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Art. 657 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

87 provvedimenti

Altri anni per Art. 657 Codice di Procedura Penale

Misure cautelari detentive: stop modifiche dopo la condanna
Il Condannato, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari per reati di droga, ha concordato una pena di tre anni tramite patteggiamento. Dopo il passaggio in giudicato della sentenza, il Tribunale del Riesame ha sostituito gli arresti domiciliari con l'obbligo di dimora. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica, stabilendo che, una volta che la sentenza diventa definitiva, le misure cautelari detentive si convertono automaticamente in espiazione della pena. Di conseguenza, il giudice della cognizione perde il potere di modificare la misura, competenza che spetta esclusivamente al Tribunale di Sorveglianza. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio l'ordinanza che disponeva l'obbligo di dimora.
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Convalida dell’arresto: legittimo anche se l’imputato patteggia
Il caso nasce dall'arresto di un coltivatore sorpreso con oltre quattromila piante di cannabis. Il Giudice per le indagini preliminari non convalidava l'arresto, ritenendo insufficienti gli accertamenti visivi della polizia. La Procura ricorreva in Cassazione. Nel frattempo, l'indagato definiva il processo con patteggiamento. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il patteggiamento non cancella l'interesse alla decisione. Ha chiarito che la convalida dell'arresto richiede una valutazione ex ante di ragionevolezza sull'operato della polizia, senza entrare nel merito della colpevolezza. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza del giudice, dichiarando legittimo l'arresto.
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Riparazione per ingiusta detenzione: sì se l’errore è del giudice
Il Cittadino, dopo essere stato assolto dall'accusa di rapina, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per i nove mesi trascorsi in custodia cautelare. La Corte di Appello ha respinto la domanda, ritenendo che quel periodo fosse già stato computato in un successivo provvedimento di cumulo delle pene. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Cittadino. I giudici di legittimità hanno stabilito che il diritto all'indennizzo spetta anche quando la detenzione ingiusta deriva da errori dell'autorità giudiziaria nella fase di esecuzione della pena, purché non vi sia colpa del richiedente. Nel caso specifico, il Cittadino non conosceva l'ordine di esecuzione e l'autorità non ha valutato correttamente la liberazione anticipata. La Cassazione ha quindi annullato la decisione, rinviando il caso per un nuovo esame.
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Fungibilità delle pene: ricalcolo ammesso per il condannato
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione e l'applicazione della fungibilità delle pene tra due condanne definitive per reati di droga, di cui uno associativo. La Corte di appello ha rigettato l'istanza escludendo il medesimo disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che, in tema di reati associativi, il giudice dell'esecuzione deve preliminarmente individuare la data esatta in cui è cessata la condotta criminale permanente. Solo in questo modo è possibile verificare la cronologia dei periodi di detenzione per applicare correttamente la fungibilità delle pene. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di rigetto e ha disposto il rinvio alla Corte di appello per un nuovo esame del caso.
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Fungibilità della pena: nessun credito per i reati futuri
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato che chiedeva il riconoscimento della fungibilità della pena per un periodo di custodia cautelare sofferto tra il 2020 e il 2022. Il condannato voleva scalare tale periodo dalla pena definitiva inflitta per il reato di associazione mafiosa, consumatosi fino al 2010. I giudici hanno chiarito che non è possibile scomputare la carcerazione preventiva subita prima della consumazione di un reato permanente. Ammettere questo principio significherebbe creare una inaccettabile riserva di impunità per reati futuri, contrastando con la funzione rieducativa e retributiva della sanzione penale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova terapeutico: la cura non basta per lo sconto
Il Tribunale di Sorveglianza ha concesso l'affidamento in prova terapeutico a un condannato, ma ha respinto la richiesta di far decorrere la misura da una data precedente, coincendente con l'inizio di un percorso di cura volontario. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la terapia farmacologica e gli incontri periodici avessero comportato notevoli limitazioni alla sua libertà personale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il semplice trattamento farmacologico e la frequentazione sporadica di un centro di recupero non integrano quelle notevoli limitazioni richieste dalla legge per anticipare la decorrenza della misura alternativa. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Fungibilità della pena: sconti di carcere vietati per nuovi reati
