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Doppia Imposizione

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289 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Libera circolazione dei capitali: fisco italiano battuto da fondo USA
Un fondo di investimento con sede negli Stati Uniti ha richiesto il rimborso delle maggiori ritenute subite sui dividendi distribuiti da società italiane tra il 2007 e il 2010. Il fisco italiano aveva applicato l'aliquota del 15% prevista dalla convenzione bilaterale, mentre i fondi italiani pagavano solo il 12,5%. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fondo estero, stabilendo che questa disparità viola il principio di libera circolazione dei capitali sancito dall'art. 63 del TFUE. I giudici hanno chiarito che le norme europee si applicano anche ai rapporti con Stati terzi e che i trattati internazionali non possono giustificare discriminazioni fiscali interne. Di conseguenza, la sentenza d'appello è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Fondi esteri e fisco: vince la libera circolazione dei capitali
Un fondo di investimento statunitense ha impugnato il rifiuto dell'Agenzia delle Entrate di rimborsare parte delle ritenute del 15% applicate sui dividendi distribuiti da società italiane tra il 2007 e il 2010. Il fondo lamentava una disparità di trattamento rispetto ai fondi italiani, soggetti a un'aliquota inferiore (12,5%). La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la differenza di tassazione viola il principio di libera circolazione dei capitali sancito dall'art. 63 TFUE. I giudici hanno chiarito che le convenzioni bilaterali contro le doppie imposizioni non possono giustificare trattamenti discriminatori verso soggetti di Stati terzi e che la comparazione fiscale deve limitarsi alla normativa dello Stato della fonte, senza considerare la tassazione nel Paese di residenza del beneficiario. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Tassazione dei dividendi esteri: stop alle discriminazioni
Un fondo comune di investimento con sede negli Stati Uniti ha richiesto il rimborso delle ritenute del 15% applicate sui dividendi distribuiti da società italiane tra il 2007 e il 2009. Il fondo ha denunciato una discriminazione rispetto ai fondi italiani, soggetti a un'aliquota inferiore del 12,5%, in violazione della libera circolazione dei capitali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la tassazione dei dividendi esteri non può essere più gravosa di quella interna. I giudici hanno chiarito che il limite del 15% previsto dal trattato bilaterale è solo un tetto massimo e non impedisce l'applicazione di aliquote inferiori per evitare disparità. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Rimborso IRAP sui dividendi: la Cassazione batte il Fisco
Una Compagnia di Assicurazione ha richiesto il rimborso IRAP sui dividendi percepiti nel 2014, sostenendo che la tassazione del 50% di tali utili violasse la Direttiva Madre-Figlia dell'Unione Europea, la quale vieta prelievi fiscali superiori al 5%. I giudici di secondo grado avevano rigettato la domanda con una motivazione sbrigativa, affermando che la direttiva non si applicasse all'IRAP. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, dichiarando nulla la sentenza per motivazione apparente. La Suprema Corte ha evidenziato che, secondo la recente giurisprudenza europea, la Direttiva vieta qualsiasi imposta nazionale, inclusa l'IRAP, che superi la soglia del 5% sui dividendi distribuiti da società figlie europee. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame della vicenda.
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Rimborso IRAP sui dividendi: la Cassazione batte il Fisco
Un istituto di credito ha richiesto il rimborso IRAP sui dividendi percepiti tramite la propria succursale italiana, ritenendo la tassazione contraria alla Direttiva europea madre-figlia che limita il prelievo fiscale al cinque per cento. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado ha respinto la domanda applicando in modo astratto il principio della ragione più liquida. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della banca, dichiarando nulla la sentenza per motivazione apparente. I giudici di legittimità hanno chiarito che il giudice di merito deve analizzare concretamente l'origine dei dividendi, soprattutto alla luce delle sentenze europee che vietano di superare il limite del cinque per cento anche attraverso imposte diverse da quelle sui redditi. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Riporto delle perdite fiscali: il fisco stoppa la società
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una società, disconoscendo la deduzione di vari costi e il riporto delle perdite fiscali. La società ha impugnato l'atto, ma i giudici di merito hanno confermato la pretesa del fisco. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente. La Suprema Corte ha chiarito che il riporto delle perdite fiscali è vietato se si verifica il trasferimento della maggioranza delle quote sociali unito al mutamento dell'attività principale, evento avvenuto nel caso di specie con il passaggio dalla gestione di palestre alla consulenza. Inoltre, la Corte ha confermato l'indeducibilità dei costi di manutenzione per mancanza di data certa del contratto di comodato e delle spese di trasferta non documentate. Di conseguenza, la società perde il giudizio e deve pagare le spese legali.
