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Art. 640 Codice Penale — Anno 2026

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722 provvedimenti

Altri anni per Art. 640 Codice Penale

Revoca della sospensione condizionale: truffa e guida illecita
La Procura della Repubblica ha chiesto la revoca della sospensione condizionale concessa a una persona condannata per truffa. Durante il quinquennio di prova, il condannato ha commesso due violazioni del codice antimafia guidando senza patente mentre era sottoposto a misura di prevenzione. L'accusa sosteneva che i reati fossero della stessa indole, poiché l'uso dell'auto serviva per raggiungere i luoghi delle truffe. Il Tribunale ha respinto la richiesta di revoca evidenziando la totale diversità tra la tutela del patrimonio e la violazione dell'ordine pubblico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno chiarito che il legame strumentale tra reato mezzo e reato fine non dimostra la medesima indole. Il condannato conserva quindi il beneficio della sospensione condizionale.
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Reato di sostituzione di persona: nome falso e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per truffa e per il reato di sostituzione di persona. L'uomo si era presentato alle persone offese spendendo un nome falso e dichiarando un fittizio rapporto di parentela con un terzo soggetto. La difesa ha impugnato la sentenza di secondo grado riproponendo le medesime censure già respinte dalla Corte di Appello. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso totalmente inammissibile per difetto di specificità, evidenziando che l'attribuzione di generalità false integra perfettamente il delitto contestato. L'imputato deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato negato tra truffe seriali e tossicodipendenza
Un condannato per plurime truffe ha presentato richiesta al giudice dell'esecuzione per ottenere il riconoscimento della continuazione tra diverse sentenze definitive. L'interessato ha sostenuto che i reati fossero legati dal medesimo disegno criminoso e spinti dalla necessità di procurarsi denaro a causa della propria tossicodipendenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del giudice territoriale. I giudici hanno chiarito che il reato continuato richiede la prova di una pianificazione unitaria preventiva e non la semplice contiguità temporale o la medesima spinta motivazionale. L'esecuzione di illeciti estemporanei contro vittime scelte sul momento manifesta una mera abitualità a delinquere, impedendo l'applicazione del trattamento sanzionatorio di favore.
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Auto fantasma e reato di truffa: la Cassazione
Un venditore ha messo in vendita un veicolo inesistente, inducendo in errore la vittima e incassando il denaro. Condannato per il reato di truffa, l'uomo ha proposto ricorso per ottenere la riqualificazione in insolvenza fraudolenta, l'esclusione della punibilità per particolare tenuità e la concessione delle attenuanti. I giudici hanno dichiarato inammissibile l'impugnazione. La condotta non consisteva nel semplice nascondere la propria incapacità di pagare, ma nell'architettare una falsa realtà per ingannare la persona offesa. Inoltre, il danno economico consistente esclude la particolare tenuità del danno.
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Truffa online: la carta intestata inchioda senza alibi plausibili
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa online a carico di un soggetto sul cui conto di pagamento era confluito il denaro estorto alla vittima. L'imputato ha contestato l'utilizzabilità del casellario giudiziale e la valutazione delle prove sulla sua colpevolezza. I giudici supremi hanno ribadito che l'accredito dei proventi illeciti su una carta di pagamento intestata all'indagato costituisce prova decisiva del suo ruolo esecutivo, soprattutto se l'intestatario non dimostra lo smarrimento o il furto della carta stessa e non offre alcuna spiegazione logica alternativa. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Truffa online: incassa 460 euro e la Cassazione lo condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa online a carico dell'intestatario di una carta di pagamento utilizzata per incassare i proventi del raggiro. La vittima aveva versato 460 euro credendo di stipulare una polizza assicurativa vantaggiosa. La difesa dell'imputato sosteneva l'estraneità ai fatti o un ruolo marginale, invocando un mero inadempimento contrattuale. I giudici hanno invece ribadito che l'incasso del denaro su una carta attivata poco prima con documento personale fa scattare una presunzione di colpevolezza diretta. Senza una denuncia di furto o una valida ricostruzione alternativa, chi riceve il profitto risponde del reato.
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Reato di estorsione e condanna definitiva dopo ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per il reato di estorsione e per un secondo delitto contro il patrimonio. La difesa chiedeva di derubricare i fatti contestati in tentativo di estorsione o in truffa, invocando anche una causa di non punibilità e criticando l'attendibilità della persona offesa. I giudici supremi hanno dichiarato inammissibile il ricorso perché l'imputato ha riproposto censure generiche già respinte nei precedenti gradi di giudizio, pretendendo un riesame delle prove precluso in sede di legittimità. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva con sanzione pecuniaria aggiuntiva a carico del ricorrente.
