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Concordato In Appello — Anno 2023

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917 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Concordato In Appello

Provvedimenti

Concordato in appello: l’accordo vieta il ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte di Appello, emessa a seguito di un accordo di concordato in appello ai sensi dell'articolo 599-bis del codice di procedura penale. Con tale accordo, la difesa aveva rinunciato ai motivi sull'accertamento della responsabilità penale. Successivamente, il difensore ha impugnato la decisione lamentando la mancata pronuncia sulle cause di non punibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non si può impugnare una sentenza nata da un concordato in appello, istituto reintrodotto dalla Legge 103/2017, se si è rinunciato preventivamente ai motivi di merito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo blocca il ricorso in Cassazione
Nel giudizio di secondo grado, L'Imputato ha raggiunto un accordo con la Procura Generale tramite il concordato in appello, rinunciando ai motivi di impugnazione sulla responsabilità penale. Successivamente, il difensore ha proposto ricorso per Cassazione lamentando un difetto di motivazione sulla colpevolezza e sulla pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Avendo accettato liberamente il concordato in appello, L'Imputato non può contestare in Cassazione i punti coperti dall'accordo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Divieto di reformatio in peius: la pena base non può salire
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un gruppo di soggetti condannati per vari reati, tra cui spaccio e rapina. Due imputati hanno sollevato questioni procedurali decisive. Il primo ha contestato il rigetto immediato del concordato in appello senza la successiva prosecuzione del dibattimento. Il secondo ha eccepito la violazione del divieto di reformatio in peius, poiché il giudice d'appello aveva aumentato la pena base di un reato satellite pur mantenendo invariata la pena complessiva. La Suprema Corte ha accolto entrambi i ricorsi: ha annullato con rinvio la sentenza per il primo imputato a causa della nullità della procedura di concordato, e ha rideterminato direttamente la pena per il secondo, ribadendo che il divieto di reformatio in peius impedisce di peggiorare i singoli parametri del calcolo della pena. Gli altri ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Interdizione dai pubblici uffici: pena ridotta, stop al perpetuo
Il Tribunale di Rimini condannava Il Condannato a cinque anni di reclusione per rapina in concorso, applicando l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e l'interdizione legale. In appello, tramite concordato, la pena veniva ridotta a tre anni e tre mesi di reclusione, ma i giudici omettevano di ricalcolare le pene accessorie. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso del difensore, ha stabilito che la riduzione della pena principale sotto i cinque anni impone la sostituzione dell'interdizione perpetua con quella temporanea di cinque anni e la revoca dell'interdizione legale, in quanto priva di base normativa. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la decisione sul punto, rideterminando direttamente l'interdizione dai pubblici uffici in cinque anni ed eliminando l'interdizione legale.
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Concordato in appello: lo sconto esclude il proscioglimento
L'Imputato, dopo aver concordato la pena in appello rinunciando ai motivi di gravame, proponeva ricorso per cassazione lamentando la mancata pronuncia di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in tema di concordato in appello, l'accordo sulla pena e la contestuale rinuncia ai motivi di appello limitano la cognizione del giudice. Di conseguenza, non sono più proponibili in sede di legittimità le questioni relative all'insussistenza dei reati o alla mancata applicazione del proscioglimento immediato. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: no al ricorso se la pena è ridotta
L'Imputato, condannato per rapina aggravata continuata, ha concordato in appello una riduzione della pena a tre anni e quattro mesi di reclusione. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione contestando la qualificazione giuridica del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello comporta la rinuncia a far valere qualsiasi contestazione nel successivo giudizio di legittimità, ad eccezione dei casi in cui venga applicata una pena illegale. Di conseguenza, l'accordo preclude la possibilità di ridiscutere la qualificazione giuridica del reato.
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Concordato in appello: l’accordo esclude il proscioglimento
L'Imputata, condannata per truffa, estorsione e sostituzione di persona, ha concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione del suo proscioglimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che chi sceglie il concordato in appello rinuncia a discutere la responsabilità penale. Di conseguenza, non può contestare in Cassazione il mancato proscioglimento, salvo che l'accordo stesso sia viziato nella sua formazione. L'Imputata perde il ricorso ed è condannata a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena non si può impugnare
L'Imputato, condannato in primo grado per il reato di rapina, raggiungeva un accordo con la Procura Generale davanti alla Corte d'appello per rideterminare la pena, rinunciando agli altri motivi di impugnazione tramite lo strumento del concordato in appello. Successivamente, l'uomo proponeva ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione del giudice sulla quantificazione della sanzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, avendo concordato la pena e rinunciato a ogni altra contestazione, l'imputato non può successivamente contestare la decisione concordata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo che vieta il ricorso
Il caso riguarda un ricorso presentato in Cassazione da un soggetto precedentemente condannato in secondo grado. La Corte d'appello aveva definito il procedimento tramite il concordato in appello, un accordo sulla pena tra difesa e accusa. La ricorrente ha tuttavia impugnato la decisione davanti alla Suprema Corte. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Cassazione ha stabilito che l'accordo sulla pena comporta la rinuncia implicita a contestare la responsabilità penale e la colpevolezza. Di conseguenza, il concordato in appello produce effetti preclusivi che bloccano la possibilità di proporre ricorso in Cassazione per motivi di merito. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo blocca il ricorso sulla recidiva
