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Legge 92/2012

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526 provvedimenti

Sgravi contributivi revocati: l’onere della prova all’impresa
Una cooperativa ha impugnato un verbale di accertamento dell'INPS che revocava le agevolazioni per il mancato rispetto del contratto collettivo nazionale, avendo omesso i contributi su tredicesime e festività di dieci lavoratori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della cooperativa, confermando che l'onere della prova spetta all'impresa che richiede gli sgravi contributivi. Anche nelle cause per dichiarare l'inesistenza di un debito previdenziale, spetta al datore di lavoro dimostrare di possedere tutti i requisiti di legge per accedere ai benefici, inclusa la regolarità dei versamenti e il rispetto dei contratti collettivi. Di conseguenza, la cooperativa perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Rito Fornero e dipendenti pubblici: la Cassazione taglia i tempi
Un dirigente medico impugna il licenziamento per superamento del periodo di comporto. Il Tribunale rigetta la domanda applicando il rito Fornero. Il lavoratore propone appello oltre il termine di trenta giorni, ritenendo inapplicabile tale rito al pubblico impiego e contestando vizi formali nella notifica via PEC della sentenza. La Corte d'Appello dichiara l'appello inammissibile per tardività. La Corte di Cassazione conferma la decisione: il rito Fornero si applica anche ai dipendenti pubblici e, in ogni caso, per il principio di ultrattività del rito, l'impugnazione deve seguire i termini della procedura concretamente applicata in primo grado. Inoltre, lievi irregolarità formali della PEC non impediscono la decorrenza del termine se la sentenza è stata comunque ricevuta. Il ricorso del lavoratore viene rigettato.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: errore fatale
Un dipendente ha impugnato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato dall'azienda dopo il suo rifiuto a un demansionamento. Il lavoratore ha avviato la causa con il rito Fornero, ma ha commesso un errore procedurale: ha contestato la prima decisione sfavorevole con un reclamo anziché con un ricorso in opposizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando l'inammissibilità dell'impugnazione. I giudici hanno inoltre chiarito che, durante l'emergenza COVID-19, la sostituzione dell'udienza in presenza con lo scambio di note scritte non viola il diritto di difesa. Il lavoratore perde definitivamente la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Licenziamento collettivo: no a comunicazioni a rate
Un'azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo inviando una prima comunicazione priva dei nominativi esatti dei lavoratori da licenziare, seguita da successive rettifiche e liste parziali. Il Lavoratore ha impugnato il provvedimento. La Corte d'Appello ha dichiarato risolto il rapporto di lavoro condannando l'Azienda a pagare un'indennità risarcitoria di venti mensilità, ritenendo la comunicazione iniziale incompleta e illegittimamente frammentata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando che la comunicazione finale prevista dalla legge deve essere unica, esaustiva e tempestiva, per garantire trasparenza e controllo. Di conseguenza, l'Azienda perde la causa e deve pagare anche le spese legali.
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Inesistenza della notificazione: ricorso vuoto e causa persa
Un lavoratore impugna il licenziamento ma, nel notificare il ricorso alla banca datrice di lavoro, omette per errore di allegare il file del ricorso stesso, inviando solo il decreto di fissazione dell'udienza. La banca si costituisce in giudizio solo per eccepire il vizio. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del lavoratore, confermando l'inesistenza della notificazione. I giudici chiariscono che la totale mancanza dell'atto da consegnare impedisce al destinatario di conoscere la pretesa e non costituisce un semplice vizio formale. Di conseguenza, si configura l'inesistenza della notificazione, vizio insanabile che non viene sanato dalla costituzione della controparte, rendendo tardivo ogni successivo tentativo di notifica oltre i termini perentori.
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Licenziamento collettivo: la comunicazione a rate costa caro
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'azienda confermando l'illegittimità del licenziamento collettivo intimato a un dipendente. La controversia nasce dall'inosservanza delle regole sulla comunicazione finale dei lavoratori licenziati. L'azienda aveva inviato una prima informativa incompleta, priva dei nominativi dei lavoratori in esubero, seguita da successive rettifiche frammentate ben oltre i termini di legge. I giudici hanno chiarito che la comunicazione finale non può essere parcellizzata in più atti, ma deve essere unica, tempestiva e contenere l'elenco definitivo dei dipendenti licenziati e i criteri di scelta applicati. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna dell'azienda al pagamento di un'indennità risarcitoria pari a diciotto mensilità in favore del lavoratore.
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Licenziamento collettivo: la fretta dell’azienda salva i lavoratori
Un'azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo, ma ha inviato la comunicazione finale obbligatoria ai sindacati e agli uffici del lavoro in modo incompleto e prima ancora di intimare i primi licenziamenti. Successivamente ha inviato elenchi corretti e frammentati oltre i termini di legge. Due dipendenti esclusi inizialmente e poi licenziati hanno impugnato il provvedimento. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo. I giudici hanno stabilito che la comunicazione deve essere unica, trasparente e inviata tassativamente entro sette giorni dai recessi. L'azienda ha perso il ricorso ed è stata condannata a pagare le spese di giudizio e a risarcire i lavoratori.
