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Art. 666 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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453 provvedimenti

Altri anni per Art. 666 Codice di Procedura Penale

Nullità della notifica al difensore: annullato il diniego
Il Tribunale di Sorveglianza nega l'affidamento in prova a un condannato e concede soltanto la detenzione domiciliare. Il condannato propone ricorso in Cassazione denunciando la nullità della notifica al difensore di fiducia, poiché l'avviso dell'udienza era stato erroneamente inviato a un altro legale estraneo alla fase esecutiva. Per questo motivo, l'avvocato di fiducia non ha potuto presenziare all'udienza né presentare le prove sull'effettivo percorso di reinserimento lavorativo del proprio assistito. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e dichiara la nullità della notifica al difensore e dell'intero procedimento. I giudici annullano l'ordinanza e ordinano un nuovo giudizio davanti al Tribunale di Sorveglianza.
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Reato continuato in sede esecutiva: no a istanze ripetute
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato in sede esecutiva per ridurre la pena complessiva derivante da diverse condanne. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la richiesta poiché una precedente istanza analoga era già stata respinta. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la nuova richiesta riguardasse solo una parte dei reati precedentemente esaminati. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il rigetto originario preclude qualsiasi riproposizione, anche parziale, della domanda. Il vincolo del medesimo disegno criminoso, infatti, unisce simmetricamente tutti i reati e non può essere frazionato. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Dubbio sull’identità del detenuto: libero tra arresto e decesso
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un uomo estradato dall'Albania per scontare una condanna a venticinque anni di reclusione. La difesa ha sollevato un forte dubbio sull'identità del detenuto, sostenendo che il vero condannato fosse deceduto anni prima in Venezuela e che l'arrestato fosse un'altra persona. Il Giudice dell'esecuzione ha sospeso l'ordine di carcerazione per svolgere ulteriori accertamenti all'estero. Sia la Procura Generale sia il detenuto hanno fatto ricorso. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura e infondato quello del detenuto. Di conseguenza, la sospensione della pena rimane valida e l'uomo resta libero in attesa che le indagini chiariscano definitivamente la sua reale identità.
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Equa riparazione per irragionevole durata: no al risarcimento
Un detenuto ha richiesto l'indennizzo per equa riparazione per irragionevole durata in relazione a un procedimento davanti al magistrato di sorveglianza per la tutela della salute. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che tale procedimento sia di primo grado e che la sua durata (due anni e dieci mesi) non abbia superato il limite di tre anni previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. I giudici hanno chiarito che il procedimento davanti al magistrato di sorveglianza costituisce un primo grado di giudizio, poiché la sua decisione è impugnabile davanti al Tribunale di sorveglianza (giudice di secondo grado). Di conseguenza, si applica il termine di ragionevole durata di tre anni e non quello di due anni previsto per gli appelli. Il ricorso del detenuto è stato quindi rigettato.
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Sequestro preventivo e confisca: l’acquisto all’asta è salvo
Un uomo acquista all'asta due immobili precedentemente pignorati al padre. Successivamente, i beni subiscono un sequestro preventivo e confisca a causa di una condanna penale del padre. L'acquirente chiede la revoca della misura, dichiarandosi terzo in buona fede estraneo ai fatti, avendo pagato con fondi propri e vivendo lontano dal genitore. Il Tribunale respinge la richiesta. L'acquirente propone ricorso in Cassazione. La Suprema Corte non decide sul merito, ma qualifica il ricorso come opposizione, disponendo la trasmissione degli atti al Tribunale di Brescia affinché decida nuovamente nel merito. Vince l'acquirente sotto il profilo procedurale, ottenendo un nuovo esame del caso.
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Reato continuato: niente sconti di pena senza sentenze definitive
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale contro il provvedimento che aveva unificato diverse condanne a carico del Condannato sotto il vincolo del reato continuato. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice dell'esecuzione non può applicare la continuazione se una delle sentenze non è ancora irrevocabile (definitiva). Inoltre, ha escluso qualsiasi automatismo tra la partecipazione a un'associazione mafiosa e i singoli reati commessi durante quel periodo. Per unificare le pene, è necessaria la prova rigorosa che il Condannato avesse programmato fin dall'inizio i singoli reati nei loro tratti essenziali. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento favorevole al Condannato, ordinando un nuovo giudizio.
