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Art. 657 Codice di Procedura Penale — Sezione Prima Penale

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296 provvedimenti

Altri anni per Art. 657 Codice di Procedura Penale

Ordine di esecuzione della pena: sconti vietati e carcere sicuro
Il Condannato ha contestato l'ordine di esecuzione della pena emesso dal Pubblico Ministero, chiedendo di poter espiare la pena residua in detenzione domiciliare. Sosteneva che, calcolando gli sconti per la liberazione anticipata su cinque semestri di custodia cautelare già subita (presofferto), la pena residua sarebbe scesa sotto il limite dei quattro anni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che gran parte del periodo di custodia era già stato imputato a un altro titolo detentivo non legato da continuazione con il reato attuale. Di conseguenza, non era possibile applicare lo sconto di pena richiesto per far scendere la condanna sotto la soglia utile alla detenzione domiciliare. Il ricorrente deve quindi scontare la pena in carcere e pagare le spese processuali.
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Isolamento diurno: sanzione penale e custodia non si compensano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro la rideterminazione della sua pena. I giudici di merito avevano stabilito un aumento a diciassette mesi per la sanzione dell'isolamento diurno. Il ricorrente sosteneva di aver già scontato tale periodo a causa del regime di sorveglianza speciale e dell'auto-isolamento in carcere. La Suprema Corte ha rigettato la tesi difensiva, stabilendo che l'isolamento diurno, in quanto vera e propria sanzione penale, non è fungibile con l'isolamento cautelare o con la custodia in regime di massima sorveglianza, disposti per motivi di sicurezza. Il condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Vincolo della continuazione: stop al cumulo senza motivazione
Il Condannato ha proposto un incidente di esecuzione per ottenere la rideterminazione delle pene cumulative, invocando il vincolo della continuazione tra diversi reati. Il Giudice dell'esecuzione ha dichiarato inammissibile la richiesta con una motivazione estremamente sintetica e priva di analisi approfondita. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che il giudice non può rigettare l'istanza in modo sbrigativo. La sentenza sottolinea che il provvedimento deve esplicitare chiaramente il percorso logico e i criteri di calcolo utilizzati. Una decisione priva di questi elementi presenta una motivazione apparente, che equivale a una totale mancanza di motivazione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento impugnato, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo e più approfondito esame.
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Fungibilità della pena: nessun credito per i reati futuri
Il Condannato, dopo aver subito una condanna per associazione mafiosa ed aver espiato un periodo di detenzione in eccesso, pretendeva di scomputare tale eccedenza e i relativi giorni di liberazione anticipata dalla pena inflitta con una seconda condanna per fatti successivi, nonostante il riconoscimento del reato continuato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la fungibilità della pena non è applicabile se il secondo reato è stato commesso dopo la detenzione subita per il primo. Ammettere il contrario creerebbe un inammissibile credito di pena per reati futuri, incentivando la commissione di nuovi illeciti. Il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Fungibilità della pena: no al doppio sconto sui giorni già espiati
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della fungibilità della pena per un periodo di un anno, sette mesi e venti giorni di reclusione. Tale periodo, originariamente coperto da indulto poi revocato, era stato reinserito nel cumulo delle pene. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno accertato che la pena in questione, pur essendo stata reinserita nel cumulo a causa della revoca del beneficio, era stata contemporaneamente detratta dal totale poiché computata come presofferto. Di conseguenza, il ricorrente pretendeva di ottenere una seconda detrazione per un periodo già interamente scontato e scomputato. La Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misure alternative alla detenzione: ricorso inutile e zero spese
Il Tribunale di Sorveglianza dichiarava inammissibili le richieste di misure alternative alla detenzione presentate da un condannato, ritenendo che non avesse ancora espiato la quota di pena relativa a un reato ostativo (associazione mafiosa) inserito nel cumulo. Il condannato proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Per la detenzione domiciliare, la misura era già stata concessa in pendenza di giudizio. Per l'affidamento in prova, le modifiche normative introdotte dal d.l. 162/2022 consentono ora al Tribunale di Sorveglianza di valutare direttamente il superamento della pericolosità sociale del condannato. Di conseguenza, il ricorrente potrà presentare una nuova istanza basata sui nuovi parametri normativi, escludendo anche la condanna alle spese processuali.
