difensivo in merito a una singola contestazione. La Suprema Corte ha quindi annullato con rinvio la sentenza limitatamente a quell'episodio, rendendo definitiva la condanna per tutti gli altri reati contestati.
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Detenzione a fini di spaccio: canapa e dubbio sul THC
Un lavoratore impiegato nell'azienda di cannabis del figlio deteneva oltre 3,2 chilogrammi di marijuana, pari a oltre 14.000 dosi singole. I giudici di merito lo hanno condannato a un anno e dieci mesi di reclusione per detenzione a fini di spaccio. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo di aver avuto soltanto il dubbio sul superamento dei limiti legali di principio attivo e chiedendo il riconoscimento della lieve entità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il semplice dubbio soggettivo sulla legalità del prodotto non cancella il dolo se l'agente prosegue nella coltivazione. Inoltre, l'elevato quantitativo di dosi ricavabili impedisce di considerare il fatto di lieve entità.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e lieve entità
Due imputati hanno proposto ricorso per contestare la condanna per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e singoli reati-fine di importazione di cocaina dal Sud America. I ricorrenti chiedevano la derubricazione dei fatti nella lieve entità, la desistenza volontaria e l'estinzione per prescrizione. I giudici di merito avevano accertato compiti complessi di natura esplorativa, l'acquisto di valigie a doppio fondo e reiterati contatti con i vertici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi, escludendo la lieve entità per l'ingente struttura economica e la micidialità della droga, confermando le condanne e disponendo il pagamento delle spese.
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Concordato in appello: no alla riqualificazione dopo l’accordo
L'Imputato, condannato per il reato di cessione continuata di sostanze stupefacenti, aveva stipulato un concordato in appello rinunciando ai motivi di gravame sulla responsabilità penale per ottenere una riduzione di pena. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la mancata qualificazione del fatto nella fattispecie di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando la parte rinuncia ai motivi sull'imputazione mediante concordato in appello, il giudice non deve motivare sulla diversa qualificazione giuridica del reato o sul mancato proscioglimento. La cognizione del giudice resta infatti limitata ai soli punti oggetto dell'accordo sulla pena. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso per saltum e droga: la Cassazione rinvia in appello
L'Imputato veniva condannato in primo grado per spaccio di lieve entità e resistenza a pubblico ufficiale. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso per saltum direttamente in Cassazione, sostenendo che la qualificazione di lieve entità fosse sorretta da una motivazione solo apparente. Secondo l'accusa, il giudice aveva considerato solo la quantità di droga, trascurando le quaranta dosi già confezionate, l'ingente somma in contanti e le modalità esperte di occultamento. La Corte di Cassazione ha stabilito che, contenendo il ricorso censure sulla motivazione, non poteva essere deciso direttamente in sede di legittimità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha disposto la conversione del ricorso per saltum in appello, trasmettendo gli atti alla Corte d'Appello territorialmente competente per lo svolgimento del giudizio di secondo grado.
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Spaccio di lieve entità: l’organizzazione nega lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di diversi imputati per traffico di stupefacenti, respingendo la richiesta di riqualificare i fatti come spaccio di lieve entità. Le indagini, supportate da videoregistrazioni e servizi di controllo, avevano svelato una complessa organizzazione di piazze di spaccio a Palermo, caratterizzata da una precisa divisione dei ruoli tra vedette, pali e spacciatori. La Suprema Corte ha chiarito che la sistematicità, la continuità delle cessioni e la struttura organizzata escludono l'applicazione della fattispecie attenuata, anche in presenza di dosi singolarmente modeste. Di conseguenza, i ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: condannato nonostante i familiari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti (hashish ed eroina) di lieve entità. Durante una perquisizione, le forze dell'ordine hanno rinvenuto la droga nella sua camera da letto, insieme a materiale per il confezionamento, bicarbonato nel garage (usato come sostanza da taglio) e una somma di denaro non giustificata. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice d'appello può sanare eventuali carenze motivazionali della sentenza di primo grado. Inoltre, ha confermato che il bicarbonato è un valido indizio di spaccio e che le questioni non sollevate in appello, come la confisca del denaro, non possono essere proposte per la prima volta in Cassazione.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: quando il refuso non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando la condanna per detenzione di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto cocaina suddivisa in involucri identici sia nella fognatura dell'Imputato sia nei cortili confinanti della Vicina e di una pizzeria. L'Imputato aveva inoltre ritardato l'ingresso degli agenti in casa. La Suprema Corte ha chiarito che un refuso nella motivazione della sentenza d'appello non ne causa la nullità se il ragionamento complessivo è coerente. Inoltre, ha escluso la qualificazione del fatto come di lieve entità, data la presenza di due bilancini di precisione e la quantità di droga, confermando la legittimità della pena inflitta.
