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Art. 640 Codice Penale — Anno 2026

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722 provvedimenti

Altri anni per Art. 640 Codice Penale

Truffa: la remissione di querela cancella la condanna in appello
L'Imputato era stato condannato in appello per concorso nel reato di truffa ai danni di una società e del suo legale rappresentante. Successivamente alla sentenza, ma prima della scadenza dei termini per impugnarla, la persona offesa ha presentato la remissione di querela, accettata formalmente dalla difesa dell'imputato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la remissione di querela, intervenuta tempestivamente e regolarmente accettata, estingue il reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, ponendo a carico dell'imputato le sole spese processuali in mancanza di accordi diversi tra le parti.
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Inammissibilità del ricorso per truffa: condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso presentato da due soggetti condannati per il reato di truffa. I ricorrenti contestavano la decisione della Corte di Appello senza però specificare i motivi concreti della loro critica. I giudici di legittimità hanno rilevato che l'atto di impugnazione era del tutto generico e privo degli elementi richiesti dalla legge processuale penale. Di conseguenza, la Suprema Corte non ha potuto esaminare il caso nel merito, confermando la condanna precedente e obbligando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Reato di truffa: la trasparenza del conto non salva dalla condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per il reato di truffa. L'imputato contestava la valutazione delle prove e il diniego delle attenuanti generiche. I giudici hanno confermato la responsabilità penale evidenziando che l'uomo, legale rappresentante della società coinvolta, non aveva celato il proprio nome né l'intestazione del conto corrente su cui erano confluiti i proventi illeciti. La Suprema Corte ha ribadito l'impossibilità di rivalutare il merito delle prove in sede di legittimità, confermando la condanna e disponendo il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa tramite WhatsApp: documento falso e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di truffa. L'imputato aveva messo in atto una truffa tramite WhatsApp inviando un documento alterato per raggirare la vittima. La difesa contestava la responsabilità penale e l'eccessività della pena, lamentando anche il mancato riconoscimento della sospensione condizionale. La Suprema Corte ha stabilito che i motivi di ricorso erano ripetitivi e manifestamente infondati. I giudici hanno confermato la legittimità della decisione della Corte d'Appello, evidenziando la gravità del comportamento e i numerosi precedenti penali specifici dell'imputato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende, confermando definitivamente la condanna.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: truffa confermata
Un cittadino, condannato per il reato di truffa dalla Corte d'Appello, ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione lamentando violazioni di legge e vizi di motivazione. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi presentati erano del tutto generici e privi di un reale confronto con la sentenza impugnata. La Suprema Corte ha ribadito che l'impugnazione deve contenere critiche specifiche e argomentate contro il provvedimento contestato. Per questo motivo, la Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Attendibilità della persona offesa: no a sconti in Cassazione
Un uomo, condannato per concorso in truffa, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e l'attendibilità della persona offesa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla credibilità della vittima costituisce un accertamento di fatto riservato esclusivamente ai giudici di merito. La Cassazione non può riesaminare tali dichiarazioni, a meno che la motivazione della sentenza impugnata non sia palesemente contraddittoria. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Assolto ma condannato: la mancanza di interesse all’impugnazione
L'Imputato, accusato del reato di truffa, era stato assolto in appello con formula piena per non aver commesso il fatto. Nonostante l'esito favorevole, la difesa ha presentato ricorso in Cassazione lamentando un vizio di motivazione sull'affermazione di responsabilità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per mancanza di interesse all'impugnazione. Avendo già ottenuto l'assoluzione totale, l'imputato non poteva trarre alcuna utilità concreta da un nuovo giudizio. La Cassazione ha quindi condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa tramite PostePay: basta la carta per la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di truffa. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti, sostenendo un vizio di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la titolarità e la concreta disponibilità della carta ricaricabile su cui confluiscono i soldi della vittima bastano a identificare il colpevole. Trattandosi di una Truffa tramite PostePay, chi possiede la carta risponde del reato, salvo prove contrarie. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa on-line: condannato chi incassa anche senza raggirare
Un uomo è stato condannato per concorso in truffa on-line poiché i soldi versati da una vittima per un acquisto mai ricevuto sono finiti sulla sua carta prepagata. L'imputato sosteneva di non aver partecipato attivamente al raggiro, ma la carta era intestata a lui e non era mai stata denunciata come smarrita o rubata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la sua responsabilità penale. Chi riceve il profitto di un reato su una propria carta, avendone la piena disponibilità, risponde di concorso nel reato stesso. L'imputato è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: la truffa resta condannata
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione proposto da un cittadino condannato per truffa. Nonostante la Corte d'Appello avesse già accolto la richiesta della difesa applicando il favorevole vincolo della continuazione con precedenti reati, l'imputato ha impugnato la sentenza sollevando contestazioni generiche e di merito. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso mancavano della specificità richiesta dalla legge e riguardavano la valutazione delle prove, materia estranea al giudizio di legittimità. Inoltre, alcune questioni non erano state sollevate in appello, violando il principio della catena devolutiva. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro.
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Licenziamento per giusta causa: legittimo anche dopo tre anni
Un dipendente comunale, con mansioni di operaio, è stato licenziato per aver scambiato ripetutamente il cartellino marcatempo con i colleghi. Il lavoratore ha impugnato il provvedimento, sostenendo che l'amministrazione avesse contestato l'addebito in ritardo rispetto alla conoscenza dei fatti da parte della polizia municipale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici hanno chiarito che il termine per avviare il procedimento disciplinare decorre solo da quando l'ufficio competente acquisisce una notizia di infrazione precisa e circostanziata, coincidente in questo caso con la notifica dell'avviso di chiusura delle indagini penali. Di conseguenza, il licenziamento per giusta causa è stato ritenuto pienamente tempestivo e proporzionato alla gravità della truffa commessa ai danni dell'ente pubblico.
