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Art. 640 Codice Penale — Anno 2026

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722 provvedimenti

Altri anni per Art. 640 Codice Penale

Reato continuato in sede esecutiva: no al rigetto sommario
Un condannato ha richiesto al Tribunale l'applicazione della disciplina del reato continuato in sede esecutiva per unificare le pene relative a sette diverse condanne definitive, riguardanti prevalentemente reati di truffa e sostituzione di persona. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta sostenendo che la distanza geografica e l'arco temporale di oltre tre anni dimostrassero una mera abitudine a delinquere. La Corte di Cassazione ha annullato tale ordinanza, stabilendo che il giudice non può limitarsi a motivazioni generiche e sommarie. L'autorità giudiziaria deve compiere un esame approfondito dei singoli fatti e valorizzare l'omogeneità dei reati, compresi i precedenti riconoscimenti di continuazione già concessi.
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Condanna per reato di truffa: ricorso respinto e sanzione
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la pronuncia di secondo grado che confermava la sua responsabilità penale per il reato di truffa. Il ricorrente sosteneva che i giudici avessero valutato in modo contraddittorio le prove e violato la corrispondenza tra l'accusa originaria e la decisione finale. I magistrati di legittimità hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile. La Corte ha chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti già accertati dai giudici di merito. La ricostruzione della condotta fraudolenta, basata sulle dichiarazioni delle persone offese, è apparsa del tutto logica e coerente. L'Imputato perde definitivamente la causa ed è condannato al pagamento delle spese legali e a una sanzione di tremila euro.
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Truffa e-commerce: ricorso generico e condanna confermata
L'Imputata, coinvolta in una complessa vicenda di Truffa e-commerce ai danni di numerose persone offese, propone ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna emessa dalla Corte d'Appello. La difesa contesta la valutazione delle prove, la qualificazione del reato e la misura della pena. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso del tutto inammissibile. I giudici rilevano la genericità delle doglianze, che si limitano a ripetere gli argomenti già respinti nei precedenti gradi di giudizio senza un reale confronto critico con la sentenza. Inoltre, le contestazioni sulla pena risultano tardive, poiché l'Imputata non le ha presentate in appello. L'Imputata perde la causa ed subisce la condanna al pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Truffa online e querela: senza denuncia il processo si ferma
La Corte di Cassazione ha confermato l'improcedibilità del processo per truffa telematica a carico dell'imputata, causa mancanza di querela della persona offesa. La Procura Generale sosteneva che la trattativa via web integrasse l'aggravante della minorata difesa, rendendo il reato perseguibile d'ufficio. I giudici hanno chiarito la disciplina della **Truffa online e querela**: la riforma normativa ha introdotto una specifica aggravante per le condotte telematiche a distanza (art. 640, comma 2, n. 2-ter c.p.), enucleandola dalla generica minorata difesa. Per questa specifica fattispecie, la legge prevede espressamente la procedibilità a querela. Di conseguenza, senza la tempestiva denuncia della vittima, l'azione penale non può essere esercitata.
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Utilizzabilità delle intercettazioni e truffa: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi presentati da più persone condannate per truffe seriali e associazione a delinquere. La difesa ha contestato la legittimità delle prove raccolte tramite registrazioni ambientali derivanti da una diversa indagine per omicidio. I giudici hanno stabilito che l'utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da un altro procedimento richiede una motivazione rigorosa sulla sussistenza di una connessione qualificata tra le fattispecie. Mancando tale verifica, la Suprema Corte ha annullato la sentenza con rinvio per quattro imputati limitatamente al reato associativo. Ha inoltre dichiarato estinto il reato associativo per intervenuta prescrizione nei confronti di un quinto ricorrente privo di recidiva, confermando in via definitiva le condanne per le singole truffe.
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Truffa online: la Cassazione apre alle pene sostitutive
Un uomo è stato condannato per il reato di truffa online per aver finto la vendita di un veicolo su internet nel 2020, incassando il denaro su una carta prepagata senza mai consegnare il mezzo. La Corte di Cassazione ha confermato la sua responsabilità penale, ritenendo decisive la titolarità della scheda telefonica e della carta usate per il raggiro. L'imputato aveva anche eccepito l'incompetenza del giudice, ma la scelta del rito abbreviato ha reso inammissibile la contestazione. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno accolto il ricorso in merito alla richiesta di pene sostitutive. La Corte ha stabilito che il divieto di cumulare la sospensione condizionale con le pene sostitutive, introdotto dalla Riforma Cartabia, non si applica ai reati commessi prima della sua entrata in vigore. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per valutare l'applicazione delle pene sostitutive.
