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Art. 666 Codice di Procedura Penale — Sezione Settima Penale

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450 provvedimenti

Altri anni per Art. 666 Codice di Procedura Penale

Liberazione anticipata: interesse ad agire del detenuto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un ex detenuto contro il diniego della liberazione anticipata. La decisione si fonda sulla mancanza di un interesse concreto e attuale ad agire, poiché il ricorrente, una volta scarcerato, non ha dimostrato l'esistenza di un altro periodo di detenzione su cui la riduzione di pena potesse incidere. Viene così ribadito che l'interesse non può essere meramente astratto.
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Gradualità misure alternative: no alla prova subito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza che aveva negato l'affidamento in prova, concedendo invece la detenzione domiciliare. La Corte ha ribadito il principio della gradualità delle misure alternative, sottolineando che la scelta è una valutazione discrezionale del giudice, finalizzata a un percorso di reinserimento sociale progressivo e non automatico, soprattutto in presenza di reati gravi.
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Ricorso inammissibile: quando riproporre un’istanza
La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile poiché l'istante ha riproposto una richiesta di continuazione tra reati già respinta, senza addurre nuovi elementi di fatto o di diritto. La Corte ha sottolineato che la semplice omissione della menzione di una memoria difensiva nel provvedimento impugnato non è sufficiente per l'accoglimento del ricorso, se non si indicano i 'nova' trascurati. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Pena accessoria bancarotta: limiti alla revisione
Un imprenditore condannato per bancarotta fraudolenta ha contestato la durata della sua pena accessoria (inabilitazione all'esercizio d'impresa), ridotta da dieci a tre anni dal giudice dell'esecuzione. Sosteneva che tre anni fossero ancora sproporzionati rispetto alla pena principale di un anno di reclusione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che il suo ruolo non è quello di rivalutare nel merito la decisione del giudice precedente, se questa è motivata e priva di vizi di legge, ma solo di verificare la corretta applicazione delle norme.
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41-bis: la proroga è legittima se persiste il pericolo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro la proroga del regime speciale 41-bis. La Corte ha stabilito che, per estendere il 'carcere duro', non è necessario provare nuovi reati, ma è sufficiente la persistenza della capacità del detenuto di mantenere contatti con l'associazione criminale di appartenenza. La valutazione del Tribunale di Sorveglianza, basata sulla pericolosità sociale del soggetto e sull'operatività del clan, è stata ritenuta corretta e non sindacabile nel merito.
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Pene sostitutive: no retroattività senza condizioni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato che chiedeva di convertire la sua pena, già in esecuzione, in una delle nuove pene sostitutive introdotte dalla Riforma Cartabia. La Suprema Corte ha chiarito che la norma transitoria limita tale possibilità ai soli procedimenti pendenti in Cassazione al momento dell'entrata in vigore della legge, escludendo i casi già definiti con sentenza irrevocabile.
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Regime 41-bis: quando la proroga è legittima
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro la proroga del regime 41-bis. La Corte ha stabilito che la proroga è legittima quando persiste la capacità del soggetto di mantenere collegamenti con l'organizzazione criminale, anche in assenza di nuovi reati. Elementi decisivi sono il ruolo apicale ricoperto in passato, l'operatività del clan di appartenenza e la mancanza di dissociazione, fattori che indicano una pericolosità sociale ancora attuale e non mitigabile con il regime carcerario ordinario.
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Ricorso per cassazione: inammissibile se non firmato
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso per cassazione presentato personalmente da un condannato. La decisione si fonda sulla violazione delle norme procedurali che impongono, a pena di inammissibilità, la sottoscrizione dell'atto da parte di un avvocato iscritto all'albo speciale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Regime 41-bis: la proroga è legittima
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro la proroga del regime 41-bis. La Corte ha ribadito che, per giustificare l'estensione del 'carcere duro', è sufficiente accertare la capacità potenziale del soggetto di mantenere collegamenti con l'associazione criminale, senza che sia necessario dimostrare la sua attuale operatività o la mancanza di una dissociazione formale. Il lungo periodo di detenzione e l'assenza di recenti coinvolgimenti criminali non sono stati ritenuti elementi sufficienti a escludere la pericolosità sociale.
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Ricorso in Cassazione: inammissibile se non da avvocato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile un ricorso in cassazione presentato personalmente da un individuo contro un decreto del Tribunale. La Corte ha stabilito che l'atto è nullo perché la legge impone, a pena di inammissibilità, che tale ricorso sia sottoscritto da un difensore iscritto all'albo speciale, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Regime 41-bis: quando la proroga è legittima