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Concorso nel reato di truffa: conto aperto e dati usati
Un soggetto contesta la condanna per concorso nel reato di truffa sostenendo l'utilizzo inconsapevole dei propri dati personali. Sul suo conto corrente, aperto personalmente con documento d'identità, erano confluiti i proventi illeciti dell'operazione ingannevole. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile: la tesi difensiva appare del tutto inverosimile in mancanza di prove contrarie e si risolve in una mera richiesta di rivalutazione del merito. Confermata la responsabilità penale e la sanzione, con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione negate: conta la condotta
Un condannato per truffa e appropriazione indebita ha richiesto l'affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto le istanze. Il magistrato ha riscontrato un atteggiamento manipolatorio e la mancata presa di coscienza dei reati commessi, nonostante la buona condotta carceraria e un'offerta di lavoro. Il recluso ha proposto ricorso per cassazione lamentando una valutazione ingiusta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La concessione delle misure alternative alla detenzione richiede una valutazione discrezionale complessiva del giudice sulla reale rieducazione e sul rischio di recidiva.
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Reddito di cittadinanza e truffa: finta povertà e condanna penale
Un cittadino ha richiesto il sussidio statale dichiarando una finta disoccupazione e l'assenza totale di redditi e immobili. Le autorità hanno invece scoperto un patrimonio rilevante: il richiedente gestiva società estere, movimentava centinaia di migliaia di euro sui conti bancari e azzerava i saldi prima dei controlli con trasferimenti continui di denaro. I giudici di merito lo hanno condannato per falsità nelle dichiarazioni e per il reato di reddito di cittadinanza e truffa ai danni dello Stato. L'imputato ha impugnato la sentenza sostenendo l'automatismo delle erogazioni, l'assenza di inganno e l'abrogazione della norma incriminatrice. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e ha confermato la condanna penale, ribadendo che i trucchi patrimoniali integrano il delitto e che la cancellazione del sussidio non estingue i reati commessi in precedenza.
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Truffa telematica: l’errore anagrafico non cancella la condanna
Una donna ha subito una condanna per il reato di truffa telematica commesso mediante false offerte di alloggi per vacanze online. La vittima ha versato il denaro a distanza senza ottenere l'alloggio promesso. La difesa dell'imputata ha impugnato la decisione lamentando un errore nell'indicazione della data di nascita negli atti processuali e contestando l'applicazione dell'aggravante della minorata difesa telematica. I giudici di legittimità hanno respinto integralmente il ricorso. La Corte ha stabilito che la semplice imperfezione anagrafica non annulla il processo quando l'identità fisica dell'imputata risulti certa e accertata dalle indagini. Inoltre, la vendita a distanza tramite strumenti digitali integra pienamente l'aggravante perché impedisce alla vittima un controllo preventivo efficace. L'imputata perde il ricorso e deve pagare le spese legali e la sanzione pecuniaria.
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Ordinanza di archiviazione: ricorso nullo e sanzione
Un padre denuncia i figli per una presunta truffa immobiliare. Il Giudice per le indagini preliminari dispone l'archiviazione del fascicolo penale per mancanza di prove sufficienti. La persona offesa impugna direttamente il provvedimento davanti alla Corte di Cassazione, contestando la motivazione del giudice e sostenendo l'esistenza di un atto abnorme. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. La legge stabilisce che contro l'ordinanza di archiviazione non è ammesso il ricorso per Cassazione, ma esclusivamente il reclamo dinanzi al tribunale monocratico nei soli casi di violazione del contraddittorio. Il ricorrente subisce la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Persona offesa nella compravendita auto: truffa e condanna
Un acquirente concorda l'acquisto di una vettura, ritira il veicolo ma omette il pagamento del prezzo pattuito. In sede giudiziaria, l'imputato nega la responsabilità penale e contesta la qualifica della venditrice, munita di procura per la vendita, sostenendo che ella non sia la reale vittima del fatto. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La Suprema Corte stabilisce che chi gestisce la cessione del mezzo con formale procura e sopporta l'ammanco finanziario assume la piena qualifica di persona offesa nella compravendita auto. L'acquirente inadempiente subisce la condanna definitiva al pagamento delle spese legali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Truffa contachilometri scalati: condanna confermata dalla Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti del socio di una concessionaria per il reato di truffa contachilometri scalati. L'imputato aveva venduto a un acquirente un'automobile usata dichiarando una percorrenza di soli 100 mila chilometri, a fronte di oltre 260 mila chilometri reali accertati successivamente tramite una verifica tecnica specializzata. La difesa ha contestato la responsabilità del venditore e la tempestività della querela presentata dalla persona offesa. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso: la piena consapevolezza del raggiro decorre dalla perizia ufficiale e il ruolo operativo del socio nell'attività di vendita prova la sua colpevolezza. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna dell'imputato al risarcimento e al pagamento delle spese legali.