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Sospensione condizionale della pena: stop alla revoca automatica
Il Condannato ha impugnato la revoca della sospensione condizionale della pena disposta dal Giudice dell'esecuzione a causa di precedenti condanne. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il Giudice dell'esecuzione non può revocare il beneficio se i precedenti penali erano già documentati e conoscibili nel fascicolo del processo originario. In questo caso, la concessione del beneficio è protetta dal giudicato. La Cassazione ha quindi annullato il provvedimento di revoca, ordinando un nuovo esame dei documenti d'ufficio.
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Sospensione condizionale della pena: no alla revoca senza udienza
Il Tribunale di Catania, come giudice dell'esecuzione, aveva revocato la sospensione condizionale della pena precedentemente concessa a un cittadino per una condanna di ricettazione. La revoca era stata disposta perché l'uomo aveva una precedente condanna, non risultante al momento del processo. Tuttavia, il giudice ha deciso senza fissare l'udienza in camera di consiglio e senza convocare la difesa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che la revoca della sospensione condizionale della pena in fase esecutiva richiede obbligatoriamente il rispetto del contraddittorio. La decisione senza udienza comporta una nullità assoluta e insanabile. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di revoca, ordinando un nuovo giudizio.
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Diritto all’informazione del detenuto: stop alla radio FM
Un detenuto sottoposto al regime speciale del 41-bis ha impugnato il diniego della direzione carceraria di ascoltare canali radio nazionali su frequenze FM. Il Magistrato di Sorveglianza ha dichiarato il reclamo inammissibile senza udienza. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che il Diritto all'informazione del detenuto è garantito attraverso l'accesso ai canali nazionali principali, ma le modalità concrete di esercizio rientrano nella discrezionalità organizzativa dell'amministrazione penitenziaria. Di conseguenza, non esiste un diritto soggettivo a ricevere specifiche frequenze o canali tematici. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rimedi risarcitori per detenzione inumana: no a ricorsi generici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che chiedeva i rimedi risarcitori per detenzione inumana a causa delle pessime condizioni igieniche e del malfunzionamento dei servizi idrici del carcere. Il Tribunale di sorveglianza aveva già respinto la domanda poiché tali specifiche lamentele erano state sollevate solo in sede di appello, mentre l'istanza iniziale era del tutto generica. I giudici di legittimità hanno confermato che la presunzione di veridicità delle dichiarazioni del detenuto non può colmare la totale mancanza di dettagli nell'atto introduttivo. Di conseguenza, il detenuto perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Risarcimento per disumana carcerazione: no ai termini scaduti
Il Detenuto ha richiesto il risarcimento per disumana carcerazione per un periodo di detenzione già interamente scontato tra il 2012 e il 2017. Il Magistrato di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la domanda per tardività. Il Detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la successiva emissione di un provvedimento di cumulo delle pene avesse riaperto i termini per presentare la richiesta. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'unificazione delle pene non riapre i termini per chiedere l'indennizzo per periodi di detenzione già conclusi sotto un diverso titolo esecutivo. Inoltre, per chi ha già finito di espiare la pena, la competenza spetta al Tribunale civile e non al Magistrato di Sorveglianza.
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Revoca dell’affidamento in prova: inutile contestare la notifica
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova nei confronti del Condannato, resosi irreperibile e incapace di gestire la propria libertà. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata notifica dell'udienza al proprio difensore di fiducia, nominato nella fase di concessione della misura. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la nomina del difensore per la concessione della misura non si estende automaticamente alla fase di revoca. In mancanza di una nuova nomina, è corretta la notifica al difensore d'ufficio. Inoltre, i motivi relativi al merito della revoca dell'affidamento in prova sono stati ritenuti generici, confermando la legittimità del provvedimento impugnato e condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Permesso di costruire in sanatoria: no alle case mobili abusive
I Proprietari di un villaggio turistico hanno impugnato l'ordine di demolizione di ventisette case mobili stabilmente ancorate al suolo. Essi sostenevano che la presentazione di una domanda per il permesso di costruire in sanatoria e una favorevole sentenza del TAR dovessero sospendere la demolizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il permesso di costruire in sanatoria richiede la doppia conformità urbanistica e l'autorizzazione paesaggistica se l'area è vincolata. La decisione del giudice amministrativo non supera il giudicato penale se non considera la stabilità delle opere e la violazione dei vincoli paesaggistici. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti e i ricorrenti condannati alle spese.