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Anticipazione dell’indennità di mobilità: sì all’intero importo
Un lavoratore ha chiesto all'INPS l'anticipazione dell'indennità di mobilità in un'unica soluzione per l'intera durata di trentasei mesi. L'ente previdenziale ha invece concesso solo sei mensilità, sostenendo che la successiva cancellazione del lavoratore dalle liste di mobilità impedisse l'erogazione delle somme per gli anni successivi al 2012. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il diritto all'anticipazione dell'indennità di mobilità matura prima della cancellazione dalle liste, la quale costituisce solo un effetto della scelta di ricevere il pagamento anticipato. Di conseguenza, l'INPS deve erogare l'intero importo spettante e non può limitarlo al solo anno di concessione. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte d'appello.
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Rito Fornero: il salto di grado costa caro al lavoratore
Un lavoratore, licenziato per superamento del periodo di comporto, ha impugnato il provvedimento tramite il Rito Fornero. Il Tribunale ha respinto il ricorso nella prima fase sommaria. Il lavoratore ha proposto direttamente reclamo in Corte d'Appello, saltando la necessaria fase di opposizione davanti allo stesso Tribunale. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che il Rito Fornero in primo grado ha una struttura bifasica: contro l'ordinanza sommaria l'unico rimedio possibile è l'opposizione dinanzi allo stesso giudice di primo grado, e non il reclamo immediato in appello. Il lavoratore perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Contributi previdenziali INPS: scontro cooperativa-ente rinviato
Una società cooperativa ha proposto ricorso in Cassazione contro l'INPS per contestare un avviso di addebito relativo al pagamento di contributi previdenziali INPS destinati al Fondo di Solidarietà Residuale per gli anni 2016 e 2017. La Corte d'Appello aveva precedentemente confermato il debito della società. La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, rilevando la pendenza di numerosi altri ricorsi identici tra le stesse parti presso la Quarta Sezione, ha deciso di non pronunciarsi immediatamente nel merito. Con ordinanza interlocutoria, la Corte ha disposto la rimessione della causa alla Quarta Sezione per consentire una trattazione congiunta e una soluzione unitaria della controversia.
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Rito Fornero: l’azienda contumace può difendersi nell’opposizione
Un Lavoratore era stato licenziato per aver superato il periodo di comporto. Il Tribunale, nella prima fase sommaria del Rito Fornero, aveva dichiarato nullo il licenziamento. L'Azienda, rimasta contumace nella prima fase, ha fatto opposizione. La Corte di Appello ha ritenuto che l'Azienda non potesse presentare nuove prove o documenti perché non si era difesa all'inizio. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione, stabilendo che il Rito Fornero è un unico giudizio diviso in due parti. Chi non partecipa alla prima fase sommaria mantiene comunque il diritto di difendersi pienamente e presentare nuove prove nella successiva fase di opposizione. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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Prescrizione dei crediti di lavoro: il dipendente vince sul tempo
Un lavoratore ha richiesto il riconoscimento dell'intero periodo di apprendistato ai fini degli scatti di anzianità, contestando il contratto collettivo applicato dall'azienda. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, condannando il datore di lavoro al pagamento delle differenze retributive. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione, sollevando anche la questione della prescrizione dei crediti di lavoro. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la prescrizione dei crediti di lavoro non decorre durante il rapporto di lavoro, poiché le riforme del 2012 e del 2015 hanno rimosso la tutela della stabilità reale del posto di lavoro. Di conseguenza, il diritto del lavoratore a percepire le differenze retributive non si era estinto.
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Prescrizione dei crediti retributivi: dipendenti contro azienda
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un'azienda di trasporti, confermando il diritto di alcuni dipendenti al computo del periodo di apprendistato ai fini degli scatti di anzianità. La decisione si concentra sulla prescrizione dei crediti retributivi. La Suprema Corte ha stabilito che, a seguito delle riforme del lavoro del 2012 e del 2015, i rapporti a tempo indeterminato non godono più di una stabilità reale assoluta. Di conseguenza, per evitare che il lavoratore rinunci ai propri diritti per timore di ritorsioni o licenziamento, la prescrizione dei crediti retributivi non decorre durante lo svolgimento del rapporto di lavoro, ma inizia soltanto dalla sua cessazione definitiva.
