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Doppia Imposizione

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289 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Doppia imposizione sulla pensione: Tunisia batte fisco italiano
Un pensionato trasferisce la propria residenza in Tunisia nel 2013. L'INPS applica la detassazione della pensione solo da agosto, trattenendo oltre 27.000 euro per i mesi precedenti. L'Agenzia delle Entrate nega il rimborso, e i giudici di merito confermano il diniego applicando una presunzione di residenza in Italia. La Cassazione accoglie il ricorso del pensionato, stabilendo che la Tunisia non è un paradiso fiscale e che i giudici d'appello hanno ignorato le prove prodotte dall'uomo. La sentenza viene cassata con rinvio per un nuovo esame dei documenti. Il caso evidenzia l'importanza di evitare la doppia imposizione sulla pensione attraverso una corretta valutazione delle prove di residenza all'estero.
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Credito d’imposta per redditi prodotti all’estero: Fisco ko
Un lavoratore dipendente ha svolto attività in Kazakhstan nel 2010, pagando le tasse all'estero. Ha richiesto il credito d'imposta per redditi prodotti all'estero solo nella dichiarazione dei redditi del 2012 (presentata nel 2013). L'Agenzia delle Entrate ha negato il beneficio, sostenendo la decadenza per il ritardo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, stabilendo che le convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni prevalgono sulle rigide scadenze formali interne. Il contribuente ha quindi diritto alla detrazione delle imposte pagate all'estero per evitare una ingiusta doppia tassazione, indipendentemente dall'anno in cui ha esposto il credito, purché sussistano i requisiti sostanziali previsti dal trattato bilaterale.
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Doppia imposizione internazionale: pensionata batte il Fisco
Una pensionata italiana trasferitasi in Portogallo ha chiesto il rimborso dell'IRPEF trattenuta dall'INPS sulla sua pensione, invocando la Convenzione bilaterale contro la doppia imposizione internazionale. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso, sostenendo che la pensione fosse esente in Portogallo e che mancassero le prove della reale residenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco. I giudici hanno chiarito che per evitare la doppia imposizione internazionale è sufficiente il potenziale assoggettamento alle imposte nello Stato di residenza, a prescindere dall'effettivo prelievo fiscale. Inoltre, la contribuente ha ampiamente dimostrato la sua residenza all'estero per oltre 183 giorni tramite l'iscrizione all'AIRE, il contratto di affitto a Porto e le certificazioni delle autorità portoghesi. La pensionata ottiene così il definitivo rimborso delle somme trattenute e la condanna del Fisco alle spese.
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Doppia imposizione internazionale: il fisco perde contro il cittadino
Un cittadino britannico ha richiesto il rimborso del credito d'imposta sui dividendi distribuiti da una società italiana nel 1998, invocando la convenzione contro la doppia imposizione internazionale tra Italia e Regno Unito. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso tramite silenzio-rifiuto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando il diritto del contribuente al rimborso. I giudici hanno stabilito che la documentazione dell'ufficio fiscale inglese provava l'effettivo assoggettamento a tassazione dei dividendi nel Regno Unito. Inoltre, l'amministrazione finanziaria non aveva tempestivamente impugnato la questione della residenza fiscale nei gradi precedenti. Di conseguenza, il fisco è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio, confermando la vittoria del cittadino straniero.
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Rimborso dell’euroritenuta: il Fisco perde in Cassazione
Un contribuente ha aderito alla procedura di collaborazione volontaria per regolarizzare i capitali detenuti in Svizzera tra il 2010 e il 2013. Su tali somme era già stata applicata la trattenuta fiscale estera. L'Agenzia delle Entrate ha preteso le imposte piene senza scomputare questa somma. Il contribuente ha quindi richiesto il rimborso dell'euroritenuta, ma l'amministrazione ha opposto un silenzio rifiuto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, stabilendo che il contribuente ha pieno diritto al rimborso. Il principio europeo del divieto di doppia imposizione prevale sulle rigide regole nazionali, garantendo la restituzione delle imposte già pagate all'estero anche in caso di regolarizzazione tardiva.
