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Art. 640 Codice Penale — Anno 2026

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722 provvedimenti

Altri anni per Art. 640 Codice Penale

Truffa e polizza falsa: la Cassazione annulla l’assoluzione
Il Tribunale di Catania aveva assolto un uomo dall'accusa di truffa perché il fatto non sussiste. Tuttavia, la sentenza conteneva una grave contraddizione: riconosceva come provato che l'imputato avesse incassato il denaro rilasciando una polizza assicurativa falsa, ma poi escludeva la prova del raggiro. Il Procuratore generale ha impugnato la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando l'illogicità della motivazione e la mancata valutazione delle dichiarazioni della vittima. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza di assoluzione e ha disposto un nuovo giudizio davanti a un diverso giudice del Tribunale di Catania, che dovrà riesaminare tutte le prove.
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Truffa aggravata all’INPS: finti braccianti ma condanne vere
Un gruppo di soggetti, tra cui datori di lavoro e finti lavoratori, ha organizzato una truffa aggravata ai danni dell'INPS. Attraverso la creazione di un'azienda agricola fittizia e la presentazione di false denunce aziendali e modelli occupazionali (D-mag), hanno simulato rapporti di lavoro inesistenti su terreni comunali non disponibili. Lo scopo era far percepire indebitamente indennità di disoccupazione e malattia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi degli imputati, confermando le condanne precedenti. La Corte ha chiarito che l'articolata messa in scena esclude il reato minore di indebita percezione di erogazioni pubbliche, configurando pienamente il reato di truffa aggravata, e ha confermato la sussistenza del falso ideologico per le dichiarazioni mendaci destinate a confluire nei registri pubblici.
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Reato continuato: no allo sconto di pena tra truffa e bancarotta
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un professionista che chiedeva il riconoscimento del reato continuato tra una truffa aggravata e una bancarotta fraudolenta. Il ricorrente sosteneva che la vicinanza temporale e il comune scopo di lucro dimostrassero un unico progetto criminoso. Tuttavia, i giudici hanno confermato la decisione del Tribunale di Pordenone: i due reati presentavano modalità esecutive, contesti e complici totalmente differenti. La truffa era stata compiuta ai danni di un cliente, mentre la bancarotta consisteva nella sottrazione di un immobile in danno dei creditori di un'altra società. La Suprema Corte ha chiarito che la semplice intenzione di arricchirsi o una generica inclinazione a delinquere non bastano a dimostrare una pianificazione unitaria originaria. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Differenza tra furto e truffa: se c’è consenso non è furto
Un uomo si è introdotto nell'abitazione di un'anziana signora fingendosi un corriere inviato dal nipote. La donna, ingannata, ha messo a disposizione i propri gioielli e gli ha persino fornito una scatola per riporli. I giudici di merito avevano condannato l'uomo per furto in abitazione aggravato. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso, evidenziando la fondamentale differenza tra furto e truffa. Nel furto lo spossessamento avviene contro la volontà della vittima, mentre nella truffa il passaggio del bene avviene con il consenso del proprietario, sebbene viziato dall'inganno. Poiché la vittima ha collaborato attivamente consegnando i beni, il fatto costituisce truffa e non furto. La sentenza è stata annullata con rinvio per la rideterminazione della pena.
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Fondi migranti: Onlus e associazione a delinquere smascherate
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre soggetti condannati per il reato di associazione a delinquere e truffa aggravata. Gli imputati avevano costituito diverse Onlus e cooperative fittizie al solo scopo di aggiudicarsi appalti pubblici indetti dalle prefetture per l'accoglienza dei migranti. Attraverso la presentazione di documenti incompleti, false fatturazioni e triangolazioni societarie, il gruppo drenava sistematicamente fondi pubblici per scopi personali. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale dei ricorrenti, evidenziando come la partecipazione al sodalizio criminoso fosse provata da intercettazioni telefoniche e flussi finanziari ingiustificati. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese processuali e delle spese di difesa a favore del Ministero dell'Interno.