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Spaccio di lieve entità: lanciare la droga non evita la condanna
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di spaccio di lieve entità di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano sorpreso il soggetto mentre cedeva cocaina a un acquirente e lanciava altre dosi dal finestrino dell'auto. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando una scorretta valutazione delle prove e la violazione della regola del ragionevole dubbio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la ricostruzione dei fatti spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione se supportata da una motivazione logica e coerente. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Precedenti e spaccio: niente sospensione condizionale della pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a 8 mesi di reclusione e 800 euro di multa per spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità. La difesa contestava la quantificazione della pena e il diniego della sospensione condizionale della pena. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che la gravità del fatto, caratterizzato dal possesso di droghe di diversa natura, e i precedenti penali specifici dell'imputato giustificano sia la misura della sanzione sia la prognosi negativa sulla sua futura condotta. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità dello spaccio: no allo sconto se la droga è varia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione illecita di eroina, cocaina e hashish. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento della lieve entità dello spaccio ai sensi dell'art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90. I giudici hanno confermato la decisione di merito, evidenziando che la pluralità di sostanze, il rilevante peso della droga sequestrata e le modalità di detenzione indicano una spiccata professionalità e una capacità di diffusione sul mercato incompatibili con la minima offensività. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Confisca del denaro: pena confermata ma sequestro annullato
Tre imputati concordano una pena per spaccio di stupefacenti tramite patteggiamento. Il giudice dispone anche la confisca del denaro sequestrato. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando la gravità del reato e la misura di sicurezza. La Suprema Corte dichiara inammissibile la richiesta di riqualificare il reato in lieve entità, poiché nel patteggiamento l'errore deve essere manifesto. Tuttavia, accoglie il ricorso del Primo e del Secondo Imputato sulla confisca del denaro: il giudice di merito ha omesso di motivare il legame tra le somme e l'attività illecita. La sentenza viene annullata limitatamente alla confisca con rinvio per un nuovo esame, mentre per il Terzo Imputato il ricorso è interamente inammissibile.
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Spaccio ed eroina: no alla particolare tenuità del fatto
L'Imputato è stato condannato per detenzione e tentata cessione di una dose di eroina (0,29 grammi). Ha proposto ricorso per Cassazione contestando il diniego della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e la mancata sostituzione della pena detentiva con quella pecuniaria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere concessa in caso di comportamento abituale. Nel caso specifico, l'abitualità è emersa dai precedenti penali specifici dell'Imputato, dalla sua condizione di senza fissa dimora e dalla mancanza di un lavoro lecito, elementi che dimostrano un inserimento stabile nel circuito dello spaccio. Anche il diniego della pena sostitutiva è stato ritenuto legittimo e correttamente motivato sulla base della personalità negativa del condannato.
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Confisca per sproporzione: senza reddito il denaro va allo Stato
Il Tribunale di Lodi ha applicato a un imputato, tramite patteggiamento, la pena di un anno e quattro mesi di reclusione per spaccio di lieve entità, ordinando la confisca per sproporzione della somma di 73.270 euro. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la misura patrimoniale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici hanno evidenziato che l'imputato non svolgeva alcuna attività lavorativa lecita e non ha fornito alcuna giustificazione sulla provenienza del denaro. Di conseguenza, l'enorme sproporzione tra le sue condizioni economiche dichiarate (pari a zero) e la somma sequestrata rende legittimo il sequestro definitivo del denaro, non potendosi presumere un'origine lecita dello stesso.
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Lieve entità dello spaccio: quando la purezza della droga condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per cessione di cocaina e offerta in vendita di marijuana. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti basata su intercettazioni e testimonianze, lamentando anche il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità dello spaccio. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, ribadendo che la valutazione sulla gravità del reato deve essere complessiva. Nel caso specifico, l'elevata purezza della cocaina, il peso significativo e la cospicua somma di denaro scambiata escludono l'applicazione della lieve entità dello spaccio. Di conseguenza, l'imputato perde definitivamente il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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