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Art. 666 Codice di Procedura Penale — Anno 2022

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503 provvedimenti

Altri anni per Art. 666 Codice di Procedura Penale

Reato prescritto e revoca della confisca: limiti del giudicato
Una persona imputata per truffa e falso subisce il sequestro di somme di denaro. I giudici di appello dichiarano i reati estinti per prescrizione ma confermano la confisca del denaro. La sentenza diventa definitiva. L'imputata chiede al giudice dell'esecuzione la revoca della confisca e la restituzione delle somme, documentando il rimborso integrale del danno all'ente pubblico. Il giudice rigetta l'istanza. La Corte di Cassazione conferma la decisione: l'imputato che ha partecipato al processo non può chiedere al giudice dell'esecuzione la revoca della confisca disposta con sentenza irrevocabile. La parte doveva proporre ricorso contro la sentenza di appello nei termini ordinari, poiché il giudicato copre la statuizione patrimoniale e impedisce qualsiasi riesame successivo.
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Abuso edilizio: l’ordine di demolizione abbatte anche l’opera prescritta
Un proprietario ha realizzato un manufatto abusivo nel 1991, proseguendo e ampliando i lavori nel 1996 e nel 1997. La Corte di Appello ha dichiarato la prescrizione per i primi reati del 1991, ma ha confermato la condanna per le opere successive e ha ordinato l'abbattimento dell'opera. In sede esecutiva, l'interessato ha chiesto la revoca dell'ordine sostenendo l'impossibilità di abbattere la parte prescritta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'ordine di demolizione colpisce l'immobile nella sua totalità. La presenza di interventi successivi estende l'abusività all'intero fabbricato, imponendo il ripristino integrale dello stato dei luoghi.
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Revoca dell’ordine di demolizione: vince il condono
Un acquirente acquista una mansarda colpita da ordine di demolizione penale e presenta istanza di condono edilizio. Il Comune concede il permesso di costruire in sanatoria nel 2008, tenta di revocarlo dieci anni dopo in autotutela, ma il Tribunale Amministrativo Regionale annulla il ritiro comunale. Il giudice dell'esecuzione dispone quindi la revoca dell'ordine di demolizione. La Procura impugna il provvedimento sostenendo che l'immobile fosse già passato automaticamente al patrimonio comunale dopo novanta giorni dalla prima ingiunzione. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della pubblica accusa. Le leggi sul condono consentono espressamente l'annullamento dell'acquisizione comunale a fronte del rilascio di un titolo sanante valido, salvaguardando il diritto del proprietario.
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Divieto di bis in idem: stop a doppie condanne penali sovrapposte
Un uomo condannato con diverse decisioni irrevocabili per la violazione di misure di prevenzione ha presentato un'istanza al magistrato per far cancellare le pene duplicate, invocando il divieto di bis in idem. Il giudice territoriale ha respinto la richiesta sostenendo l'impossibilità di interpretare i fatti oltre la data indicata nel capo di accusa. La Corte di Cassazione ha cancellato il provvedimento impugnato. I giudici supremi hanno chiarito che il magistrato della fase esecutiva deve esaminare tutti i titoli penali per verificare se i fatti siano identici. Quando le violazioni hanno carattere permanente e coprono periodi sovrapposti, lo Stato non può punire lo stesso comportamento molteplici volte.
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Revoca dell’indulto illegittima se la causa era nota
La Corte d'appello ha disposto la revoca dell'indulto precedentemente concesso a Il Condannato per via di un reato commesso in data incompatibile con il beneficio. La difesa ha contestato la decisione perché il giudice che aveva originariamente accordato lo sconto di pena era già a conoscenza dell'impedimento o avrebbe dovuto valutarlo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso difensivo, chiarendo che la revoca dell'indulto non può scattare automaticamente se la circostanza ostativa era già nota o valutabile all'atto della concessione. Di conseguenza, i giudici supremi hanno annullato l'ordinanza e rinviato gli atti per un nuovo esame del fascicolo.
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Notifica viziata e pena scontata: carenza di interesse
Il Condannato ha impugnato l'ordine di esecuzione per cumulo di pene contestando la validità della notifica avvenuta all'estero. Il Tribunale ha respinto l'istanza e la difesa ha promosso ricorso per Cassazione deducendo la falsità della firma sulla ricevuta postale. Nelle more del procedimento di legittimità, il soggetto ha interamente scontato la pena inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, poiché l'avvenuta espiazione della sanzione ha eliminato qualsiasi utilità pratica ottenibile dalla decisione. I giudici hanno escluso la condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende per assenza di soccombenza.
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Confisca allargata dei beni: soldi della madre ma del figlio
La madre di un uomo condannato per narcotraffico ha chiesto la revoca del sequestro di risparmi, investimenti e di un'autovettura a lei formalmente intestati. I magistrati hanno respinto la richiesta a causa della palese sproporzione economica tra il reddito mensile della donna, pari a circa millecinquecento euro, e l'ingente patrimonio accumulato. Le conversazioni telefoniche intercettate hanno provato che il figlio gestiva direttamente il denaro e impiegava il veicolo per le attività dell'organizzazione criminosa. La Corte di Cassazione ha confermato la confisca allargata dei beni e ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché l'ordinamento non richiede la prova del legame causale diretto con i singoli reati quando emerge la disponibilità effettiva del patrimonio in capo al condannato.