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Voluntary disclosure: il Fisco deve rimborsare le tasse estere
Un contribuente ha aderito alla procedura di Voluntary disclosure per regolarizzare i capitali detenuti in Svizzera tra il 2010 e il 2013. Durante tali anni, la banca svizzera aveva applicato l'euroritenuta sui rendimenti. L'Agenzia delle Entrate ha preteso il pagamento delle imposte in Italia senza scomputare la tassa estera. Il contribuente ha pagato per ottenere i benefici della sanatoria, ma ha poi richiesto il rimborso dell'euroritenuta. Di fronte al silenzio rifiuto del Fisco, ha promosso ricorso. La Corte di Cassazione ha dato ragione al contribuente, stabilendo che l'adesione alla collaborazione volontaria non fa perdere il diritto al rimborso delle imposte già pagate all'estero, poiché il divieto di doppia imposizione prevale sui limiti formali interni.
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Rimborso euroritenuta: il Fisco perde contro la voluntary
Il Contribuente ha aderito alla procedura di collaborazione volontaria (voluntary disclosure) per regolarizzare i capitali detenuti in Svizzera nel 2013. L'Amministrazione Finanziaria ha preteso il pagamento delle imposte senza scomputare l'imposta già trattenuta all'estero. Il Contribuente ha quindi richiesto il rimborso euroritenuta, ma il Fisco ha opposto il silenzio-rifiuto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Contribuente, stabilendo che il divieto europeo di doppia imposizione prevale sulle norme interne. Di conseguenza, chi regolarizza i capitali esteri ha pieno diritto al rimborso euroritenuta per evitare di pagare due volte lo stesso tributo, annullando la decisione contraria dei giudici di appello.
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Slovacchia o Italia? La verità sull’esterovestizione societaria
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di diritto slovacco l'esterovestizione societaria per l'anno d'imposta 2012, ritenendo che la sua sede amministrativa reale fosse in Italia. Nonostante l'annullamento dell'atto in primo grado, la Commissione Tributaria di secondo grado ha confermato la residenza fiscale italiana basandosi su precisi indizi, quali la residenza in Italia degli amministratori, l'emissione di fatture da computer italiani e l'assenza di attività reale in Slovacchia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, stabilendo che l'amministrazione finanziaria ha legittimamente provato l'esterovestizione societaria tramite presunzioni gravi, precise e concordanti, senza alcuna inversione dell'onere della prova. La società è stata quindi considerata fiscalmente residente in Italia e condannata al pagamento delle imposte e delle spese processuali.
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Unitarietà della prestazione ai fini IVA: stop ai recuperi
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una società italiana che ha ricevuto un accertamento fiscale per l'anno 2004. L'Agenzia delle Entrate contestava la deducibilità di alcune spese di regia e l'esenzione IVA su servizi resi alla controllante olandese. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso del Fisco sulle spese di regia, ritenendole inerenti e documentate. Ha invece accolto il ricorso della società sul tema dell'imposta, sancendo il principio di Unitarietà della prestazione ai fini IVA: quando più servizi sono strettamente connessi da formare un'unica operazione economica complessa, come il marketing di prodotto, essi non possono essere scomposti artificialmente per applicare l'imposta. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Non imponibilità IVA servizi portuali: il fisco perde la sfida
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'Amministrazione Finanziaria contro una Società Cooperativa attiva nella sicurezza. La controversia riguardava il recupero di imposte (IRES e IVA). La Suprema Corte ha stabilito che i bonus erogati ai soci lavoratori sono deducibili come retribuzione ordinaria e non costituiscono utili distribuiti. Inoltre, ha confermato che le retribuzioni dei soci non vanno sommate agli altri costi per calcolare le agevolazioni fiscali delle cooperative. Infine, i giudici hanno sancito la **non imponibilità IVA servizi portuali** per le attività di vigilanza e sicurezza svolte in porto. Tali servizi sono infatti essenziali per il funzionamento dello scalo e il movimento sicuro di merci e passeggeri. Vince la Società Cooperativa, che ottiene la conferma delle agevolazioni e l'annullamento delle pretese fiscali.
