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Art. 646 Codice Penale — Sezione Seconda Penale

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627 provvedimenti

Altri anni per Art. 646 Codice Penale

Appropriazione indebita: reato prescritto ma resta il risarcimento
Un dipendente postale, con la complicità di terzi, ha svuotato il libretto di risparmio di una cliente, configurando il reato di appropriazione indebita. Altri soggetti hanno poi ripulito il denaro acquistando auto di lusso e trasferendo somme, integrando il reato di riciclaggio. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio le condanne penali per il dipendente e il complice principale poiché i reati sono caduti in prescrizione. Tuttavia, il dipendente resta condannato al risarcimento dei danni in sede civile. I ricorsi dei complici che hanno riciclato il denaro sono stati dichiarati inammissibili, confermando le loro condanne penali e l'obbligo di risarcire le vittime.
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Appropriazione indebita aggravata: condanna ferma ma pena ridotta
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un uomo condannato per il reato di appropriazione indebita aggravata. I giudici di secondo grado avevano confermato la colpevolezza dell'imputato, infliggendogli la pena di tre mesi di reclusione e trecento euro di multa, oltre al risarcimento del danno. La Suprema Corte ha dichiarato definitiva e irrevocabile la responsabilità penale per il reato contestato. Tuttavia, ha accolto il ricorso limitatamente alla richiesta di applicazione della continuazione esterna con altri reati precedentemente giudicati. Per questo motivo, la sentenza è stata annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello per il ricalcolo della pena.
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Appropriazione indebita: condannati i genitori, salvo il figlio
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un intermediario accusato di truffa e appropriazione indebita, insieme ai genitori che avevano messo a disposizione i propri conti correnti. I giudici hanno dichiarato inammissibili i ricorsi dei genitori, confermando la loro responsabilità per concorso in truffa. Al contrario, il ricorso del principale imputato è stato parzialmente accolto. La Corte ha annullato senza rinvio la condanna per appropriazione indebita di alcuni arredi, poiché i beni erano stati affidati a terzi e mancava la prova del possesso e della volontà di sottrarli. È stata inoltre annullata la condanna per un reato di falso ormai depenalizzato, poiché i giudici di merito avevano deciso su un fatto diverso da quello contestato, violando il principio di correlazione tra accusa e sentenza. La pena complessiva per l'intermediario è stata rideterminata al ribasso.
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Truffe online o stile di vita? I limiti del disegno criminoso
Un uomo ha acquistato online una marmitta e una moto senza pagarle, minacciando poi il secondo venditore con dei coltelli quando questi si e presentato a casa sua per chiedere il pagamento. Condannato per insolvenza fraudolenta, appropriazione indebita e violenza privata, l'imputato ha chiesto il riconoscimento della continuazione tra i reati, sostenendo che facessero parte di un unico progetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'uso ripetuto di internet per truffare non dimostra un unico disegno criminoso, ma rappresenta un semplice stile di vita deviante. Inoltre, la reazione violenta contro il venditore e stata un evento occasionale e non pianificato. L'imputato e stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita: la ricevuta incastra il dipendente
Un dipendente addetto al recupero crediti di una società di fornitura gas incassava i pagamenti dei clienti morosi, rilasciando regolari ricevute, ma faceva risultare i debiti come ancora insoluti per trattenere le somme. Accusato di appropriazione indebita, veniva condannato nei primi due gradi di giudizio. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di prove dirette dei pagamenti e il difetto di querela. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la responsabilità penale basandosi su prove indiziarie precise, come la gestione esclusiva della cassa e il rilascio delle quietanze. Inoltre, la contestazione sulla querela è stata ritenuta tardiva perché non presentata nei motivi di appello. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa aggravata o appropriazione? Il verdetto sui gioielli
Una donna ha convinto un'amica a consegnarle gioielli di valore in conto vendita, usando raggiri per apparire affidabile, ma trattenendo poi i beni. La Cassazione ha confermato la condanna per Truffa aggravata, respingendo la tesi difensiva che invocava l'appropriazione indebita. La Corte ha chiarito che si configura la Truffa aggravata se l'inganno è finalizzato a ottenere il possesso del bene, mentre l'appropriazione indebita presuppone un possesso già legittimo. Tuttavia, i giudici hanno annullato senza rinvio la provvisionale di 40.000 euro concessa in appello alla parte civile. Poiché la vittima non aveva impugnato il diniego di primo grado, la Corte d'Appello non poteva concedere d'ufficio la somma, violando il principio devolutivo. Vince parzialmente l'imputata, che evita il pagamento immediato della provvisionale, ma resta condannata a un anno di reclusione.
