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Art. 666 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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453 provvedimenti

Altri anni per Art. 666 Codice di Procedura Penale

Sospensione dell’esecuzione della pena: no al ricorso
Il Tribunale di Avellino, come giudice dell'esecuzione, ha disposto la sospensione immediata dell'efficacia di un provvedimento che riconosceva il vincolo della continuazione tra i reati per un soggetto condannato. Tale decisione è stata presa senza convocare la difesa. Il difensore del condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata instaurazione del contraddittorio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il provvedimento di sospensione dell'esecuzione della pena, adottato ai sensi dell'articolo 666 del codice di procedura penale, viene emesso senza formalità e non può essere impugnato. Il principio di tassatività impedisce di estendere i mezzi di ricorso a casi non previsti dalla legge, soprattutto quando la libertà personale è già limitata da una condanna definitiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rideterminazione della pena: no allo sconto se c’è già il giudicato
Il Condannato, condannato all'ergastolo con isolamento diurno, ha richiesto la rideterminazione della pena e la sua sostituzione con trenta anni di reclusione, invocando l'applicazione retroattiva del rito abbreviato. La Corte d'Assise d'Appello ha dichiarato inammissibile la richiesta poiché identica a precedenti istanze già rigettate con decisioni definitive. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, indicando come elementi di novità il riconoscimento del vincolo della continuazione tra reati e decisioni difformi di altri giudici. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il giudicato esecutivo preclude la riproposizione di questioni già decise e che la continuazione non costituisce un elemento di novità idoneo a superare tale sbarramento. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese.
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Opposizione alla confisca: il terzo senza trascrizione si salva
Un'azienda terza ha richiesto la revoca della confisca per equivalente di un immobile, rivendicando la proprietà superficiaria dello stesso. Il Tribunale di Salerno ha rigettato la richiesta con un provvedimento emesso senza formalità (de plano), ritenendo il titolo d'acquisto non opponibile perché non trascritto. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che il ricorso diretto contro un provvedimento de plano non è inammissibile, ma deve essere riqualificato come opposizione alla confisca. Di conseguenza, la Cassazione ha disposto la trasmissione degli atti al Tribunale di Salerno affinché decida sul caso nel pieno rispetto del contraddittorio in un'udienza formale.
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Notifica al difensore di fiducia: nullo il diniego se omessa
Il Tribunale di sorveglianza aveva respinto le richieste di misure alternative alla detenzione avanzate da un condannato per truffa aggravata. La decisione si basava sulla sua irreperibilità e sul mancato svolgimento dell'attività lavorativa. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando che l'avviso dell'udienza non era stato inviato al suo avvocato scelto, ma a un difensore d'ufficio. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la mancata notifica al difensore di fiducia tempestivamente nominato determina una nullità assoluta del procedimento. Di conseguenza, i giudici hanno annullato il provvedimento di diniego e hanno disposto il rinvio al Tribunale di sorveglianza per un nuovo esame, imponendo la corretta esecuzione delle notifiche.
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Istanza di riabilitazione: la Cassazione salva il ricorso errato
Il Tribunale di sorveglianza dichiarava inammissibile l'istanza di riabilitazione presentata da un cittadino, a causa di altre sei condanne a suo carico e del mancato pagamento delle spese processuali. Il cittadino proponeva ricorso per cassazione contro tale decisione. La Suprema Corte ha stabilito che, contro i provvedimenti emessi senza udienza in materia di riabilitazione, il mezzo di impugnazione corretto non è il ricorso in Cassazione, bensì l'opposizione davanti allo stesso Tribunale di sorveglianza. Tuttavia, applicando il principio di conservazione degli atti, la Cassazione ha riqualificato il ricorso errato come opposizione e ha trasmesso gli atti al giudice competente per l'esame del merito.
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Sospensione condizionale della pena: ricorso contro un favore
Il Tribunale di Civitavecchia, come giudice dell'esecuzione, ha revocato un precedente provvedimento ripristinando la sospensione condizionale della pena a favore del Condannato. Questo perché una precedente condanna non era più definitiva a seguito di una rimessione in termini. Nonostante la decisione favorevole, il difensore del Condannato ha presentato ricorso in Cassazione contestando la revoca del beneficio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per mancanza di interesse, poiché il provvedimento impugnato era in realtà favorevole al ricorrente, avendo ripristinato la sospensione condizionale della pena. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Incidente di esecuzione: ricorso perso ma resta una speranza
Il Tribunale di Roma, operando come giudice dell'esecuzione, ha revocato a un cittadino i benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione della condanna. Il Condannato ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo per la prima volta che una delle pene si era estinta per prescrizione e che, di conseguenza, la seconda sospensione fosse legittima. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Corte ha stabilito che, anche in tema di incidente di esecuzione, non si possono proporre in sede di legittimità questioni nuove, mai sottoposte prima al giudice di merito. Tuttavia, il ricorrente non subisce un danno irreparabile, poiché potrà presentare una nuova istanza davanti al giudice dell'esecuzione, non applicandosi il divieto di un secondo giudizio per motivi diversi.
