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D.P.R. 633/1972 — Anno 2022

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1170 provvedimenti

Altri anni per D.P.R. 633/1972

Frode carosello: il Fisco perde contro l’impresa onesta
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un gruppo societario la partecipazione a una vasta frode carosello nel settore della telefonia, negando la detrazione IVA e la deducibilità dei costi. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato gli accertamenti rilevando la buona fede delle società, le quali non potevano accorgersi della frode altrui pur usando la normale diligenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che il giudice di merito ha valutato correttamente tutti gli indizi, tra cui una fideiussione da 8 milioni di euro che provava la convinzione della liceità dell'operazione. L'Agenzia delle Entrate perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Detrazione IVA: l’Azienda perde sui costi ma ottiene sanzioni ridotte
L'Azienda ha impugnato un avviso di accertamento con cui il Fisco contestava l'indebita deduzione di costi infragruppo e l'illegittima detrazione IVA su contributi incondizionati versati alla grande distribuzione. La Corte di Cassazione ha confermato che i costi per servizi di gestione devono rispettare il principio di competenza ed essere imputati all'anno di esecuzione, anche se fatturati successivamente. Inoltre, ha stabilito che i contributi privi di controprestazione sono semplici passaggi di denaro fuori campo IVA, escludendo la detrazione IVA anche se erroneamente applicata in fattura. La Corte ha però accolto il ricorso limitatamente alla rideterminazione delle sanzioni, ordinando al giudice di rinvio di applicare le nuove norme più favorevoli all'Azienda.
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Rimborso IVA: il fisco nega il credito anche dopo la scadenza
Un'azienda ha richiesto il rimborso IVA per crediti ceduti da due fallimenti. L'Amministrazione Finanziaria ha negato il rimborso poiché i curatori fallimentari avevano compensato illegittimamente crediti anteriori al fallimento con debiti successivi della procedura. Il giudice d'appello ha dato ragione all'azienda, ritenendo che il fisco non potesse più contestare l'operazione per decorso dei termini di accertamento. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso del fisco. I giudici hanno stabilito che l'Amministrazione Finanziaria può contestare l'esistenza del credito chiesto a rimborso in ogni tempo, poiché l'omesso controllo non equivale a un riconoscimento implicito del credito. La causa torna alla Commissione Tributaria Regionale per un nuovo esame.
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Decadenza accertamento IVA: vince il fisco oltre i tre anni
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un'impresa il mancato pagamento dell'IVA su somme ottenute tramite un lodo arbitrale relativo a un appalto pubblico. L'impresa sosteneva che, avendo già pagato l'imposta di registro sull'atto, l'ufficio dovesse rispettare il termine di decadenza triennale di quest'ultima tassa, rendendo l'accertamento tardivo. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che, trattandosi di un recupero IVA, si applica la disciplina specifica di questa imposta. Di conseguenza, la decadenza accertamento IVA segue i termini ordinari previsti per l'IVA e non quelli dell'imposta di registro. La Suprema Corte ha quindi accolto il ricorso del fisco, annullando la decisione precedente e ordinando un nuovo giudizio.
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Raddoppio dei termini di accertamento: basta il sospetto di reato
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a un'Azienda un'operazione di dividend washing per gli anni 2003 e 2004, emettendo accertamenti oltre i tempi ordinari grazie al raddoppio dei termini di accertamento dovuto a una denuncia penale. I giudici di merito avevano annullato gli atti ritenendo necessaria la prova concreta del reato. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che il raddoppio dei termini di accertamento scatta per la sola presenza astratta di seri indizi di reato che impongono la denuncia, senza dover attendere una condanna penale. Il giudice tributario deve solo verificare la sussistenza di questi indizi tramite una valutazione ora per allora. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame, escludendo però l'applicazione del raddoppio per l'Irap, tassa priva di sanzioni penali.
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Contabilità inattendibile: la concessionaria perde contro il fisco
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società concessionaria di auto contro l'avviso di accertamento emesso dall'Agenzia delle Entrate per Iva, Ires e Irap. I giudici hanno confermato la legittimità del recupero fiscale basato sull'inattendibilità della contabilità aziendale. Tale inattendibilità è emersa da gravi anomalie, tra cui saldi di cassa negativi, vendite sotto costo e discrepanze con i registri del PRA. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di merito ha valutato correttamente le prove e che non è possibile richiedere un nuovo esame dei fatti in sede di legittimità. Di conseguenza, la società è stata condannata a pagare le spese di giudizio, confermando la vittoria del fisco.