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Truffa a consumazione prolungata: la ricarica che incastra
Due soggetti sono stati condannati per una truffa online legata alla finta vendita di un'auto. La vittima ha effettuato più pagamenti, l'ultimo dei quali su una carta ricaricabile. La difesa ha contestato la competenza del tribunale e la responsabilità della complice, intestataria delle schede telefoniche usate per il raggiro. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. Ha stabilito che, in caso di truffa a consumazione prolungata, il reato si consuma con l'ultimo pagamento. Se questo avviene su carta ricaricabile, il luogo di consumazione coincide con quello in cui la vittima esegue il versamento. Inoltre, l'intestazione delle utenze telefoniche, senza denunce di smarrimento, prova il concorso nel reato. I ricorrenti perdono la causa e devono pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Opposizione alla richiesta di archiviazione: no alla Cassazione
Il Giudice per le indagini preliminari ha disposto l'archiviazione di un procedimento per truffa. La Persona Offesa ha proposto ricorso per Cassazione contro l'ordinanza, lamentando la mancata fissazione dell'udienza camerale e l'erronea valutazione della tardività della sua opposizione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in seguito alle riforme legislative, l'ordinanza che decide sull'opposizione alla richiesta di archiviazione non è autonomamente impugnabile per cassazione, salvo il caso di abnormità dell'atto, qui non sussistente. Di conseguenza, la Persona Offesa è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Reato continuato: la Cassazione sblocca il cumulo delle pene
Il Tribunale di Trento dichiarava inammissibile la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato presentata da un condannato, ritenendo che una precedente decisione avesse gia precluso la valutazione di una condanna per bancarotta. Il condannato proponeva ricorso per cassazione, sostenendo che tale reato non fosse stato oggetto della precedente istanza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il perimetro dell'incidente di esecuzione e delimitato esclusivamente dalla richiesta della parte (petitum) e non dall'intero cumulo delle pene. Di conseguenza, non opera alcuna preclusione processuale per i reati mai sottoposti a precedente esame. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione sul merito della continuazione.
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Minorata difesa: l’età non basta se l’anziano sventa la truffa
Un uomo ha tentato la truffa dello specchietto ai danni di una donna di 79 anni. La vittima, molto vigile, ha rifiutato di pagare in contanti, ha fotografato l'auto del truffatore e lo ha denunciato. Il Tribunale del Riesame ha applicato la misura dell'obbligo di dimora ritenendo sussistente l'aggravante della minorata difesa basandosi solo sull'età avanzata della donna. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che l'età avanzata non fa scattare automaticamente l'aggravante della minorata difesa. La vulnerabilità della vittima deve essere valutata in concreto: se la persona offesa si dimostra reattiva e sventa il raggiro, l'aggravante non può essere applicata per una mera valutazione astratta o di apparenza.
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Reato di truffa: la Cassazione condanna chi non paga il trasporto
L'Imputato ha utilizzato un'utenza telefonica a lui intestata per raggirare un fornitore, inducendolo a eseguire prestazioni di trasporto senza poi pagare il corrispettivo. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa, respingendo la richiesta di riqualificare il fatto in insolvenza fraudolenta. I giudici hanno chiarito che l'utilizzo di specifici artifizi e raggiri supera la semplice dissimulazione dello stato di insolvenza. Inoltre, la Suprema Corte ha negato la particolare tenuità del fatto e le attenuanti generiche a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo e della mancata riparazione del danno. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa con ricarica Postepay: finto smarrimento e condanna
Un uomo ha attivato una carta prepagata utilizzandola per ricevere il pagamento di una finta vendita di un'auto di cui non aveva la disponibilità. Tre giorni dopo l'accredito, ha denunciato lo smarrimento della carta per allontanare i sospetti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa, dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno ribadito che chi incassa il denaro di un illecito si presume sia l'autore del reato o un suo complice, salvo prova contraria. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria. Questa decisione consolida l'orientamento sulla responsabilità penale nei casi di truffa con ricarica Postepay.