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Fungibilità della pena: no allo sconto per reati diversi
Il Condannato ha proposto ricorso contro la decisione del Giudice dell'esecuzione che ha respinto le sue istanze di rideterminazione della pena per reati di droga e di riconoscimento della fungibilità tra la pena detentiva e una misura di sicurezza espiata per un fatto diverso. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la rideterminazione della pena non è ammessa se il giudice di merito ha esercitato legittimamente il suo potere discrezionale. Inoltre, la fungibilità della pena con una misura di sicurezza detentiva opera solo se quest'ultima è stata applicata in via provvisoria per la stessa causa, e non quando si tratta di una misura di sicurezza definitiva scontata per un reato differente. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Fungibilità della pena: no allo scomputo se il reato è successivo
Il Condannato ha chiesto la rideterminazione della pena residua da espiare, invocando la fungibilità della pena per un periodo di custodia cautelare scontato in un altro procedimento conclusosi con l'assoluzione. La difesa sosteneva che i reati di intestazione fittizia facessero parte di un disegno criminoso iniziato prima della detenzione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che, ai fini della fungibilità della pena, rileva la data di consumazione di ciascun singolo reato e non l'inizio del disegno criminoso. Poiché i reati per cui vi è stata condanna si sono consumati dopo il periodo di carcerazione preventiva, tale periodo non può essere scomputato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Cumulo delle pene: la Cassazione impone il calcolo più favorevole
Il Condannato ha proposto ricorso contro la decisione del Giudice dell'esecuzione che aveva rigettato la sua richiesta di rideterminazione della pena. Il ricorrente contestava il calcolo del cumulo delle pene effettuato dalla Procura, chiedendo l'applicazione di criteri più favorevoli e il riconoscimento della fungibilità per la detenzione già subita. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che, in presenza di reati commessi in tempi diversi, non si può procedere a un cumulo globale e indiscriminato. È invece necessario creare cumuli parziali e applicare, tra le diverse opzioni di calcolo legittime, quella più favorevole al reo (principio del favor rei). La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Cumulo delle pene: i 30 anni di limite non coprono i nuovi reati
Il Condannato ha contestato il calcolo del cumulo delle pene effettuato dalla Procura, sostenendo che l'applicazione del limite massimo di trent'anni di reclusione (criterio moderatore) dovesse operare su tutte le condanne in modo globale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la correttezza dei calcoli parziali effettuati dal Giudice dell'esecuzione. I giudici hanno chiarito che, in caso di reati commessi in tempi diversi e intervallati da periodi di libertà, non è possibile unificare tutte le condanne in un unico blocco. Questo eviterebbe di creare un inammissibile credito di pena, impedendo che la carcerazione già scontata vada a coprire reati commessi successivamente. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato in fase esecutiva: sconti e limiti del giudicato
Il Condannato ha chiesto al giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato in fase esecutiva tra due sentenze di condanna per associazione mafiosa ed estorsione. La difesa lamentava il mancato scomputo di un periodo di detenzione già espiato e un presunto errore di calcolo della pena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha chiarito che non è possibile scomporre un reato permanente per applicare la fungibilità della pena a periodi di detenzione senza titolo antecedenti alla fine della consumazione. Inoltre, l'eventuale errore di calcolo della pena base, contenuto in una sentenza irrevocabile e non contestato nei precedenti gradi, è coperto dal giudicato e non può essere ridiscusso in sede esecutiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Cumulo delle pene: la Cassazione corregge i calcoli errati
Il Condannato ha contestato il calcolo della pena residua da espiare, pari a quasi quaranta anni di reclusione, stabilito dal Pubblico Ministero e confermato dal Tribunale. La difesa ha denunciato gravi errori metodologici nell'applicazione del cumulo delle pene, evidenziando che i periodi di detenzione già sofferti non erano stati correttamente sottratti dai singoli cumuli parziali e che non erano stati applicati i limiti di legge previsti per mitigare la pena complessiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il calcolo del cumulo delle pene deve seguire regole precise: la pena già espiata va detratta immediatamente da ciascun cumulo parziale e il residuo deve confluire nel calcolo successivo per consentire l'applicazione dei limiti di legge più favorevoli. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo calcolo.
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Interesse all’impugnazione: ricorso inutile se la pena è scontata
Il Tribunale di sorveglianza rigettava l'istanza di affidamento in prova avanzata da Il Condannato per una pena residua di soli otto giorni. Il Condannato proponeva ricorso per cassazione, sostenendo che il Tribunale avrebbe dovuto dichiarare il non luogo a procedere, poiché la pena era già stata interamente espiata grazie al computo della custodia cautelare per un altro reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per carenza di interesse all'impugnazione. Poiché la pena era già stata interamente scontata, l'accoglimento del ricorso non avrebbe apportato alcun beneficio concreto al ricorrente. Inoltre, la determinazione del calcolo della pena spetta al Pubblico Ministero e non al Tribunale di sorveglianza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cumulo delle pene: il limite dei trent’anni blocca i ricalcoli
Il Condannato ha proposto ricorso contro il provvedimento di rideterminazione della sua pena complessiva. La Procura Generale aveva sciolto i precedenti calcoli per crearne di nuovi, parziali, basandosi sulla data di commissione dei singoli reati e applicando il limite massimo di trent'anni di reclusione. Il Condannato sosteneva che alcune pene fossero estinte o prescritte e che non si potessero sciogliere i vecchi conteggi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la correttezza del calcolo. I giudici hanno stabilito che il cumulo delle pene deve basarsi sul momento di commissione dei reati per evitare ingiuste impunità, e che l'applicazione del limite massimo di trent'anni rendeva comunque irrilevanti i dettagliati ricalcoli numerici richiesti dalla difesa.