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Impugnazione del licenziamento: la spedizione batte la ricezione
Il Lavoratore ha contestato il licenziamento disciplinare intimatogli dall'Azienda inviando una raccomandata. Successivamente, ha depositato il ricorso in tribunale oltre il termine di 180 giorni calcolato dalla spedizione della lettera. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Lavoratore, confermando la decadenza dall'azione. I giudici hanno chiarito che il termine per l'impugnazione del licenziamento in via giudiziaria decorre dalla data di spedizione dell'atto scritto di contestazione stragiudiziale, e non dalla sua ricezione da parte del datore di lavoro. Inoltre, la richiesta dei motivi del licenziamento non sospende né proroga questo termine di 180 giorni, che ha natura acceleratoria per garantire la certezza delle situazioni giuridiche. Di conseguenza, il Lavoratore ha perso definitivamente il diritto di contestare il provvedimento.
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Sgravi contributivi: l’Inps perde sulle assunzioni in mobilità
L'Inps ha chiesto a un'azienda il pagamento di contributi previdenziali, negando il diritto alle agevolazioni per l'assunzione a tempo determinato di un lavoratore iscritto nelle liste di mobilità. Secondo l'ente, l'azienda non poteva accedere agli sgravi contributivi più favorevoli perché il dipendente percepiva la disoccupazione e non l'indennità di mobilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Inps, confermando che per ottenere le agevolazioni previste fino al 31 dicembre 2016 è sufficiente l'iscrizione del lavoratore nelle liste di mobilità. Non rileva il tipo di sussidio effettivamente percepito dal lavoratore. L'Azienda vince definitivamente la causa e non deve pagare le somme richieste dall'Inps.
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Sgravi contributivi negati se licenzi e assumi per ruoli diversi
La Corte di Cassazione ha negato il diritto agli sgravi contributivi per assunzioni a un'azienda che, nei sei mesi precedenti, aveva licenziato altri dipendenti. Secondo i giudici, non è sufficiente dimostrare che i nuovi assunti non sostituiscono formalmente i licenziati (ad esempio, perché hanno mansioni o sedi diverse). L'azienda deve provare che l'operazione ha generato un reale incremento occupazionale e non era finalizzata a eludere lo scopo della norma, che è incentivare nuova occupazione e non sostituire personale. La valutazione deve essere sostanziale, non solo formale. L'onere di questa prova rigorosa spetta interamente al datore di lavoro.
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Indebito Previdenziale: ASpI da restituire se hai i requisiti
Una lavoratrice riceve l'indennità di disoccupazione (ASpI) anche dopo aver maturato i requisiti per la pensione, a causa di un'errata comunicazione dell'Ente Previdenziale. Anni dopo, l'Ente chiede la restituzione delle somme. La Cassazione stabilisce che si tratta di un indebito previdenziale da restituire. Il diritto alla disoccupazione cessa automaticamente al raggiungimento dei requisiti pensionistici, a prescindere dalla data di presentazione della domanda o dalla percezione effettiva della pensione. La buona fede della lavoratrice non impedisce l'obbligo di restituzione, ma potrà essere valutata per definire le modalità del rimborso.
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Sgravi contributivi assunzioni: No al bonus per lavoro ciclico
La Corte di Cassazione ha negato il diritto agli sgravi contributivi assunzioni a un'azienda di trasporto scolastico. L'azienda riassumeva ciclicamente gli stessi lavoratori dopo la pausa estiva, ma questi non potevano essere considerati disoccupati da almeno 24 mesi, requisito essenziale per l'agevolazione. Infatti, la riassunzione entro 6 mesi dal licenziamento era un obbligo legale che faceva venir meno la condizione per il beneficio. L'INPS ha quindi legittimamente recuperato i contributi non versati e la Corte ha confermato la sua decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'azienda.
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Licenziamento confermato per tardività del ricorso: fatale la PEC
Un dirigente, licenziato per aver criticato aspramente un superiore, ha impugnato il provvedimento. Dopo la conferma del licenziamento in Appello, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte, tuttavia, ha dichiarato il ricorso inammissibile per un vizio procedurale. La causa della decisione è la tardività del ricorso per licenziamento. Il termine di 60 giorni per l'impugnazione era infatti scaduto, essendo partito dalla data di comunicazione della sentenza via PEC da parte della cancelleria. L'attestazione del cancelliere ha valore di atto pubblico e non è stata contestata. Di conseguenza, il licenziamento è diventato definitivo.
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Requisiti Pensione e NASpI: Stop Automatico e Obbligo di Restituzione
La Corte di Cassazione ha stabilito che la decadenza NASpI per requisiti pensione è automatica e immediata. Un lavoratore aveva continuato a percepire l'indennità di disoccupazione anche dopo aver maturato il diritto alla pensione anticipata. L'Ente Previdenziale ha quindi richiesto la restituzione delle somme. La Corte ha confermato questa richiesta, chiarendo che il diritto alla NASpI cessa nel momento esatto in cui si raggiungono i requisiti per la pensione, a prescindere da quando si presenti la domanda o si riceva il primo assegno. Le somme percepite dopo tale data sono considerate un indebito e vanno restituite.
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