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Truffa tramite ricarica Postepay: l’intestatario paga senza prove
Una donna è stata condannata per il reato di truffa dopo che la vittima, ingannata da artifizi e raggiri, ha accreditato somme di denaro su una carta Postepay a lei intestata. La difesa ha impugnato la sentenza sostenendo la mancanza di prove dirette sulla condotta materiale della donna. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la responsabilità penale per la truffa tramite ricarica Postepay può essere attribuita direttamente all'intestatario della carta. Questo avviene anche senza la prova dell'esecuzione materiale del raggiro, qualora vi siano indizi precisi come l'intestazione della carta, l'immediato accredito delle somme, l'assenza di denunce di smarrimento e la successiva irreperibilità del titolare. Di conseguenza, l'imputata perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Truffa e particolare tenuità del fatto: la Cassazione dice no
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per truffa emessa dalla Corte d'appello. La difesa ha richiesto l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e la concessione delle circostanze attenuanti generiche, depositando però in ritardo la memoria difensiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che l'attività truffaldina pianificata dall'Imputato non può beneficiare della particolare tenuità del fatto a causa della gravità della condotta, dell'abitualità del comportamento e della capacità a delinquere del soggetto. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Concorso in truffa: se presti la carta rischi la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per concorso in truffa. L'imputato era l'intestatario di una carta prepagata sulla quale erano confluite le somme di denaro sottratte alle vittime del reato. La Suprema Corte ha ribadito che, secondo una massima di esperienza, chi riceve il profitto di un reato si presume abbia partecipato alla condotta ingannevole. Di conseguenza, spetta all'intestatario della carta dimostrare elementi concreti che lo escludano dalla truffa, senza che questo costituisca un'inversione dell'onere della prova. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa contrattuale o semplice ritardo? La Cassazione decide
Un venditore propone online un telefono cellulare, riceve il pagamento ma non consegna l'oggetto. Il Tribunale lo assolve dall'accusa di truffa perché il venditore possedeva realmente il telefono, avendo fornito foto e codice IMEI. La Procura Generale ricorre in Cassazione, sostenendo che l'uso del proprio conto e telefono non escludesse il reato. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. I giudici confermano che la mancata consegna, senza inganni iniziali, costituisce un semplice inadempimento civile e non il reato di truffa contrattuale. Il venditore viene quindi definitivamente assolto.
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Ricatto online: per la Cassazione è estorsione e non truffa
Una donna è stata condannata per il reato di estorsione dopo aver inviato messaggi minatori da un telefono a lei intestato e aver incassato somme di denaro su carte Postepay di sua proprietà. La vittima era stata agganciata tramite un annuncio a sfondo sessuale online. La difesa ha chiesto di riqualificare il fatto come truffa, sostenendo l'assenza di una vera minaccia. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che si tratta di estorsione e non di truffa quando vi è la prospettazione di un male credibile che costringe la vittima a pagare, annullando la sua libera scelta. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Responsabilità amministrativa degli enti: no a truffa a S.p.A.
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna di una società appaltatrice per la responsabilità amministrativa degli enti. L'azienda era stata sanzionata in relazione a una presunta truffa aggravata ai danni di una società di progettazione ferroviaria controllata dallo Stato. La Suprema Corte ha chiarito che la vittima, pur gestendo un servizio pubblico, opera come soggetto privato sul mercato libero e non è un ente pubblico. Di conseguenza, il reato commesso si configura come truffa semplice, la quale non rientra nell'elenco dei reati che possono far scattare la responsabilità amministrativa degli enti. Mancando il reato presupposto, la condanna della società è stata definitivamente cancellata perché il fatto non sussiste.
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Reato continuato: no allo sconto di pena se manca il piano unico
Il Condannato ha chiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato tra due condanne definitive: una per estorsione aggravata e l'altra per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e all'autoriciclaggio. La difesa sosteneva che tutti i reati derivassero da un unico disegno criminoso, poiché commessi per reperire denaro necessario a pagare i propri estorsori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del giudice dell'esecuzione. I giudici hanno chiarito che il reato continuato richiede un'unica programmazione iniziale. Nel caso specifico, l'estorsione è stata frutto di una scelta improvvisa ed estemporanea, del tutto autonoma rispetto al piano sistematico delle truffe associative ideato in precedenza. Di conseguenza, la semplice condivisione di un movente economico successivo non è sufficiente a unificare reati nati da decisioni diverse.
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Truffa ai danni dello Stato: bus falsi e costi burocratici
Un imprenditore, titolare di una ditta di noleggio autobus, ha falsificato tre nullaosta comunali per reimmatricolare veicoli con licenza revocata. Presentando i documenti falsi alla Motorizzazione Civile, ha ottenuto le carte di circolazione. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per falso e truffa ai danni dello Stato. I giudici hanno chiarito che la truffa ai danni dello Stato si configura anche quando il danno per l'ente pubblico consiste nel mero dispendio di risorse umane ed economiche impiegate per gestire la pratica fraudolenta. Il ricorso dell'imprenditore è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Finto autista e truffa contrattuale: la condanna è definitiva
Un soggetto ha ottenuto una fornitura di lubrificante presentandosi falsamente come autista autorizzato di un cliente di fiducia del venditore. Ha pagato la merce con un assegno non incassabile a causa di una firma falsa, rendendosi poi irreperibile. Originariamente accusato di insolvenza fraudolenta, il giudice ha riqualificato il fatto in truffa contrattuale. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno di reclusione. I giudici hanno chiarito che la riqualificazione del reato è legittima se il nucleo della condotta ingannevole rimane lo stesso e l'imputato ha potuto difendersi concretamente durante il processo. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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