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Reclamo del detenuto: no al ricorso per una pentola in più
Un detenuto ha proposto ricorso contro il diniego dell'amministrazione carceraria di acquistare un tegame aggiuntivo di 22 centimetri. Il Magistrato di sorveglianza ha ritenuto inammissibile il reclamo, decidendo senza udienza (de plano). La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la richiesta non riguarda un diritto soggettivo, come la sana alimentazione, ma costituisce un semplice reclamo del detenuto di natura generica. Di conseguenza, il provvedimento non è impugnabile. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reclamo giurisdizionale del detenuto: regole interne o diritti?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro la decisione del Magistrato di Sorveglianza. Il detenuto contestava la regolamentazione oraria dello scambio di cibo e piccoli oggetti all'interno del carcere, ritenendola lesiva dei propri diritti. La Suprema Corte ha chiarito che le regole organizzative interne dell'amministrazione penitenziaria non violano un diritto soggettivo. Di conseguenza, la contestazione non rientra nel Reclamo giurisdizionale del detenuto (art. 35-bis Ord. pen.), che richiede un'udienza formale, ma costituisce un reclamo generico (art. 35 Ord. pen.). Il provvedimento che decide su un reclamo generico non è impugnabile. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Condotte riparatorie: no alla reiterazione in fase esecutiva
Il Condannato, condannato in via definitiva per furto aggravato, ha richiesto l'applicazione dell'estinzione del reato per condotte riparatorie durante la fase esecutiva. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la richiesta poiché identica a una precedente istanza già respinta dallo stesso ufficio. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione dei principi di uguaglianza e del giusto processo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il principio del "ne bis in idem" opera anche nella fase esecutiva. Di conseguenza, il giudice dell'esecuzione deve respingere le domande che costituiscono una mera riproposizione di istanze già rigettate in assenza di elementi di novità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Rinuncia al ricorso: quando fare un passo indietro costa caro
Il Tribunale di Sorveglianza di Firenze ha respinto la richiesta di misure alternative alla detenzione avanzata da un condannato, ritenendo la pena complessiva superiore ai limiti di legge. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'erroneo calcolo della pena residua. Successivamente, prima dell'udienza, il difensore e l'interessato hanno presentato formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione proprio a causa della sopravvenuta rinuncia al ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Reato continuato: la Cassazione sblocca il cumulo delle pene
Il Tribunale di Trento dichiarava inammissibile la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato presentata da un condannato, ritenendo che una precedente decisione avesse gia precluso la valutazione di una condanna per bancarotta. Il condannato proponeva ricorso per cassazione, sostenendo che tale reato non fosse stato oggetto della precedente istanza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il perimetro dell'incidente di esecuzione e delimitato esclusivamente dalla richiesta della parte (petitum) e non dall'intero cumulo delle pene. Di conseguenza, non opera alcuna preclusione processuale per i reati mai sottoposti a precedente esame. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione sul merito della continuazione.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato se recidivo
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendolo socialmente pericoloso a causa dei suoi numerosi precedenti penali e della dichiarazione di delinquenza abituale. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata acquisizione della relazione socio-familiare dell'UEPE e l'omessa valutazione della detenzione domiciliare. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'acquisizione della relazione UEPE non è obbligatoria se gli atti dimostrano già una chiara pericolosità sociale. Inoltre, la richiesta di detenzione domiciliare era inammissibile per superamento dei limiti di pena, e la memoria difensiva è stata depositata oltre i termini di legge. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Reiterazione dell’istanza di continuazione: stop ai ricorsi
Il Condannato ha proposto ricorso per cassazione contro il rigetto della sua richiesta di applicazione della continuazione dei reati tra il favoreggiamento di un latitante e la successiva affiliazione a un'associazione criminale. Il Giudice dell'esecuzione aveva respinto la domanda nel merito, nonostante si trattasse di una mera reiterazione dell'istanza di continuazione già respinta in precedenza e priva di reali elementi di novità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, rilevando d'ufficio la preclusione processuale. Il Condannato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende, confermando che non è possibile riproporre continuamente le stesse richieste senza fatti nuovi.
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