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Accertamento induttivo: i dati passati incastrano il presente
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso avvisi di accertamento nei confronti di una Società Agricola per omessa presentazione delle dichiarazioni dei redditi negli anni 2006 e 2007. L'ufficio ha applicato un accertamento induttivo, calcolando i ricavi tramite le percentuali medie di ricarico ricavate dal triennio precedente (2003-2005). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, stabilendo che le percentuali di ricarico di un determinato anno costituiscono validi elementi indiziari per ricostruire i redditi di annualità diverse. Spetta al contribuente, per il principio di vicinanza della prova, dimostrare eventuali mutamenti del mercato o dell'attività che giustifichino l'applicazione di percentuali differenti.
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Frode IVA: il finto export non salva la società dal fisco
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una società in liquidazione confermando la legittimità degli avvisi di accertamento emessi dall'Amministrazione Finanziaria. La vicenda nasce da una contestazione per omesso versamento dell'imposta in relazione a vendite falsamente qualificate come esportazioni o operazioni intracomunitarie. I giudici hanno accertato la partecipazione della contribuente a una vera e propria frode IVA, volta a evadere il fisco tramite l'emissione di false dichiarazioni d'intento. Di conseguenza, è venuto meno il beneficio della sospensione d'imposta legato allo status di esportatore abituale. Inoltre, a causa dell'assoluta inattendibilità delle scritture contabili, la Corte ha ritenuto legittimo il ricorso all'accertamento induttivo per rideterminare i ricavi aziendali. La società è stata condannata al pagamento delle imposte dovute e delle spese di giudizio.
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Territorialità IVA: ricerca scientifica tassata, no esenzione
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro una Società di Ricerca, contestando l'omessa applicazione dell'imposta su prestazioni rese a consociate estere. La società riteneva si trattasse di consulenze esenti, mentre il fisco le ha qualificate come servizi scientifici eseguiti in Italia, soggetti a tassazione. La Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che la territorialità IVA si determina in base al luogo di materiale esecuzione delle attività scientifiche. Inoltre, la Corte ha chiarito che la richiesta di una polizza fideiussoria per il rimborso delle imposte legittima il differimento dei termini di accertamento a favore del fisco, per evitare comportamenti dilatori del contribuente. Di conseguenza, la società perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Costi black list: la Cassazione fissa le regole sulla prova
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di vendita al dettaglio la deduzione di costi per acquisti di merci provenienti da Paesi a fiscalità privilegiata, effettuati tramite due intermediari italiani. Questo meccanismo, noto come importazione in triangolazione, mirava a eludere i limiti sui costi black list. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato l'accertamento, ritenendo che il Fisco dovesse provare l'interposizione fittizia degli intermediari. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, stabilendo che, una volta provata la triangolazione, spetta al contribuente l'onere della prova a contrario. Il contribuente deve dimostrare l'effettivo interesse economico dell'operazione o la reale attività della società estera per poter dedurre i costi black list. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Accertamento bancario: il conto del socio inchioda la società
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una società, contestando maggiori imposte sulla base di movimenti bancari non giustificati registrati su un conto corrente intestato a un socio fondatore deceduto. La società ha impugnato l'atto, lamentando l'illegittimità delle indagini per mancanza di preventiva autorizzazione e l'inapplicabilità della presunzione legale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando la legittimità dell'operato dell'ufficio. I giudici hanno chiarito che l'accertamento bancario basato su conti intestati a terzi è legittimo se riconducibile all'attività d'impresa. Inoltre, la mancanza di autorizzazione interna non rende nulle le prove, a meno che non arrechi un concreto pregiudizio ai diritti costituzionali del contribuente, circostanza non dimostrata nel caso di specie.
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Accertamento da indagini bancarie: il conto del socio la condanna
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una società per l'anno 2006, basandosi su un conto corrente occulto intestato fittiziamente a un socio fondatore deceduto. L'ufficio ha riscontrato versamenti e prelevamenti non giustificati, qualificandoli come ricavi in nero. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando la legittimità dell'operato del fisco. I giudici hanno chiarito che l'accertamento da indagini bancarie consente l'utilizzo di presunzioni legali, trasferendo sul contribuente l'onere di fornire la prova contraria. Inoltre, la mancata autorizzazione interna alle indagini non rende nulle le prove se non causa un pregiudizio concreto ai diritti fondamentali del contribuente. Infine, il termine di sessanta giorni per la difesa non si applica agli accertamenti eseguiti a tavolino.