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Limiti alla retrodatazione dei termini di custodia cautelare
Un'indagata subisce due ordinanze cautelari per reati di associazione per delinquere e truffe aggravate agli anziani. La difesa chiede la retrodatazione dei termini di custodia cautelare della seconda misura alla data di esecuzione della prima, sostenendo che gli elementi probatori fossero già conoscibili prima del rinvio a giudizio. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso confermando la decisione del Tribunale. I giudici evidenziano che la seconda ordinanza riguarda un gruppo criminale riorganizzato e fatti successivi emersi da informative complesse. La mera presenza di notizie di reato non equivale alla concreta desumibilità del quadro indiziario, necessitando il tempo tecnico di elaborazione da parte degli inquirenti. L'indagata resta pertanto legittimamente in carcere.
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Truffa contrattuale con falsi assegni: condanna confermata
Un uomo si è presentato a una persona fingendosi un importante e ben introdotto imprenditore del settore negoziale. Attraverso questa falsa identità e la promessa dell'autenticità di alcuni assegni bancari, l'autore ha raggirato la vittima facendosi consegnare beni di valore. L'operazione ha procurato un ingiusto profitto all'autore e un grave danno economico al malcapitato. I giudici di merito hanno condannato l'uomo per il reato di truffa contrattuale. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando difetti motivazionali della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché mirava solo a ottenere una nuova valutazione delle prove. La condanna è divenuta definitiva con l'obbligo di pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Tentata estorsione con metodo mafioso: il rifiuto della vittima
Un uomo si è presentato presso due imprenditori chiedendo un regalo di Natale e facendo esplicito riferimento al pizzo per conto di terzi. Le vittime hanno rifiutato la richiesta e hanno sporto immediata denuncia. I giudici hanno applicato la misura degli arresti domiciliari per il reato di tentata estorsione con metodo mafioso. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'inefficacia della minaccia e chiedendo la riqualificazione del fatto in truffa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'idoneità della minaccia si valuta all'inizio dell'azione e che la ferma reazione delle vittime non cancella il reato. Inoltre, l'uso di termini come pizzo evoca la forza intimidatrice mafiosa, indipendentemente dall'esistenza di reali mandanti. L'indagato rimane agli arresti domiciliari e deve pagare le spese processuali.
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Inammissibilità del ricorso per truffa: condanna definitiva
L'Imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di truffa. Contro la decisione della Corte d'Appello la difesa ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione delle norme processuali e di diritto penale sostanziale. La difesa contestava la sussistenza degli elementi del reato e la congruenza della pena inflitta. I giudici di legittimità hanno dichiarato la genericità delle censure, evidenziando che il ricorso richiedeva una inammissibile rilettura delle prove, preclusa alla Corte di Cassazione in presenza di una motivazione coerente e logica. La misura della pena risultava adeguatamente giustificata in relazione alla gravità del fatto e all'intensità del dolo. La Corte ha stabilito l'inammissibilità del ricorso per truffa, condannando l'Imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Differenza tra estorsione e truffa: la Cassazione conferma
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare la propria condanna da estorsione a truffa. Il ricorrente sosteneva che la condotta fosse una semplice truffa vessatoria. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito la Differenza tra estorsione e truffa: l'estorsione ricorre quando l'autore prospetta un pericolo reale e dipendente dalla propria volontà, esercitando una coercizione sulla vittima. La truffa riguarda invece inganni o pericoli immaginari legati a forze non reali che il comune discernimento individua come falsi. La minaccia percepita come seria integra l'estorsione. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato di truffa: la recidiva blocca lo sconto di pena
L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di truffa. La difesa ha contestato la ricostruzione dei fatti, il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e la negata concessione della sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può riesaminare le prove storiche della vicenda. Inoltre, la presenza di un reato precedente analogo dimostra l'abitualità del comportamento, impedendo l'applicazione della causa di non punibilità per tenue entità e giustificando il giudizio negativo sulla futura condotta dell'Imputata. L'Imputata perde il ricorso e deve pagare le spese processuali oltre a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Remissione tacita della querela: l’assenza non evita la condanna
Un cittadino condannato per truffa ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che l'assenza delle vittime in udienza costituisse una remissione tacita della querela. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la remissione tacita della querela si verifica soltanto se il querelante, regolarmente citato come testimone, non si presenta in aula senza giustificato motivo. Nel caso specifico, il processo si è svolto con rito abbreviato e le persone offese non avevano ricevuto alcuna citazione a testimoniare. L'assenza delle vittime non cancella il reato. Di conseguenza, l'imputato deve scontare la condanna, pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende per la presentazione di un ricorso inammissibile.