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Opposizione al giudice dell’esecuzione: ricorso convertito
Il Giudice dell'Esecuzione ha dichiarato, senza fissare alcuna udienza preventiva, l'estinzione dei reati per i quali una condannata aveva in passato concordato la pena tramite patteggiamento. Il Pubblico Ministero ha contestato la decisione proponendo direttamente ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che la scelta di rivolgersi subito ai giudici di legittimità è errata, poiché la legge impone di attivare prima il riesame nel merito. Tuttavia, in forza del principio generale di conservazione degli atti processuali, la Corte non ha dichiarato inammissibile il ricorso ma lo ha convertito d'ufficio in opposizione al giudice dell'esecuzione. Gli atti sono stati pertanto rimessi al Tribunale di merito affinché proceda a instaurare un regolare contraddittorio tra le parti.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no al rigetto de plano
Il Tribunale di sorveglianza dichiarava inammissibile una richiesta di affidamento in prova al servizio sociale presentata da un condannato. I giudici ritenevano l'istanza una semplice riproposizione di una domanda già rigettata in precedenza. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione. Il difensore ha evidenziato un fatto nuovo e determinante: dopo il primo rifiuto, il magistrato aveva concesso un permesso premio durante il quale il soggetto aveva mantenuto una condotta irreprensibile. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato. Gli Ermellini hanno stabilito che l'esito positivo del permesso premio rappresenta un tangibile progresso trattamentale. Di conseguenza, il tribunale non poteva liquidare la richiesta senza fissare un'udienza partecipata in contraddittorio.
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Prescrizione della pena: errore di rito e nuovo giudizio
Un uomo condannato ha richiesto la declaratoria di prescrizione della pena per una sanzione divenuta irrevocabile nel 2007. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta senza udienza preliminare, individuando un ostacolo in una seconda condanna definitiva intervenuta nel 2011 per reati affini. Il difensore ha presentato ricorso per Cassazione, evidenziando che i reati della seconda condanna risalivano a un periodo precedente e non potevano bloccare il termine temporale. La Corte di Cassazione non ha respinto l'atto, ma ha riqualificato il ricorso in opposizione. Di conseguenza, i giudici supremi hanno trasmesso gli atti alla Corte d'Appello competente. L'autorità territoriale dovrà ora instaurare un pieno contraddittorio tra accusa e difesa prima di decidere sul merito dell'istanza.
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Rideterminazione della pena: nuovo calcolo oltre il giudicato
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un condannato che ha ottenuto la rideterminazione della pena per reati di spaccio di sostanze stupefacenti pesanti. La difesa ha chiesto il ricalcolo della sanzione dopo la sentenza della Corte Costituzionale numero 40 del 2019. Il Procuratore Generale ha impugnato l'ordinanza favorevole, sostenendo la violazione del giudicato esecutivo a causa di un precedente rigetto. I Giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso della pubblica accusa. La Corte ha stabilito che la preclusione opera solo sulle questioni effettivamente decise. L'errore sulla qualificazione dei reati, mai esaminato prima, consente legittimamente una nuova istanza per ridurre la pena complessiva.
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Revoca della detenzione domiciliare: nulla se decisa dopo rinvio
Un condannato beneficiava della misura alternativa della detenzione domiciliare. Il Tribunale di Sorveglianza ha avviato il procedimento per la revoca del beneficio. Durante l'udienza, i giudici hanno disposto il rinvio della trattazione a una data successiva per acquisire ulteriori accertamenti di polizia. Nonostante il rinvio ufficiale, il collegio ha emesso immediatamente l'ordinanza di revoca della detenzione domiciliare. La difesa ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione denunciando la lesione del diritto di difesa e la violazione del rito camerale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato il provvedimento viziato con rinvio per un nuovo esame.
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Computo della pena: decide il giudice e non il PM
Un condannato ha presentato istanza per ottenere la rideterminazione della sanzione e il computo della pena già sofferta per oltre due anni di reclusione senza titolo valido. La Corte di appello ha rigettato la domanda sostenendo che tale calcolo spettasse unicamente al Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione impugnata. I giudici di legittimità hanno chiarito che il giudice dell'esecuzione ha il dovere di intervenire quando occorre valutare la fungibilità del carcere preventivo e suddividere le singole frazioni di pena per i reati commessi.