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Sospensione condizionale della pena: il ricorso tardivo fallisce
Il Giudice dell'esecuzione revocava al condannato il beneficio della sospensione condizionale della pena, poiché una precedente condanna superava i limiti di legge. Il condannato non impugnava nei termini tale decisione, ma successivamente proponeva un incidente di esecuzione per far dichiarare inefficace il titolo esecutivo. Il tribunale dichiarava inammissibile la richiesta senza udienza. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso. I giudici hanno chiarito che l'ordinanza non impugnata diventa irrevocabile e non può essere ridiscussa senza elementi nuovi. Inoltre, l'eventuale mancanza del parere del pubblico ministero costituisce un vizio che solo l'accusa può contestare, non la difesa. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Procedura de plano: no alle decisioni senza udienza sul condono
Il caso nasce dall'istanza di un privato e di un terzo interessato per revocare un ordine di demolizione di opere abusive. Il Giudice dell'esecuzione dichiara l'istanza inammissibile applicando la procedura de plano, ossia decidendo senza fissare l'udienza in camera di consiglio. I ricorrenti impugnano la decisione lamentando la violazione del diritto al contraddittorio. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, stabilendo che la procedura de plano è legittima solo se l'infondatezza dell'istanza è evidente a prima vista e non richiede valutazioni discrezionali. Poiché il caso richiedeva di valutare la legittimità di un condono edilizio, era obbligatorio convocare le parti in udienza. La Corte annulla l'ordinanza e rinvia alla Corte di appello.
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Reato continuato: sei anni di distanza negano lo sconto
Il Condannato ha chiesto al giudice dell'esecuzione la riduzione della pena e il riconoscimento del vincolo del reato continuato tra una truffa del 2012 e otto truffe del 2018. La Corte di appello ha rigettato l'istanza, evidenziando che il passaggio in giudicato della sentenza impediva la rideterminazione della pena e che il divario temporale di sei anni escludeva un disegno criminoso unitario. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che l'intangibilità del giudicato cede solo di fronte a una pena illegale. Inoltre, per applicare il reato continuato, non bastano l'omogeneità dei reati o le stesse modalità esecutive, ma serve la prova di un programma iniziale unitario, escluso in questo caso dal lungo tempo trascorso tra i fatti.
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Produzione documentale in udienza: documenti ammessi senza limiti
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto le richieste di misure alternative alla detenzione avanzate da un condannato, rifiutando di acquisire la documentazione medica presentata dalla difesa durante l'udienza perché non depositata nei cinque giorni precedenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che la produzione documentale in udienza è sempre consentita. Il termine di cinque giorni previsto dalla legge si applica infatti solo alle memorie scritte e non ai documenti. Di conseguenza, il rifiuto dei giudici ha violato il diritto di difesa. La Suprema Corte ha quindi annullato il provvedimento, ordinando un nuovo giudizio che tenga conto delle condizioni di salute del condannato.
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Prescrizione nel giudicato: la Cassazione nega l’annullamento
Il Condannato, dopo aver patteggiato una pena per spaccio di stupefacenti, ha chiesto al giudice dell'esecuzione di annullare la condanna. La difesa sosteneva che il reato fosse già estinto per prescrizione prima della sentenza definitiva, rendendo la pena illegale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la prescrizione nel giudicato non può essere rilevata dal giudice dell'esecuzione se è maturata prima che la sentenza diventasse definitiva. In questi casi, l'errore del giudice del processo doveva essere impugnato subito con i canali ordinari. Una volta che la sentenza passa in giudicato, non è più possibile rimediare in fase esecutiva.
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Demolizione casa: la mancanza di procura speciale del difensore
La proprietaria di un immobile abusivo ha impugnato l'ingiunzione di demolizione emessa a seguito della condanna dei genitori. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la richiesta. La donna ha proposto ricorso in Cassazione tramite il proprio avvocato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il motivo principale risiede nel fatto che il difensore del terzo interessato, portatore di interessi solo civili, non era munito di procura speciale del difensore ai sensi dell'articolo 100 del codice di procedura penale. Senza questo specifico mandato scritto, l'avvocato non ha il potere di rappresentare il proprietario nel procedimento di esecuzione penale. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Revoca della detenzione domiciliare: nullo il rientro in carcere
Il Magistrato di sorveglianza revocava la misura della detenzione domiciliare sostitutiva applicata a un condannato, a causa di alcune violazioni delle prescrizioni. Il condannato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando, tra i vari motivi, la mancata notifica dell'avviso di udienza a uno dei suoi due difensori di fiducia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'omesso avviso a uno dei difensori di fiducia nel procedimento camerale determina una nullità a regime intermedio. Poiché tale vizio era stato tempestivamente eccepito in udienza dall'altro difensore presente, l'ordinanza di revoca è stata annullata. La Suprema Corte ha quindi disposto il rinvio al Tribunale di sorveglianza per un nuovo esame, ordinando la corretta instaurazione del contraddittorio. Di conseguenza, la revoca della detenzione domiciliare è stata annullata in attesa di un nuovo giudizio.