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Truffa estinta in Cassazione con la remissione della querela
Un cittadino, condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di truffa, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando difetti di motivazione. Nelle more del giudizio di legittimità, la persona offesa ha formalmente ritirato la denuncia ed è intervenuta la relativa accettazione dell'imputato. La Corte di Cassazione ha verificato la tempestività degli atti e l'assenza di elementi per una assoluzione piena nel merito. Essendo la truffa un reato procedibile a querela di parte, i giudici hanno dichiarato l'estinzione del reato per intervenuta remissione della querela per truffa, annullando la sentenza impugnata senza rinvio e ponendo le spese processuali a carico dell'imputato.
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Reato di truffa e querela valida: ricorso respinto in Cassazione
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna per il reato di truffa. La difesa sosteneva la carenza di motivazione e l'invalidità della querela, ritenuta presentata da un soggetto non legittimato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità. Inoltre, la doglianza sulla querela è risultata del tutto infondata, poiché l'atto era firmato sia dalla persona indotta in errore sia dalla persona offesa. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione: condanna definitiva
L'Imputato, condannato per furto in abitazione e truffa aggravata, ha proposto ricorso lamentando l'ingiusta applicazione dell'aggravante della minorata difesa. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché il ricorrente non aveva sollevato questa specifica contestazione durante il precedente giudizio d'appello. La legge vieta infatti di proporre per la prima volta in Cassazione motivi che non sono stati preventivamente sottoposti ai giudici di secondo grado. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale per i reati contestati.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermata la truffa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa a carico del ricorrente, dichiarando l'inammissibilità del ricorso per cassazione. L'imputato lamentava l'invalidità delle notifiche degli atti giudiziari, sostenendo che l'avviso di conclusione delle indagini fosse nullo perché consegnato alla moglie e che l'avviso di udienza preliminare mancasse di una pagina. I giudici hanno respinto le tesi difensive, confermando la piena validità della notifica al coniuge convivente in assenza di prova contraria. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso riproducevano in modo generico le stesse censure già respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza muovere una critica specifica alla sentenza impugnata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa con carta prepagata: il ricorso vuoto conferma la condanna
Un uomo, accusato del reato di truffa, ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di condanna della Corte di Appello. La vittima aveva descritto dettagliatamente il raggiro e i soldi erano finiti direttamente su una carta prepagata intestata all'imputato. La difesa ha contestato la decisione in modo del tutto generico, senza indicare i motivi di diritto e senza confrontarsi con le motivazioni dei giudici d'appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'atto di impugnazione non può ignorare le motivazioni della sentenza precedente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna per truffa con carta prepagata e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa e particolare tenuità del fatto: la Cassazione nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per truffa. L'imputato contestava la valutazione delle prove e chiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno confermato la condanna, escludendo il beneficio richiesto. La decisione si basa sul valore economico non modesto del danno e sulle modalità insidiose del raggiro. Inoltre, la condotta non è stata considerata occasionale a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo. La Cassazione ha quindi confermato la pena inflitta nei precedenti gradi di giudizio, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa tramite ricarica Postepay: la carta intestata condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per il reato di truffa tramite ricarica Postepay. La vittima aveva accreditato una somma di denaro su una carta prepagata intestata all'imputato, il quale non aveva mai sporto denuncia per il furto o lo smarrimento della stessa. I giudici hanno stabilito che i motivi del ricorso erano del tutto generici, in quanto si limitavano a riproporre le medesime difese già respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza confrontarsi con le motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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