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Riconoscimento della continuazione: valido dopo nuovo cumulo
Un condannato ha presentato istanza per il riconoscimento della continuazione tra reati già giudicati. Il giudice dell'esecuzione aveva rigettato una prima richiesta per mancanza di interesse pratico, dato che la pena risultava già interamente scontata. Successivamente, la sopravvenienza di una nuova condanna e l'emissione di un provvedimento di cumulo hanno unificato le sanzioni, riaccendendo l'interesse del reo al ricalcolo della pena. Nonostante questo nuovo elemento, il tribunale ha dichiarato inammissibile la richiesta bollandola come mera riproposizione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, chiarendo che il nuovo provvedimento di esecuzione costituisce una novità sostanziale. Il giudice non può rigettare la domanda senza udienza quando sopraggiungono nuovi elementi a supporto.
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Rideterminazione della pena tra novità e decisioni già emesse
Un condannato per reati sugli stupefacenti ha ottenuto dalla Corte di Appello la rideterminazione della pena a seguito dell'intervento della Corte Costituzionale. Il Procuratore Generale ha impugnato tale provvedimento davanti alla Corte di Cassazione. L'accusa ha evidenziato che un altro tribunale aveva già deciso sulla medesima istanza anni prima. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato l'ordinanza con rinvio. I giudici hanno chiarito che il magistrato non può ricalcolare una sanzione ignorando le decisioni esecutive già emesse sullo stesso titolo. La Corte di Appello dovrà ora verificare se la richiesta costituisca una mera ripetizione inammissibile di quanto già giudicato in precedenza.
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Rideterminazione della pena da scontare e calcolo del presofferto
Un condannato chiedeva al Tribunale la rideterminazione della pena da scontare, sostenendo l'omesso calcolo di sette mesi di custodia cautelare e di ventisei giorni di liberazione anticipata. Il Giudice dell'esecuzione accoglieva la domanda e riduceva la reclusione residua. La Procura ha proposto ricorso per cassazione, evidenziando che quel periodo di presofferto risultava già detratto in un precedente provvedimento di cumulo emesso da un'altra autorità giudiziaria. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato l'ordinanza con rinvio. I giudici hanno chiarito che il magistrato dell'esecuzione deve esaminare l'intero fascicolo esecutivo per evitare doppi sconti non dovuti sulla pena residua.
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Legittimo impedimento del difensore: rigetto e sanzione
Un detenuto presenta reclamo per ottenere il risarcimento per condizioni carcerarie inumane. Il Tribunale di sorveglianza dichiara inammissibile l'atto. L'interessato ricorre quindi in Cassazione lamentando la mancata concessione di un rinvio d'udienza per legittimo impedimento del difensore dovuto a un impegno professionale contemporaneo. I giudici di legittimità respingono l'istanza. La Corte stabilisce che la concomitanza di impegni non basta da sola a giustificare l'assenza. L'avvocato deve dimostrare l'impossibilità assoluta di nominare un sostituto e la tempestività della comunicazione. Inoltre, la difesa ha confuso atti e procedimenti diversi senza allegare le prove necessarie. La Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e condanna il detenuto al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione del contraddittorio e ricorso: la Cassazione decide
Un condannato richiede l'ammissione a misure alternative alla detenzione. All'udienza virtuale, il difensore di fiducia non riesce ad accedere alla stanza remota a causa di un guasto alle linee telefoniche del tribunale. Il collegio nomina un difensore d'ufficio e rigetta la richiesta. Invece di impugnare subito l'ordinanza esecutiva davanti ai giudici di legittimità, il legale deposita una richiesta di rimessione sul ruolo chiedendo la revoca per difetto di difesa. Il tribunale conferma il rigetto e la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il successivo ricorso. La Suprema Corte stabilisce che una violazione del contraddittorio derivante dall'esclusione tecnica dell'avvocato deve essere fatta valere unicamente con ricorso per cassazione contro l'ordinanza originaria, non con istanze di revoca. Il ricorrente viene condannato alle spese e al pagamento di tremila euro.
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Rinvio dell’esecuzione per grave infermità: carcere confermato
Il Detenuto ha richiesto il rinvio dell'esecuzione per grave infermità e la detenzione domiciliare surrogatoria per motivi di salute. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza ritenendo le condizioni cliniche compatibili con il regime carcerario e adeguatamente trattabili all'interno della struttura penitenziaria. Il condannato ha presentato ricorso per Cassazione contestando la valutazione dei giudici e lamentando violazioni di legge e vizi logici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché le censure sollevate miravano a una rivalutazione nel merito delle evidenze probatorie, attività preclusa in sede di legittimità. I giudici hanno confermato la decisione precedente e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Divieto di bis in idem: ricorso rigettato e sanzione
Un condannato ha richiesto ai giudici di rideterminare la propria pena complessiva, invocando la violazione del divieto di bis in idem per alcune condanne registrate nel proprio casellario giudiziale. La Corte di Appello ha respinto l'istanza ritenendo insussistente la duplicazione dei giudizi. L'interessato ha quindi presentato ricorso per Cassazione, lamentando vizi di motivazione e violazione di legge. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile a causa della genericità delle censure, le quali si limitavano a riproporre argomenti già ampiamente superati nel precedente grado di giudizio. Di conseguenza, il ricorrente ha subito la condanna definitiva al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro in favore della cassa delle ammende.
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