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Inerenza dei costi aziendali: il consolidato non salva dal fisco
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una società di capitali la deduzione di alcune spese e la detrazione della relativa IVA per servizi infragruppo, ritenendole prive di inerenza e antieconomiche. La società ha sostenuto che l'adesione al consolidato nazionale escludesse qualsiasi intento elusivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente, confermando che l'adesione al consolidato non ha valore per l'IVA e l'IRAP, imposte che restano autonome per ogni consociata. La Corte ha ribadito che l'onere di provare l'inerenza dei costi aziendali spetta sempre al contribuente, il quale deve dimostrare l'effettiva utilità delle spese per l'attività d'impresa. Di conseguenza, la società perde la causa ed è condannata a pagare le spese di giudizio.
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Accertamento societario definitivo: il gestore di fatto paga
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro un'azienda di carburanti per vendite in nero. Parte dei proventi occulti è stata rintracciata sui conti correnti dell'amministratore di fatto, non socio, e a lui tassata come reddito diverso. Poiché l'azienda non ha impugnato il proprio atto impositivo, questo è diventato definitivo. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'accertamento societario definitivo impedisce all'amministratore di fatto di contestare l'esistenza o l'ammontare del maggior reddito della società. Il contribuente può solo dimostrare di non essere l'amministratore di fatto o che i movimenti bancari sui propri conti non derivano dall'attività aziendale in nero. La Suprema Corte ha quindi accolto il ricorso del Fisco, rinviando la causa per un nuovo esame.
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Affitto d’azienda ed elusione fiscale: il fisco batte le imprese
Due società stipulano un contratto di affitto di rami d'azienda, successivamente integrato includendo la locazione di un supermercato. L'Agenzia delle Entrate applica l'imposta di registro proporzionale dell'1% anziché in misura fissa, ritenendo che il valore dell'immobile superi il 50% del valore aziendale complessivo. Le società interrompono i pagamenti dopo due anni, contestando la pretesa fiscale. La Corte di Cassazione respinge il ricorso delle società, confermando che l'operazione integra un'ipotesi di affitto d'azienda ed elusione fiscale. La norma mira infatti a evitare che una normale locazione immobiliare venga mascherata da affitto d'azienda per pagare meno tasse. Di conseguenza, le società sono tenute a versare l'imposta proporzionale e le relative sanzioni per omesso pagamento, non avendo dimostrato l'assenza di colpa.
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Ristretta base societaria: socia passiva perde contro il fisco
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una contribuente, socia indiretta di una società di capitali, presumendo la percezione di utili extracontabili non dichiarati. La contribuente ha impugnato l'atto sostenendo la propria totale estraneità alla gestione e contestando l'applicazione di una doppia presunzione a catena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che nelle società a ristretta base societaria opera la presunzione di distribuzione degli utili in nero ai soci. Tale principio si applica anche in presenza di una catena partecipativa tra società collegate, senza necessità di un previo accertamento formale sulla società intermedia. Per vincere la presunzione, il socio deve fornire la prova positiva della diversa destinazione data a tali somme e non la semplice estraneità alla gestione.
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Sostituto d’imposta: lo scudo del socio salva la società
L'Agenzia delle Entrate ha richiesto a una Società, in qualità di sostituto d'imposta, il pagamento delle ritenute non effettuate sulla distribuzione di utili ai soci. La Società ha contestato la richiesta, evidenziando che i soci avevano già regolarizzato la propria posizione fiscale aderendo allo scudo fiscale e pagando un'imposta straordinaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Società. I giudici hanno stabilito che, sebbene l'obbligo del sostituto d'imposta sia autonomo, il pagamento integrale del debito tributario da parte del socio estingue l'intera pretesa del Fisco. Di conseguenza, l'Erario non può pretendere un doppio pagamento dalla Società, poiché il debito principale è già stato interamente soddisfatto.