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Incidente di esecuzione: no al ricalcolo dei reati definitivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per trasferimento fraudolento di valori e autoriciclaggio. Il ricorrente chiedeva, tramite incidente di esecuzione, che il primo reato venisse assorbito nel secondo. I giudici hanno chiarito che la questione del concorso di norme doveva essere sollevata durante il giudizio di cognizione e non può essere recuperata nella fase esecutiva. Di conseguenza, l'istanza è stata respinta con condanna alle spese.
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Ordine di demolizione: l’erede paga per l’abuso della madre
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro l'ordine di demolizione di un immobile abusivo ereditato dalla madre defunta. Il ricorrente sosteneva che la procedura fosse viziata perché il giudice aveva deciso in udienza camerale anziché senza formalità, e lamentava la mancata notifica personale del provvedimento. I giudici hanno chiarito che l'ordine di demolizione è un provvedimento reale che colpisce l'immobile e mantiene la sua efficacia anche nei confronti degli eredi, senza necessità di una nuova notifica. Inoltre, la procedura con udienza camerale è corretta per garantire il diritto di difesa. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ordine di demolizione: il lido abusivo non si salva col condono
Il Gestore di uno stabilimento balneare ha chiesto la revoca dell'ordine di demolizione di alcune opere abusive, sostenendo che l'abbattimento dell'ultimo manufatto rimasto fosse tecnicamente impossibile senza danneggiare la parte regolare dell'immobile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando l'ordine di demolizione. I giudici hanno rilevato che il ricorrente non ha allegato i documenti necessari a dimostrare l'impossibilità tecnica, violando il principio di autosufficienza del ricorso. Inoltre, la Corte ha ribadito che l'impossibilità di demolire non rileva se deriva da una condotta imputabile al condannato stesso. Il Gestore è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali.
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Remissione del debito negata: quando il tempo non cancella le spese
Il Detenuto, condannato all'ergastolo, ha richiesto la remissione del debito per le spese di giustizia a suo carico. Il Magistrato di sorveglianza ha dichiarato inammissibile la domanda poiché identica a una precedente già respinta. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la presenza di elementi nuovi, tra cui il decorso del tempo in carcere senza sanzioni e la notifica di una nuova cartella di pagamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, sebbene non si formi un giudicato formale, opera una preclusione processuale basata sul principio del "ne bis in idem". Una nuova richiesta è possibile solo se fondata su fatti realmente nuovi e decisivi, mentre la semplice notifica di una cartella per lo stesso debito o il solo scorrere del tempo non costituiscono elementi di novità idonei.
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Reclamo giurisdizionale del detenuto: nullo il no senza udienza
Il Presidente del Tribunale di sorveglianza ha dichiarato inammissibile, con decreto emesso senza udienza ("de plano"), il reclamo giurisdizionale del detenuto contro alcune sanzioni disciplinari. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione del contraddittorio e l'incompetenza del singolo giudice. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la decisione sul reclamo giurisdizionale del detenuto spetta esclusivamente al Tribunale in composizione collegiale (più giudici) e non al singolo Presidente. Di conseguenza, il decreto emesso dal solo Presidente è affetto da nullità assoluta e insanabile. La Cassazione ha quindi annullato il provvedimento, ordinando un nuovo giudizio davanti al Tribunale di sorveglianza in composizione corretta.
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Competenza del giudice dell’esecuzione: Siracusa contro Napoli
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della continuazione per otto sentenze di condanna. È sorto un conflitto negativo tra il Tribunale di Siracusa e il Giudice per le indagini preliminari di Napoli su chi dovesse decidere. Il Tribunale di Siracusa riteneva di non essere competente perché l'ultima condanna irrevocabile da lui emessa non rientrava tra quelle oggetto della richiesta. La Corte di Cassazione ha risolto il conflitto stabilendo la competenza del giudice dell'esecuzione del Tribunale di Siracusa. La Corte ha riaffermato che, in presenza di più condanne, la competenza spetta oggettivamente al giudice che ha emesso la sentenza diventata irrevocabile per ultima, anche se tale provvedimento non è direttamente coinvolto nella specifica richiesta del condannato.
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