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Ne bis in idem processuale: quando scatta il divieto
L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la violazione del principio del ne bis in idem processuale in un procedimento per truffa. Il ricorrente sosteneva che i giudici di merito avessero giudicato nuovamente un fatto già oggetto di una precedente decisione giudiziaria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il divieto di secondo giudizio scatta solo quando vi è una perfetta coincidenza tra condotta, nesso causale ed evento naturalistico concreto. Se l'azione ha prodotto un evento storico diverso o leso una persona non compresa nel primo processo, il nuovo giudizio è pienamente legittimo.
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Truffa nella compravendita immobiliare: abusi e condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa aggravata a carico di una venditrice che aveva promesso in vendita un villino attestando falsamente la totale regolarità urbanistica con risalenza dell'edificio a prima del settembre 1967. In realtà, la venditrice aveva eseguito personalmente opere abusive non sanabili negli anni successivi. La Corte d'appello aveva ribaltato l'assoluzione di primo grado, rilevando la piena consapevolezza dell'inganno. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ritenendo integrata la truffa nella compravendita immobiliare e pienamente rispettato l'obbligo di motivazione rafforzata senza necessità di riascoltare i testimoni.
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Truffa aggravata e finta protezione: Cassazione conferma la pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa aggravata a carico di un soggetto che fingeva di appartenere ai servizi segreti per estorcere ingenti somme di denaro alla vittima. Il colpevole sfruttava conflitti personali preesistenti della persona offesa per prospettare pericoli inesistenti e complotti imminenti. L'imputato offriva una protezione fittizia a fronte di continui versamenti di denaro su carte prepagate e in contanti. I giudici hanno respinto il ricorso difensivo, chiarendo che l'aggravante del pericolo immaginario sussiste anche quando l'autore del reato parte da fatti reali per ingenerare una paura priva di fondamento. La Suprema Corte ha ritenuto pienamente attendibili le dichiarazioni della persona offesa e dei testimoni, confermando la piena validità del quadro probatorio e la legittimità della pena inflitta.
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Sequestro conservativo penale: beni bloccati anche senza dolo
Due soggetti affrontano un processo per truffa e appropriazione indebita ai danni di vari condomini. Le persone offese, costituite parti civili, ottengono il sequestro conservativo penale sui beni degli imputati fino a oltre 400.000 euro per tutelare i risarcimenti. Gli imputati contestano la quantificazione del debito e negano l'esistenza di pericoli di dispersione del patrimonio, sostenendo l'assenza di manovre speculative. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i loro ricorsi. I giudici stabiliscono che il vincolo cautelare è legittimo quando il patrimonio del debitore appare insufficiente a garantire i crediti, anche senza la prova di condotte fraudolente attive di svuotamento dei beni.
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Insolvenza fraudolenta e truffa: la netta distinzione
L'Imputato ha presentato ricorso per contestare la qualificazione giuridica del fatto contestato come insolvenza fraudolenta anziché altro reato o condotta lecita. La Suprema Corte ha ribadito la netta distinzione tra le fattispecie patrimoniali: la truffa richiede una simulazione attiva tramite artifici o raggiri, mentre l'insolvenza fraudolenta si consuma con la semplice dissimulazione e il silenzio sul proprio reale stato economico al momento di contrarre un'obbligazione. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato e lo hanno condannato al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa per finta cecità: serve la perizia clinica
Diversi cittadini subivano una condanna per il reato di truffa per finta cecità ai danni dell'ente previdenziale. Gli investigatori avevano documentato lo svolgimento autonomo di alcune azioni quotidiane, ritenendole incompatibili con la cecità assoluta. Gli imputati contestavano la decisione evidenziando che la legge include nella cecità assoluta anche deficit specifici compatibili con abilità residue e compensative. La Corte di Cassazione ha accolto i ricorsi difensivi, annullando la sentenza d'appello con rinvio. I giudici di merito hanno rifiutato una perizia tecnica con motivazioni superficiali ed empiriche, senza confrontarsi con i rilievi scientifici delle difese.
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