Il Condannato, sanzionato per associazione mafiosa in due diversi procedimenti, ha richiesto la scarcerazione ritenendo interamente espiata la propria sanzione. Il Giudice dell'esecuzione aveva infatti applicato la disciplina del reato continuato, rideterminando la pena complessiva e generando un teorico credito di pena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Condannato, confermando che la fungibilità della pena non opera in modo automatico. Poiché il secondo reato ha natura permanente e si è protratto per oltre dieci anni dopo l'espiazione della prima condanna, non è possibile scomputare il periodo detentivo sofferto in precedenza. La Corte ha chiarito che l'unificazione dei reati cede di fronte alla necessità di evitare che il reo continui a delinquere contando su futuri sconti di pena. Il Condannato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Ordine di esecuzione della pena: sconti vietati e carcere sicuro
Il Condannato ha contestato l'ordine di esecuzione della pena emesso dal Pubblico Ministero, chiedendo di poter espiare la pena residua in detenzione domiciliare. Sosteneva che, calcolando gli sconti per la liberazione anticipata su cinque semestri di custodia cautelare già subita (presofferto), la pena residua sarebbe scesa sotto il limite dei quattro anni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che gran parte del periodo di custodia era già stato imputato a un altro titolo detentivo non legato da continuazione con il reato attuale. Di conseguenza, non era possibile applicare lo sconto di pena richiesto per far scendere la condanna sotto la soglia utile alla detenzione domiciliare. Il ricorrente deve quindi scontare la pena in carcere e pagare le spese processuali.
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Fungibilità della pena: nessun credito per reati futuri
Il Condannato ha proposto ricorso contro la decisione della Corte di Appello che, come giudice dell'esecuzione, ha rideterminato la pena complessiva a seguito del riconoscimento del reato continuato. Il ricorrente pretendeva che la detenzione subita "sine titulo" venisse interamente computata a suo favore, a prescindere dal momento di commissione dei singoli reati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la fungibilità della pena non opera in modo automatico. Per applicare la fungibilità della pena, la detenzione sofferta deve essere successiva alla commissione del reato per cui si deve espiare la pena. Questo evita la creazione di inammissibili "crediti di pena" che potrebbero incentivare la commissione di nuovi reati. Il ricorrente perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Fungibilità della pena: nessun credito per i reati futuri
Il Condannato, dopo aver subito una condanna per associazione mafiosa ed aver espiato un periodo di detenzione in eccesso, pretendeva di scomputare tale eccedenza e i relativi giorni di liberazione anticipata dalla pena inflitta con una seconda condanna per fatti successivi, nonostante il riconoscimento del reato continuato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la fungibilità della pena non è applicabile se il secondo reato è stato commesso dopo la detenzione subita per il primo. Ammettere il contrario creerebbe un inammissibile credito di pena per reati futuri, incentivando la commissione di nuovi illeciti. Il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Fungibilità della pena: no al doppio sconto sui giorni già espiati
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della fungibilità della pena per un periodo di un anno, sette mesi e venti giorni di reclusione. Tale periodo, originariamente coperto da indulto poi revocato, era stato reinserito nel cumulo delle pene. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno accertato che la pena in questione, pur essendo stata reinserita nel cumulo a causa della revoca del beneficio, era stata contemporaneamente detratta dal totale poiché computata come presofferto. Di conseguenza, il ricorrente pretendeva di ottenere una seconda detrazione per un periodo già interamente scontato e scomputato. La Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Liberazione anticipata: l’ingiusta custodia non sconta la pena
Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione contro il rigetto della sua richiesta di liberazione anticipata. Il ricorrente sosteneva che un semestre di detenzione, coincidente con un periodo di custodia cautelare per cui era stato poi assolto, dovesse essere valutato favorevolmente. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'ingiusta custodia cautelare e la successiva assoluzione sono elementi neutri per la concessione dello sconto di pena. Tali circostanze rilevano invece esclusivamente sul piano della fungibilità della pena, ovvero per la detrazione del tempo già scontato dalla pena finale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Fungibilità della custodia cautelare: regole per il calcolo
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contestando il calcolo della pena eseguito dalla Corte d'Appello. Il nodo centrale riguarda la fungibilità della custodia cautelare subita senza titolo per reati legati dal vincolo della continuazione e commessi in tempi diversi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che in questi casi è necessario scindere il reato continuato. Bisogna individuare le violazioni commesse prima della detenzione senza titolo e determinare la sanzione specifica per quel frammento, calcolando così la custodia cautelare inutilmente sofferta. Il Condannato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: la condanna resta