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Permuta immobiliare non registrata: doppia sconfitta in Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una società per una permuta immobiliare non registrata e non fatturata di terreni edificabili. La Commissione Tributaria Regionale ha riconosciuto la deducibilità del costo del terreno per evitare la doppia imposizione, ma ha negato la detrazione IVA per decorrenza dei termini biennali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili sia il ricorso principale dell'ufficio finanziario sia quello incidentale della società. La Suprema Corte ha stabilito che l'Amministrazione non può modificare o integrare in giudizio le motivazioni originarie dell'atto impositivo e che il diritto alla detrazione IVA decade se non esercitato entro il secondo anno successivo a quello in cui è sorto. Di conseguenza, la decisione precedente resta confermata e le spese di giudizio sono compensate.
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Compensazione IVA di gruppo: senza garanzia scatta il recupero
Una società capogruppo e le sue controllate hanno effettuato una compensazione IVA di gruppo senza presentare la garanzia fideiussoria o la dichiarazione sostitutiva richiesta dalla legge. L'Agenzia delle Entrate ha quindi emesso un atto di recupero dell'imposta. Le società hanno impugnato l'atto sostenendo che la garanzia non fosse obbligatoria per le dichiarazioni annuali e lamentando una doppia imposizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la compensazione IVA di gruppo si perfeziona solo con la prestazione della garanzia prescritta. In mancanza di questa, l'importo compensato deve essere versato allo Stato, escludendo qualsiasi doppia imposizione poiché si tratta di un semplice recupero di imposta non pagata. Vince l'Agenzia delle Entrate.
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Costi infragruppo: la Cassazione batte il fisco sulle royalties
Una società italiana ha impugnato gli avvisi di accertamento con cui l'Agenzia delle Entrate richiedeva ritenute fiscali non versate su somme inviate a consociate americane. Il fisco qualificava tali somme come royalties per l'uso di brevetti, mentre la contribuente sosteneva fossero costi infragruppo per attività di ricerca comune e servizi gestionali, non tassabili in Italia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società. Per alcune annualità ha applicato il principio del giudicato esterno, essendoci già una sentenza definitiva favorevole. Per le altre annualità, ha stabilito che la ripartizione dei costi di ricerca, dovuta anche in caso di insuccesso, configura veri e propri costi infragruppo e non royalties, annullando la decisione precedente e rinviando la causa per un nuovo esame.
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Accertamento sintetico: spese del socio e presunzione di reddito
L'Agenzia delle Entrate ha rettificato il reddito di una contribuente tramite accertamento sintetico, considerando i finanziamenti infruttiferi da lei versati a una società di cui era socia come indice di maggiore capacità contributiva. La contribuente ha impugnato l'atto contestando la violazione del contraddittorio preventivo, la doppia imposizione e la mancata applicazione della presunzione di ripartizione quinquennale della spesa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente alla ripartizione della spesa per incrementi patrimoniali. Ha stabilito che, secondo la normativa applicabile all'epoca, la spesa si presume sostenuta con redditi conseguiti in quote costanti nell'anno dell'esborso e nei cinque precedenti. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Accertamento con adesione: sì al rimborso se c’è doppia tassa
L'Azienda subisce un recupero a tassazione di costi per l'anno 2007 e definisce la pendenza tramite accertamento con adesione. Tuttavia, gli stessi costi erano stati dichiarati come sopravvenienze attive nel 2008, generando una doppia tassazione. L'Azienda chiede quindi il rimborso delle imposte pagate in eccedenza per il 2008. L'Agenzia delle Entrate nega il rimborso, ritenendo l'accordo intoccabile. La Corte di Cassazione dà ragione all'Azienda, stabilendo che il divieto di doppia imposizione prevale sulla definitività dell'accordo se l'errore è evidente.
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