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Sequestro preventivo per truffa sui bonus edilizi: blocco totale
L'Amministratore di un'azienda ha impugnato il sequestro preventivo di quote sociali, crediti d'imposta e beni, disposto per i reati di truffa aggravata e indebita compensazione. L'accusa riguardava l'ottenimento di crediti d'imposta tramite lo sconto in fattura per il "bonus facciate", relativi a lavori condominiali mai iniziati. La difesa sosteneva la legittimità dell'operazione in base al criterio di cassa, che consentirebbe l'anticipazione delle fatture. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando il sequestro preventivo per truffa sui bonus edilizi. I giudici hanno chiarito che, sebbene per i bonus ordinari non serva lo stato di avanzamento lavori, la cessione del credito richiede comunque che le opere siano state almeno parzialmente eseguite. Emettere fatture per lavori inesistenti genera un credito fittizio e configura reato.
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Ricorso per cassazione personale: il grave errore da 3000 euro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione personale proposto direttamente dall'imputato contro una sentenza di condanna per truffa. I giudici hanno chiarito che, a seguito della riforma del 2017, l'imputato non può più firmare e presentare autonomamente il ricorso in Cassazione, ma deve necessariamente farsi assistere da un avvocato abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto senza esame del merito e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Remissione di querela: la condanna per truffa viene cancellata
L'Imputato era stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di truffa semplice ai danni della Persona Offesa. Successivamente alla sentenza d'appello, la Persona Offesa ha formalizzato la remissione di querela, regolarmente accettata dall'Imputato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, stabilendo che la remissione di querela, intervenuta e accettata durante il giudizio di legittimità, estingue il reato. Tale estinzione cancella anche le condanne civili al risarcimento dei danni. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, ponendo le spese del procedimento a carico dell'Imputato in assenza di accordi contrari.
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Reato continuato: sei anni di distanza negano lo sconto
Il Condannato ha chiesto al giudice dell'esecuzione la riduzione della pena e il riconoscimento del vincolo del reato continuato tra una truffa del 2012 e otto truffe del 2018. La Corte di appello ha rigettato l'istanza, evidenziando che il passaggio in giudicato della sentenza impediva la rideterminazione della pena e che il divario temporale di sei anni escludeva un disegno criminoso unitario. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che l'intangibilità del giudicato cede solo di fronte a una pena illegale. Inoltre, per applicare il reato continuato, non bastano l'omogeneità dei reati o le stesse modalità esecutive, ma serve la prova di un programma iniziale unitario, escluso in questo caso dal lungo tempo trascorso tra i fatti.
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Spendita di monete false: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per truffa e spendita di monete false. Il ricorrente contestava la ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione delle prove spetta solo al giudice di merito e che, per negare le attenuanti, non occorre confutare ogni singola tesi difensiva, ma basta indicare gli elementi decisivi. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa dell’agente di commercio: condanna ferma, fedina in bilico
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale di un venditore per il reato di truffa dell'agente di commercio. L'imputato, pur lavorando per una società, ha ingannato un cliente facendogli credere di poter riscuotere direttamente del denaro, somma poi trattenuta indebitamente. I giudici hanno respinto i motivi di ricorso sulla responsabilità e sulla particolare tenuità del fatto, ritenendo il danno economico non lieve. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata valutazione del beneficio della non menzione della condanna nel casellario giudiziale, su cui la Corte d'Appello aveva omesso di motivare. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio solo per questo specifico punto, rendendo definitiva la condanna per truffa.
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Sostituzione di persona: querela ritirata ma il reato resta
Un uomo ha attivato un contratto telefonico a nome di un'altra persona, facendole addebitare i costi. La vittima ha sporto querela, ma successivamente l'ha revocata. La Corte di Cassazione ha stabilito che la revoca estingue il reato di truffa, ma non quello di sostituzione di persona, in quanto quest'ultimo è perseguibile d'ufficio. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la condanna per truffa. Hanno invece rinviato alla Corte d'Appello la decisione sul reato di sostituzione di persona, affinché il giudice rivaluti la pena e l'eventuale applicazione della particolare tenuità del fatto, poiché è venuto meno il reato più grave che faceva da base al calcolo della condanna complessiva.
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Differenza tra riciclaggio e ricettazione: il caso dell’auto
Due imputati sono stati condannati per il reato di riciclaggio in relazione a un'auto rubata, a cui erano stati modificati telaio e targhe prima della vendita. Uno dei due rispondeva anche di truffa. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna. La Corte ha chiarito la differenza tra riciclaggio e ricettazione: il riciclaggio richiede condotte idonee a ostacolare l'identificazione della provenienza del bene con dolo generico di trasformazione, mentre la ricettazione si caratterizza per il dolo specifico di procurare a sé o ad altri un profitto. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e della Cassa delle ammende.
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Truffa contrattuale: condannato il legale che inganna l’amico
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa aggravata nei confronti di un legale. Il professionista ha abusato del rapporto di amicizia e fiducia con un cliente, facendosi consegnare circa ventimila euro in cinque anni per attività mai svolte, rassicurandolo falsamente tramite messaggi e email. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice inadempimento civile e contestava la prova del dolo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la sistematicità dei raggiri e l'assenza di prestazioni reali dimostrano la sussistenza di una vera e propria truffa contrattuale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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