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro la proroga del regime 41-bis. La Corte ha stabilito che la valutazione del Tribunale di Sorveglianza, basata sulla persistente operatività del clan, sul ruolo apicale del detenuto e su una recente condanna per fatti commessi in detenzione, non presentava vizi di violazione di legge, ma costituiva una corretta analisi della pericolosità sociale attuale e potenziale, giustificando così il mantenimento del regime carcerario speciale.
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Pene sostitutive: quando si chiede l’applicazione?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 117/2024, ha dichiarato inammissibile un ricorso riguardante la richiesta di pene sostitutive. La Corte ha chiarito che, per le sentenze d'appello il cui dispositivo sia stato pronunciato prima del 30 dicembre 2022 (data di entrata in vigore della Riforma Cartabia), l'istanza per le pene sostitutive non va presentata alla Corte d'Appello ma al giudice dell'esecuzione, solo dopo che la sentenza è diventata definitiva.
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Ricorso inammissibile per carenza d’interesse
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un detenuto che chiedeva l'ottemperanza di un'ordinanza per la consegna di un personal computer. Il ricorso è stato respinto per carenza di interesse, poiché il ricorrente aveva già ricevuto il computer a seguito di un altro provvedimento. La Corte ha quindi condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della cassa delle ammende, sottolineando come non si possa agire in giudizio per una questione già risolta.
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Pene sostitutive: la Cassazione chiarisce i termini
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile un ricorso riguardante l'applicazione delle pene sostitutive. L'imputato le aveva richieste in fase esecutiva, ma la Corte ha chiarito che, essendo il procedimento pendente in appello all'entrata in vigore della Riforma Cartabia, la richiesta doveva essere formulata dinanzi alla Corte d'Appello. La domanda è stata quindi ritenuta tardiva, stabilendo un importante principio sulla competenza e sulla tempistica per accedere a tali benefici.
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Preclusione continuazione: no a nuove istanze
Un condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione tra tre sentenze. La richiesta è stata dichiarata inammissibile dal Giudice dell'Esecuzione a causa di una precedente decisione sullo stesso punto. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, affermando che la preclusione continuazione, basata sul principio del 'ne bis in idem', impedisce di riproporre un'istanza già respinta, anche se in forma parziale.
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Vincolo della continuazione: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato che chiedeva il riconoscimento del vincolo della continuazione tra due sentenze. La Corte ha stabilito che la richiesta si basava su una rivalutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità, confermando la decisione del Tribunale che aveva negato il beneficio per insufficienza di prove su un unico disegno criminoso. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione.
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Revoca sospensione condizionale: decisione automatica
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un individuo contro la revoca della sospensione condizionale della pena. La decisione si basa sulla commissione di un nuovo reato durante il periodo di sospensione, che ha portato alla revoca sospensione condizionale in modo automatico, poiché la somma delle pene superava i limiti di legge. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Impugnazione sospensione: inammissibile se interlocutoria
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 13487/2025, ha dichiarato inammissibile il ricorso contro un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che negava la sospensione dell'esecuzione di una precedente decisione. La Corte ha ribadito che tale provvedimento, essendo di natura interlocutoria e non incidendo direttamente sulla libertà personale, non è soggetto a impugnazione. Questa decisione conferma il consolidato orientamento giurisprudenziale in materia di impugnazione sospensione esecuzione.
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Inammissibilità ricorso: quando l’appello è inutile
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso presentato da un condannato avverso un'ordinanza del Tribunale. Il ricorso è stato giudicato inammissibile perché reiterava argomenti già respinti, non contrastava efficacemente le plurime motivazioni (rationes decidendi) del giudice dell'esecuzione e perché l'atto impugnato era già stato superato da un provvedimento successivo. La decisione sottolinea l'importanza di formulare motivi di ricorso specifici e pertinenti per evitare una condanna alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Carenza di Interesse: reclamo inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che si lamentava per un lenzuolo strappato. La decisione si fonda sulla carenza di interesse, poiché il lenzuolo era già stato sostituito dall'amministrazione penitenziaria prima della decisione. L'assenza di un vantaggio concreto e attuale per il ricorrente ha reso il reclamo privo di scopo, portando alla sua inammissibilità e alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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