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Interposizione fittizia: la società scherma ma il socio paga
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di un ex amministratore, contestando l'omessa dichiarazione di una buonuscita di oltre 160.000 euro. Tale somma era stata fittiziamente pagata sotto forma di consulenze mai eseguite a una società a lui riconducibile. Il fisco ha contestato l'interposizione fittizia, individuando nell'ex amministratore il reale beneficiario del reddito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente, confermando la legittimità dell'accertamento basato su presunzioni gravi, precise e concordanti. I giudici hanno chiarito che la tassazione parallela sul soggetto interposto e sull'interponente è legittima, salvo il diritto al rimborso per l'interposto una volta definitivo l'accertamento. Il contribuente perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Imposta unica sulle scommesse: tasse dovute ma sanzioni annullate
Un operatore di scommesse con sede a Malta ha impugnato un avviso di accertamento relativo all'anno 2010 per il recupero dell'imposta unica sulle scommesse. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della tassazione sia per i bookmaker esteri sia per i loro intermediari in Italia, escludendo qualsiasi discriminazione o violazione del diritto dell'Unione Europea. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso limitatamente alle sanzioni amministrative applicate. La Corte ha infatti riconosciuto che, per l'anno d'imposta 2010, sussisteva una situazione di obiettiva incertezza normativa sulla soggettività passiva dei soggetti privi di concessione, chiarita solo successivamente con una norma di interpretazione autentica. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato le sanzioni e compensato le spese di giudizio.
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Principio di continuità dei valori fiscali contro costi fantasma
L'Azienda ha impugnato l'avviso di accertamento con cui l'Agenzia delle Entrate ha recuperato a tassazione oltre 510.000 euro per l'anno 2009. L'ufficio finanziario ha contestato l'assenza di documenti a supporto dei costi di diretta imputazione inseriti nelle rimanenze iniziali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno chiarito che il Principio di continuità dei valori fiscali impone la corrispondenza tra rimanenze finali di un anno e iniziali di quello successivo, ma non impedisce al fisco di rettificare i valori se mancano le prove dei costi. Spetta infatti sempre al contribuente l'onere di dimostrare l'esistenza e l'inerenza delle spese dedotte, non essendo sufficiente la sola registrazione in contabilità. L'Azienda perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Fatture per operazioni inesistenti: vincere ieri non salva oggi
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro un contribuente, contestando l'uso di fatture per operazioni inesistenti relative a sponsorizzazioni sportive per l'anno 2009. Il contribuente ha impugnato l'atto, sostenendo che una precedente sentenza favorevole per l'anno 2008 costituisse un vincolo definitivo anche per l'anno successivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente. I giudici hanno chiarito che ogni anno fiscale è autonomo e che le decisioni su un'annualità non si estendono automaticamente a quella successiva, specialmente se i contratti e le prestazioni sono differenti. Inoltre, l'assoluzione penale per l'anno precedente non ha alcun effetto vincolante sulle contestazioni dell'anno in esame. Di conseguenza, il contribuente perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Interposizione soggettiva: società fittizia contro Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di un Amministratore, recuperando a tassazione oltre 36.000 euro. Tale somma, formalmente versata a una Società di Consulenza (di cui l'Amministratore era socio e amministratore unico) per servizi mai eseguiti, costituiva in realtà la sua buonuscita da un Consorzio. La Cassazione ha confermato la legittimità dell'atto, ravvisando un'ipotesi di interposizione soggettiva. La Corte ha chiarito che il Fisco può legittimamente accertare il reddito in capo al reale beneficiario, anche se lo stesso importo è stato dichiarato dalla società interposta. Quest'ultima potrà chiedere il rimborso delle imposte pagate solo dopo che l'accertamento sul reale beneficiario sarà definitivo. L'Amministratore perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese di giudizio.
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Interposizione soggettiva: la finta consulenza non evita le tasse
L'Agenzia delle Entrate ha accertato un'operazione di interposizione soggettiva a carico di un ex amministratore. Il contribuente aveva incassato una cospicua buonuscita mascherandola da fittizia consulenza erogata a una società a lui riconducibile. Il fisco ha recuperato a tassazione l'importo direttamente in capo all'amministratore, ritenuto l'effettivo beneficiario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente. I giudici hanno confermato la legittimità dell'accertamento basato su presunzioni gravi, precise e concordanti. La Corte ha inoltre chiarito che la tassazione contemporanea della società interposta e del beneficiario reale è legittima, poiché la società potrà richiedere il rimborso delle imposte versate una volta definitivo l'accertamento sul reale percettore.
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Rimborso IRES: Assoggettamento a Tassazione Batte Prova di Pagamento
Una società svizzera chiede all'Italia il rimborso di una ritenuta IRES applicata sui canoni ricevuti da una sua controllata italiana. L'Agenzia delle Entrate nega il rimborso, sostenendo che l'azienda non ha provato l'effettivo pagamento delle imposte su quei redditi in Svizzera. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, stabilendo un principio fondamentale: per beneficiare delle convenzioni contro la doppia imposizione, è sufficiente dimostrare l'assoggettamento a tassazione nello Stato estero. Non è necessario provare l'effettivo versamento dell'imposta. La Corte chiarisce che la finalità degli accordi è evitare la sovrapposizione dei sistemi fiscali, non garantire che un'imposta sia pagata a tutti i costi. La società vince e ottiene il diritto al rimborso.