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Appropriazione indebita: commercialista condannato perde ricorso
Un commercialista è stato condannato per il reato di appropriazione indebita ai danni di un cliente. Il professionista aveva ricevuto somme di denaro destinate al pagamento delle imposte, tra cui l'IRAP, ma le aveva trattenute per sé invece di versarle all'erario. La difesa ha sostenuto l'avvenuta prescrizione del reato e la mancanza di prove sulla consegna del denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la responsabilità penale del commercialista. I giudici hanno accertato che l'ultimo prelievo illecito risaliva al luglio 2012, escludendo così la prescrizione al momento della sentenza d'appello. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita: se l’uso è aziendale non è reato
Un collaboratore aziendale è stato condannato per il reato di appropriazione indebita per aver utilizzato un assegno della titolare, firmato con sigla apocrifa, per pagare un fornitore di mobili usati. La difesa ha sostenuto che l'assegno era destinato all'attività commerciale comune e non a fini personali, escludendo così il dolo specifico dell'ingiusto profitto. La Corte d'Appello ha confermato la condanna ignorando questa tesi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che l'uso di beni per scopi aziendali può costituire una semplice distrazione non punibile penalmente. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame delle prove difensive.
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Appropriazione indebita: la querela ritirata azzera la condanna
L'Imputato era stato condannato per il reato di appropriazione indebita aggravata dall'abuso di relazioni d'ufficio. Durante la pendenza del ricorso in Cassazione, la Persona Offesa ha formalizzato la remissione della querela, accettata dall'Imputato. La Suprema Corte ha rilevato che, per effetto del Decreto Legislativo numero 36 del 2018, il reato in questione è diventato procedibile solo a querela di parte, salvo la presenza di aggravanti ad effetto speciale, qui assenti. Di conseguenza, la Cassazione ha applicato la norma più favorevole e ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando l'estinzione del reato. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento legate alla remissione.
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Messa alla prova: no al rifiuto preventivo per povertà
Un uomo, condannato per appropriazione indebita di un bracciale d'oro, ha richiesto la sospensione del processo con messa alla prova. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno respinto la domanda prima ancora che venisse redatto il programma di trattamento con l'U.E.P.E., ritenendo che l'imputato non avesse offerto un risarcimento adeguato e avesse scarse risorse economiche. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato, stabilendo che il giudice non può bocciare preventivamente la messa alla prova senza attendere la stesura del programma definitivo. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Appropriazione indebita: trattenere denaro non esclude il reato
Un agente di commercio è stato condannato per il reato di appropriazione indebita per aver trattenuto somme di denaro riscosse per conto della società mandante, omettendo di versarle nonostante i solleciti. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'inutilizzabilità di una testimonianza indiretta e sostenendo la mancanza di dolo per aver manifestato la disponibilità a restituire il denaro. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la testimonianza indiretta è utilizzabile se la difesa non ne richiede l'integrazione e che il reato si perfeziona nel momento in cui l'agente decide di fare proprie le somme ricevute, ignorando le richieste di restituzione. Di conseguenza, la condanna è stata confermata.
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Gravi indizi di colpevolezza: incensurata ma bandita dal comune
Una donna, accusata di far parte di un'associazione per delinquere finalizzata all'appropriazione indebita ai danni di una farmacia, ha impugnato la misura cautelare del divieto di dimora. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, sottolineando l'incensuratezza dell'indagata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il controllo di legittimità non può tradursi in un nuovo esame dei fatti se la motivazione del giudice di merito è logica e coerente. Inoltre, l'incensuratezza non esclude la pericolosità sociale se emerge una condotta illecita sistematica e prolungata nel tempo, assunta come vero e proprio stile di vita per ottenere profitti.
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Attenuanti generiche ignorate: la Cassazione cancella la condanna
L'Imputato, condannato per appropriazione indebita aggravata, ricorre in Cassazione lamentando che la Corte d'appello non ha valutato la richiesta di riconoscimento delle attenuanti generiche formulata tramite memoria difensiva. La Suprema Corte accoglie il ricorso, ribadendo che, se sollecitato dalla difesa, il giudice d'appello ha l'obbligo di motivare l'eventuale diniego delle attenuanti generiche. Tuttavia, poiché il reato è stato commesso nel 2013, la Cassazione rileva l'avvenuta prescrizione del reato successiva alla sentenza d'appello. Di conseguenza, la Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata per estinzione del reato.