Il caso riguarda un imputato condannato per contrabbando di tabacchi che, in secondo grado, ha concordato la pena rinunciando ai motivi di impugnazione. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva e sostenendo l'illegalità della pena e la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello limita la cognizione del giudice ai soli motivi non rinunciati. Inoltre, l'errata valutazione della recidiva non rende la sanzione una pena illegale, la quale ricorre solo se la sanzione è estranea al quadro edittale per genere, specie o limiti edittali. Di conseguenza, l'accordo preclude la possibilità di sollevare tali contestazioni in sede di legittimità.
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Concordato in appello: l’accordo esclude sconti successivi
L'Imputato ha concordato la pena in secondo grado tramite l'istituto del concordato in appello. Successivamente, il suo difensore ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, dopo un concordato in appello, il ricorso per cassazione è limitato solo a vizi sulla formazione della volontà, sul consenso del pubblico ministero o sulla illegalità della pena. Non è possibile contestare la mancata concessione delle attenuanti generiche o la misura della pena concordata. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo non salva dal ricorso generico
Tre imputati, dopo aver concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello con rinuncia ai motivi di impugnazione, hanno proposto ricorso per Cassazione. Due di essi hanno contestato genericamente il potere di qualificazione giuridica del giudice, mentre il terzo ha lamentato la mancata pronuncia di proscioglimento per un reato associativo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi per la loro assoluta genericità, non avendo i ricorrenti collegato le doglianze astratte al caso concreto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: se accetti la pena non puoi ricorrere
Un imputato, dopo aver concordato la pena in secondo grado per furto e frode informatica tramite concordato in appello, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione su un capo d'accusa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nel concordato in appello, i motivi di ricorso sono strettamente limitati. Sono ammissibili solo le contestazioni sulla formazione della volontà delle parti, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della sentenza rispetto all'accordo. Non si possono invece riproporre motivi a cui si era rinunciato con l'accordo, né contestare la mancata assoluzione d'ufficio o il calcolo della pena, salvo il caso di sanzione illegale. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese e quattromila euro alla cassa delle ammende.
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Concordato in appello: vietato il ricorso dopo l’accordo
L'Imputato, condannato per il reato di evasione, ha concordato la pena di otto mesi di reclusione in secondo grado. Successivamente, il suo difensore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata assoluzione per assenza dell'elemento psicologico del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'istituto del concordato in appello comporta la rinuncia ai motivi di merito. Di conseguenza, non è più possibile contestare la mancata applicazione del proscioglimento immediato. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: inutile chiedere il proscioglimento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati che, dopo aver stipulato un concordato in appello riducendo la pena e rinunciando ai motivi sulla responsabilità, lamentavano la mancata pronuncia di proscioglimento. La Suprema Corte ha chiarito che il concordato in appello differisce dal patteggiamento: l'accordo limita l'oggetto del giudizio ai soli punti concordati (effetto devolutivo), determinando una preclusione sui motivi rinunciati. Di conseguenza, il giudice d'appello non deve motivare sull'assenza di cause di proscioglimento per i punti non più in discussione. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo vincola e vieta i ripensamenti
Il caso riguarda un imputato condannato per ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. La Corte d'appello, accogliendo il concordato in appello, aveva ridotto la pena a due anni di reclusione e tremila euro di multa. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione della sua giovane età e incensuratezza nella determinazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in presenza di un concordato in appello, non è possibile contestare la misura della pena concordata tra le parti, a meno che non si tratti di una sanzione illegale. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca la Cassazione
Due imputati, condannati per tentata rapina aggravata, concordano la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, propongono ricorso per Cassazione contestando il mancato proscioglimento e il bilanciamento delle attenuanti. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici chiariscono che il concordato in appello costituisce un accordo vincolante che preclude la possibilità di sollevare successive contestazioni in sede di legittimità, salvo il caso di pena illegale. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e vengono condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione del reato: annullata la multa da 45mila euro
L'Imputato era stato condannato in appello a sei mesi di reclusione, pena convertita in una sanzione pecuniaria di 45.000 euro per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, contestando il tasso di conversione applicato (250 euro al giorno), dichiarato parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 28/2022), che lo ha ridotto a un minimo di 75 euro. La Suprema Corte ha rilevato che, sebbene la sanzione concordata fosse ormai illegale alla luce della nuova disciplina, il reato commesso nel 2014 era ormai estinto. Di conseguenza, la Cassazione ha pronunciato l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, applicando la prescrizione del reato ed evidenziando che la causa estintiva prevale su qualsiasi rinvio per la rideterminazione della pena.
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Concordato in appello: pena ridotta ma addio al ricorso
L'Imputato ha concordato in appello una pena di due anni e sei mesi di reclusione per reati in materia di stupefacenti. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello comporta la rinuncia ai motivi di impugnazione non concordati. Di conseguenza, l'imputato non può lamentare in sede di legittimità vizi relativi a questioni rinunciate o alla mancata valutazione del proscioglimento immediato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca la Cassazione
L'Imputato, condannato per tentato furto con strappo, ha concordato in appello una riduzione della pena a sette mesi e tre giorni di reclusione. Successivamente, la difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessiva severità del trattamento sanzionatorio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sui motivi, noto come concordato in appello, preclude la possibilità di contestare in sede di legittimità la misura della pena concordata, a meno che questa non sia palesemente illegale o vi siano vizi nella formazione della volontà delle parti. Di conseguenza, L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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