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Accertamento su conto corrente: il fisco vince sul socio
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una società, contestando ricavi non dichiarati emersi da indagini bancarie su un conto corrente formalmente intestato a un socio fondatore deceduto. L'ufficio ha qualificato tale rapporto come conto corrente occulto della società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente, confermando la legittimità dell'operato del fisco. I giudici hanno chiarito che l'accertamento su conto corrente si fonda su una presunzione legale: spetta al contribuente dimostrare che i movimenti bancari non sono fiscalmente rilevanti. Inoltre, l'autorizzazione alle indagini bancarie attiene ai rapporti interni dell'amministrazione e la sua eventuale mancanza non invalida l'accertamento, a meno che non causi un concreto pregiudizio ai diritti fondamentali del contribuente.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: il dovere di controllo
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società il recupero di imposte legato a operazioni soggettivamente inesistenti effettuate tramite una società cartiera inesistente. La Commissione Tributaria Regionale aveva parzialmente accolto il ricorso della contribuente, escludendo la sua consapevolezza della frode per mancanza di prove dirette di una sua partecipazione all'illecito. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno chiarito che, per negare la detrazione, non serve dimostrare la complicità attiva del contribuente nella frode. È sufficiente provare che l'imprenditore, usando l'ordinaria diligenza richiesta a un professionista del settore, avrebbe dovuto accorgersi dell'inesistenza del fornitore. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Accertamento bancario: l’atto notorio del padre non salva il figlio
L'Amministrazione Finanziaria ha rettificato la dichiarazione dei redditi di un giovane avvocato a seguito di un accertamento bancario che mostrava versamenti e prelevamenti ingiustificati. Il contribuente si è difeso presentando una dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà in cui il padre affermava di aver effettuato quelle movimentazioni, tesi accolta dai giudici d'appello. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la dichiarazione del terzo costituisce un semplice indizio e non una prova piena. Per superare la presunzione dell'accertamento bancario, il contribuente deve fornire una prova analitica per ogni singolo versamento. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio.
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Definizione agevolata della lite: stop alla causa per frode IVA
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a un contribuente l'indebita detrazione IVA per acquisti di autoveicoli tramite operazioni soggettivamente inesistenti e società cartiere, procedendo a un accertamento induttivo. Dopo alterne vicende nei gradi di merito, la controversia è giunta in Cassazione. Nelle more del giudizio, il contribuente ha aderito alla definizione agevolata della lite ai sensi del Decreto Legge 119/2018, provvedendo al pagamento degli importi dovuti. Poiché nessuna delle parti ha richiesto la prosecuzione del giudizio entro i termini di legge, la Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo per cessata materia del contendere, compensando le spese legali tra le parti.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: il fisco batte i bonifici
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di costruzioni la deduzione di costi e la detrazione IVA basate su fatture per operazioni oggettivamente inesistenti emesse da un'altra impresa. Secondo il fisco, i lavori erano stati eseguiti direttamente in economia dalla società contribuente per ottenere indebitamente contributi statali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, stabilendo che, a fronte di indizi seri forniti dall'amministrazione finanziaria (come la sede della fatturante abbandonata e la mancanza di attrezzature), spetta al contribuente dimostrare l'effettiva esistenza delle transazioni. La semplice regolarità contabile o il pagamento tracciato non bastano a smentire le presunzioni dell'ufficio. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Fisco contro turismo: il regime speciale IVA agenzie di viaggio
Un'agenzia di viaggi italiana ha affittato un immobile in Italia da una società estera senza pagare l'IVA in fattura. L'Agenzia delle Entrate ha contestato la mancata emissione dell'autofattura. La società sosteneva che l'obbligo di inversione contabile fosse escluso dal regime speciale IVA agenzie di viaggio. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Fisco. I giudici hanno stabilito che l'agenzia deve comunque autofatturare e versare l'IVA per i servizi ricevuti dall'estero. Questa imposta non è detraibile, ma il costo totale può essere usato per calcolare il margine imponibile del pacchetto turistico.
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Accertamento analitico-induttivo: prelievo soci non è evasione
L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento nei confronti di una società di persone, basando un accertamento analitico-induttivo sul prelievo di una consistente somma di denaro dalla cassa societaria, registrata come "anticipo in conto soci". Secondo il fisco, tale prelievo faceva presumere l'acquisto e la successiva vendita di merci in nero. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato l'atto, ritenendo il prelievo insufficiente a fondare tale presunzione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ufficio finanziario, confermando che la valutazione degli elementi indiziari spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità. Di conseguenza, la società e i soci hanno vinto definitivamente la causa, con condanna del fisco al pagamento delle spese processuali.
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Detrazione IVA senza dichiarazione: il fisco perde in Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha emesso una cartella di pagamento contro una società in liquidazione, contestando l'utilizzo di un credito IVA del 2006 nella dichiarazione del 2008, a causa dell'omessa presentazione della dichiarazione annuale per l'anno di maturazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, stabilendo che la detrazione IVA senza dichiarazione annuale è legittima se sussistono i requisiti sostanziali. Se il credito risulta da liquidazioni periodiche ed è esercitato entro il biennio successivo, il principio di neutralità dell'imposta prevale sugli adempimenti formali. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la cartella esattoriale e le sanzioni, confermando il diritto alla detrazione per la contribuente.
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