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Misure cautelari personali: furti in farmacia e divieto di dimora
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura cautelare del divieto di dimora nei confronti di un'indagata, accusata di far parte di un'associazione per delinquere finalizzata a commettere ripetute appropriazioni indebite ai danni di una farmacia. La difesa contestava la sussistenza delle esigenze cautelari e della gravità indiziaria, chiedendo una misura meno afflittiva. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che il giudizio di legittimità non può tradursi in una nuova valutazione dei fatti già ampiamente analizzati dai giudici di merito. Le misure cautelari personali applicate risultano quindi pienamente giustificate dalla pericolosità sociale del soggetto, desunta dalla sistematicità delle condotte illecite e dalla mancanza di un lavoro lecito, elementi che delineano un vero e proprio stile di vita criminale.
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Rinnovazione dell’istruzione dibattimentale: stop ai ribaltamenti
L'Amministratore di una società era stato accusato di appropriazione indebita per aver trasferito fondi societari a imprese collegate tramite fatture ritenute false. Assolto in primo grado per mancanza di prove sull'intento fraudolento, la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione ai soli fini civili, condannandolo al risarcimento senza però riascoltare i testimoni chiave. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato, stabilendo che la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale è obbligatoria anche quando il giudice d'appello riforma una sentenza di assoluzione ai soli effetti civili basandosi su una differente valutazione delle prove testimoniali decisive. La sentenza d'appello è stata quindi annullata con rinvio al giudice civile.
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Appropriazione indebita: condanna per lo spostamento di fondi
Un amministratore di condominio è stato condannato per il reato di appropriazione indebita per aver spostato, senza autorizzazione, somme di denaro dal conto di un condominio a quello di un altro da lui gestito. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che la querela fosse tardiva e che lo spostamento di denaro non costituisse reato in assenza di un suo profitto personale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che lo spostamento non autorizzato di fondi condominiali viola il vincolo di destinazione del denaro, integrando pienamente il reato. Inoltre, la costituzione di parte civile del condominio sana qualsiasi dubbio sulla tempestività della querela dopo le riforme legislative.
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Appropriazione indebita in condominio: condannato l’ex gestore
Un ex amministratore condominiale è stato condannato per il reato di appropriazione indebita per aver trattenuto somme destinate ai fornitori, creando un grave disavanzo di cassa. Il nuovo amministratore ha presentato querela dopo aver scoperto ammanchi e manovre speculative del predecessore per sottrarre i propri beni ai creditori. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna a due anni di reclusione. I giudici hanno chiarito che il reato si consuma al momento della cessazione della carica, quando l'amministratore uscente non restituisce le somme ricevute. La querela è stata ritenuta tempestiva poiché il termine decorre da quando la vittima acquisisce piena consapevolezza della malafede e del danno subito.
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Conversione del ricorso in appello: la Cassazione sblocca il caso
Il Tribunale di Firenze dichiarava il non doversi procedere nei confronti dell'Imputato per il reato di appropriazione indebita, escludendo l'aggravante dell'abuso di prestazione d'opera. Il Pubblico Ministero proponeva appello, ma la Corte d'appello lo riqualificava erroneamente come ricorso per cassazione, ritenendo la decisione di natura predibattimentale. La Cassazione, applicando i principi delle Sezioni Unite, ha stabilito che la sentenza di proscioglimento emessa dopo la costituzione delle parti ma prima dell'apertura del dibattimento è appellabile. Di conseguenza, la Suprema Corte ha disposto la conversione del ricorso in appello e ha trasmesso gli atti alla Corte d'appello competente per il giudizio di merito.
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Appropriazione indebita: la condanna resta anche senza querela
Il Liquidatore di una cooperativa ha utilizzato circa diecimila euro del conto societario per scopi esclusivamente personali, lasciando il conto in passivo. Condannato nei primi gradi per il reato di appropriazione indebita aggravata, ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa sosteneva la mancanza di una valida querela e l'avvenuta prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che la costituzione di parte civile dei soci dimostra in modo inequivocabile la volontà di punire il colpevole, sanando ogni eventuale vizio della querela originaria. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso impedisce di far valere la prescrizione maturata successivamente. Il Liquidatore perde la causa e deve pagare le spese processuali e di risarcimento.
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Sospensione condizionale della pena: benefici da valutare
Due inquilini sono stati condannati per appropriazione indebita per aver svuotato e sottratto gli arredi dell'appartamento in affitto prima di lasciarlo. La Corte di Cassazione ha confermato la loro responsabilità penale, ritenendo logica la ricostruzione dei giudici di merito. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata concessione dei doppi benefici di legge. I giudici d'appello avevano infatti negato, senza fornire alcuna motivazione, la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna nel casellario giudiziale. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio su questo specifico punto: la Corte d'Appello dovrà rivalutare la concessione dei benefici motivando adeguatamente la decisione, mentre la condanna per il reato resta ormai definitiva.
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