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Fungibilità della custodia cautelare: no al recupero indulto
Il Condannato ha richiesto la fungibilità della custodia cautelare per un periodo di sei mesi e tre giorni di reclusione, già scontato in precedenza. Il richiedente voleva spostare questo periodo, già calcolato in un vecchio cumulo di pene poi estinte per indulto e prescrizione, su una nuova condanna successiva. In questo modo, sperava di liberare una quota di indulto da applicare alla nuova pena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che non è possibile modificare l'imputazione di un periodo di custodia cautelare già utilizzato per estinguere una pena precedente. La fungibilità della custodia cautelare non può essere usata per far rivivere l'indulto in modo retroattivo.
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Rimedio risarcitorio per detenzione inumana: nessun limite di tempo
Il Detenuto ha richiesto il rimedio risarcitorio per detenzione inumana subito durante la custodia cautelare tra il 2010 e il 2013. Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta per decorrenza del termine di sei mesi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Detenuto, stabilendo che per la custodia cautelare sofferta nel medesimo procedimento della pena in esecuzione si applica la riduzione della pena (rimedio in forma specifica) senza alcun termine di decadenza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato il caso per un nuovo esame.
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Inefficacia della custodia cautelare: no al cumulo tra processi
Il caso riguarda Il Detenuto, condannato a dieci anni di reclusione per associazione mafiosa, il quale ha richiesto l'inefficacia della custodia cautelare in carcere applicata nei suoi confronti. Il ricorrente sosteneva che il periodo di detenzione subito in un precedente procedimento, poi annullato, dovesse essere computato per determinare la perdita di efficacia della misura attuale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la perdita di efficacia della misura cautelare per superamento dei limiti di pena si riferisce unicamente alla sanzione inflitta nello stesso procedimento e non in processi diversi. Inoltre, le regole sulla fungibilità della pena si applicano solo nella fase dell'esecuzione e non durante il giudizio di cognizione ancora pendente. Di conseguenza, la misura cautelare resta pienamente valida ed efficace.
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Reato continuato: negato lo sconto di pena tra spaccio e mafia
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato tra due condanne definitive: una per spaccio semplice di stupefacenti e una successiva per associazione mafiosa e traffico di droga. Il giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta, rilevando la mancanza di elementi comuni e la notevole distanza temporale tra i fatti. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che per riconoscere il reato continuato non basta un generico programma di vita delinquenziale. È invece necessaria la prova che tutti i singoli reati fossero stati programmati fin dall'inizio, al momento dell'ingresso nel sodalizio criminale. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Rideterminazione della pena: multa ridotta anche dopo il carcere
Il Condannato, condannato nel 2010 per coltivazione di marijuana, ha richiesto la rideterminazione della pena a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 32/2014, che ha ripristinato un trattamento sanzionatorio più favorevole per le droghe leggere. Il Giudice dell'esecuzione aveva rigettato l'istanza ritenendo esaurito il rapporto esecutivo, poiché la pena detentiva era stata interamente espiata. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso, stabilendo che l'esecuzione non si esaurisce finché non viene interamente pagata anche la pena pecuniaria (nella specie, una multa di 18.000 euro rateizzata). Di conseguenza, sussiste l'interesse del condannato alla rideterminazione della pena pecuniaria ancora in corso di pagamento. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Incidente di esecuzione: la Cassazione blocca i calcoli errati
Il Condannato ha proposto un incidente di esecuzione contestando il calcolo della pena residua effettuato dalla Procura. In particolare, lamentava il mancato scomputo del periodo di custodia cautelare subito (presofferto) e un errore nel calcolo della liberazione anticipata all'interno del cumulo di pene. Il Giudice dell'esecuzione aveva rigettato la richiesta senza esaminare nel dettaglio tutte le contestazioni, tra cui la datazione di un reato associativo continuato e l'impatto di una sentenza costituzionale sulla riduzione di una pena per droga. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando il provvedimento. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice ha l'obbligo di rispondere in modo completo e coerente a tutte le istanze sollevate dalla difesa, ordinando un nuovo esame del caso.
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