Il Condannato ha presentato un ricorso straordinario per errore di fatto contro una precedente decisione della Cassazione. Quest'ultima aveva confermato il provvedimento del Giudice dell'esecuzione sul calcolo della pena per un reato continuato. Il ricorrente sosteneva che la Cassazione fosse incorsa in un errore percettivo nel valutare la decisione del giudice di merito. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'errore di fatto previsto dalla legge consiste in una svista materiale e non in una diversa valutazione giuridica o interpretativa. Di conseguenza, il Condannato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di quattromila euro in favore della cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: ricorso inutile e zero spese
Il Tribunale di Sorveglianza dichiarava inammissibili le richieste di misure alternative alla detenzione presentate da un condannato, ritenendo che non avesse ancora espiato la quota di pena relativa a un reato ostativo (associazione mafiosa) inserito nel cumulo. Il condannato proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Per la detenzione domiciliare, la misura era già stata concessa in pendenza di giudizio. Per l'affidamento in prova, le modifiche normative introdotte dal d.l. 162/2022 consentono ora al Tribunale di Sorveglianza di valutare direttamente il superamento della pericolosità sociale del condannato. Di conseguenza, il ricorrente potrà presentare una nuova istanza basata sui nuovi parametri normativi, escludendo anche la condanna alle spese processuali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: esclusa se la pena è ridotta
Il Ricorrente ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per aver espiato una pena in eccedenza rispetto a quella rideterminata a seguito del riconoscimento del vincolo della continuazione tra più reati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'indennizzo non spetta se la riduzione della pena deriva da una valutazione discrezionale del giudice (come la continuazione) e non da un errore giudiziario o da un ordine di esecuzione illegittimo.
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Fungibilità della pena: no allo sconto per reati diversi
Il Condannato ha proposto ricorso contro la decisione del Giudice dell'esecuzione che ha respinto le sue istanze di rideterminazione della pena per reati di droga e di riconoscimento della fungibilità tra la pena detentiva e una misura di sicurezza espiata per un fatto diverso. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la rideterminazione della pena non è ammessa se il giudice di merito ha esercitato legittimamente il suo potere discrezionale. Inoltre, la fungibilità della pena con una misura di sicurezza detentiva opera solo se quest'ultima è stata applicata in via provvisoria per la stessa causa, e non quando si tratta di una misura di sicurezza definitiva scontata per un reato differente. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Fungibilità della pena: no allo scomputo se il reato è successivo
Il Condannato ha chiesto la rideterminazione della pena residua da espiare, invocando la fungibilità della pena per un periodo di custodia cautelare scontato in un altro procedimento conclusosi con l'assoluzione. La difesa sosteneva che i reati di intestazione fittizia facessero parte di un disegno criminoso iniziato prima della detenzione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che, ai fini della fungibilità della pena, rileva la data di consumazione di ciascun singolo reato e non l'inizio del disegno criminoso. Poiché i reati per cui vi è stata condanna si sono consumati dopo il periodo di carcerazione preventiva, tale periodo non può essere scomputato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Calcolo del presofferto: perché i dati del carcere non bastano
Il Condannato, condannato all'ergastolo per omicidio, ha richiesto la retrodatazione della pena per accedere anticipatamente ai benefici penitenziari. La difesa sosteneva l'esistenza di un periodo di custodia cautelare non conteggiato, basandosi su un estratto del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Tuttavia, il Giudice dell'esecuzione ha respinto l'istanza dopo aver acquisito il verbale di notifica dell'arresto, che smentiva la ricostruzione difensiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il documento dell'amministrazione penitenziaria indica solo gli ingressi e le uscite dal carcere senza specificare i reati contestati. Di conseguenza, il verbale di notifica rimane l'unica fonte di prova certa per il corretto calcolo del presofferto. Il Condannato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: negato lo sconto di pena tra spaccio e mafia
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato tra due condanne definitive: una per spaccio semplice di stupefacenti e una successiva per associazione mafiosa e traffico di droga. Il giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta, rilevando la mancanza di elementi comuni e la notevole distanza temporale tra i fatti. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che per riconoscere il reato continuato non basta un generico programma di vita delinquenziale. È invece necessaria la prova che tutti i singoli reati fossero stati programmati fin dall'inizio, al momento dell'ingresso nel sodalizio criminale. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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