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Utili extracontabili in società a ristretta base: Fisco vince
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una società (una discoteca) a cui l'Agenzia delle Entrate aveva contestato ingenti ricavi non dichiarati. L'accertamento si basava su ispezioni che rivelavano incassi e personale superiori a quanto registrato. La Corte ha confermato la validità della presunzione di distribuzione degli utili extracontabili in società a ristretta base. Ha stabilito che i soci sono personalmente tassabili su tali profitti e che i meccanismi contro la doppia imposizione non si applicano ai redditi occultati. La società e i suoi soci hanno quindi perso la causa, con la conferma della pretesa fiscale.
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Tassazione dividendi non residenti: Fisco KO, vince la Banca
Una banca tedesca ha contestato la maggiore ritenuta fiscale applicata dall'Italia sui dividendi percepiti da società italiane, rispetto a quella prevista per le società residenti. La Corte di Cassazione ha confermato che questa differenza costituisce una tassazione discriminatoria dei dividendi per i non residenti, vietata dal principio UE di libera circolazione dei capitali. Secondo la Corte, la presenza di una convenzione contro la doppia imposizione non giustifica la disparità di trattamento se non la elimina completamente. Di conseguenza, l'azienda estera ha diritto al rimborso della maggiore imposta versata, per essere equiparata a un investitore italiano. La banca vince la causa contro l'Amministrazione Finanziaria.
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Rimborso Ritenuta Dividendi Esteri: Diritto Automatico dal 2008
Una società francese chiede il rimborso della ritenuta del 15% applicata sui dividendi ricevuti da una banca italiana nel 2008, ritenendola discriminatoria. La Corte di Cassazione conferma il suo diritto al rimborso. La decisione non si basa sulla violazione del principio di non discriminazione, ma su una legge italiana del 2007, entrata in vigore proprio il 1° gennaio 2008. Questa legge aveva già ridotto l'aliquota per le società UE all'1,375%. Pertanto, la società aveva diritto al rimborso della differenza, a prescindere da ogni altra valutazione. La Corte ha quindi sancito il diritto al rimborso ritenuta dividendi esteri sulla base della normativa nazionale sopravvenuta, che si era adeguata ai principi europei.
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Rimborso Fiscale e Interessi: il Fisco Paga dal Giorno del Versamento
Una società assicurativa, a causa di un accertamento fiscale, si è trovata a pagare due volte le imposte sullo stesso reddito in due anni diversi. Ottenuto il diritto al rimborso, è sorto un contenzioso sulla decorrenza degli interessi su rimborso fiscale. L'Agenzia delle Entrate sosteneva una data di inizio successiva, legata al consolidamento del suo accertamento. La Corte di Cassazione ha dato ragione alla società, stabilendo un principio fondamentale: gli interessi decorrono sempre dalla data del versamento non dovuto. Questo perché la loro funzione non è punire il ritardo del Fisco, ma compensare il contribuente per il mancato godimento del proprio denaro. La data di partenza è quindi quella del pagamento originario.
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Rimborso Ritenute Dividendi Esteri: Fisco Perde, Prova Salva
Una società con sede nel Regno Unito chiede il rimborso parziale delle ritenute applicate sui dividendi ricevuti da una sua partecipata italiana. L'Agenzia delle Entrate nega il rimborso, sostenendo che la società non avesse provato di essere il 'beneficiario effettivo' e che la documentazione fosse insufficiente. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'Agenzia, confermando il diritto della società al rimborso ritenute dividendi esteri. I giudici hanno stabilito che la valutazione delle prove spetta ai tribunali di merito e che l'Agenzia non può chiedere alla Cassazione un nuovo esame dei fatti. La documentazione prodotta dalla società è stata quindi ritenuta idonea a dimostrare i requisiti necessari.
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Rimborso per doppia imposizione: Fisco nega, Cassazione conferma
Un cittadino maltese, ex dipendente di un'azienda italiana, chiede all'Agenzia delle Entrate il rimborso delle tasse pagate su un patto di non concorrenza. La richiesta si basa sulla convenzione Italia-Malta per evitare la doppia tassazione. L'Agenzia nega il rimborso. La Corte di Cassazione dà ragione al contribuente, stabilendo un principio fondamentale: per ottenere il rimborso per doppia imposizione non è necessario dimostrare di aver effettivamente pagato le tasse nel proprio Paese, ma è sufficiente provare la propria residenza fiscale e il potenziale assoggettamento a imposta tramite un certificato dell'autorità fiscale estera. La Corte ha quindi confermato il diritto del cittadino al rimborso.
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Credito d’imposta esteri: perizia non basta, Cassazione nega
Un lavoratore residente in Italia ma con redditi percepiti in Turchia si è visto negare dall'Agenzia delle Entrate il credito d'imposta per redditi esteri. Per dimostrare di aver pagato le tasse all'estero, il contribuente ha presentato una relazione giurata di una nota società di revisione. La Corte di Cassazione ha stabilito che tale relazione, da sola, non costituisce una prova sufficiente. Essa è un semplice indizio e non sostituisce i documenti contabili originali che attestano l'effettivo versamento. Poiché il contribuente non ha fornito la documentazione primaria a supporto, ha perso la causa, vedendosi confermare il diniego del credito d'imposta.
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