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Art. 493-ter Codice Penale — Sezione Settima Penale

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Altri anni per Art. 493-ter Codice Penale

Ricorso contro il patteggiamento: limiti e rischi
Un imputato ha concordato una pena davanti al Giudice per le Indagini Preliminari per reati di furto aggravato e utilizzo indebito di carte di credito. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso per cassazione lamentando la mancata assoluzione immediata da parte del giudice. La Suprema Corte ha ricordato che la legge limita rigorosamente le ragioni per impugnare una sentenza concordata. Il ricorso contro il patteggiamento è consentito solo per vizi della volontà, difetto di correlazione tra richiesta e sentenza, errata qualificazione giuridica o illegalità della pena. L'omessa pronuncia di proscioglimento non rientra tra questi motivi tassativi. I giudici hanno dichiarato inammissibile l'impugnazione, condannando il ricorrente alle spese e a una sanzione di quattromila euro.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: limiti e sanzione
Due imputati hanno concordato una pena con la procura davanti al Tribunale per furto, uso indebito di carte di credito e resistenza a pubblico ufficiale. Successivamente, entrambi hanno presentato ricorso per cassazione contro patteggiamento lamentando che il giudice di merito avrebbe dovuto proscioglierli d'ufficio per insussistenza del reato anziché applicare la pena concordata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La legge limita in modo tassativo i motivi per contestare una sentenza negoziata: il difetto di motivazione sul proscioglimento non rientra tra i vizi deducibili. I ricorrenti hanno perso il ricorso e devono versare le spese e quattromila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Furto aggravato sul lavoro: borsa rubata e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per furto aggravato e indebito utilizzo di una carta di pagamento. Il colpevole aveva sottratto un borsellino da una borsa lasciata temporaneamente incustodita all'interno di un circolo parrocchiale. La vittima aveva riposto l'accessorio per svolgere mansioni lavorative urgenti e non differibili. La Suprema Corte ha confermato che sussiste l'aggravante dell'esposizione a pubblica fede quando l'impossibilità di custodire il bene deriva da reali necessità professionali e non da mera incuria. Le registrazioni delle telecamere di sicurezza e la perfetta coincidenza temporale tra il furto e i pagamenti illeciti hanno inchiodato il responsabile, condannato anche al pagamento delle spese legali e a una sanzione pecuniaria.
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Indebito utilizzo di carte di pagamento: basta inserire la carta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per i reati di ricettazione e indebito utilizzo di carte di pagamento. Il soggetto aveva ricevuto una carta Bancoposta precedentemente smarrita dal titolare e l'aveva inserita nello sportello bancomat tenendo in mano un foglietto con il codice segreto. La difesa sosteneva che il reato fosse solo tentato, non essendovi stato alcun prelievo effettivo, e che la condotta andasse qualificata come frode informatica assorbita dalla ricettazione. I giudici hanno chiarito che l'impossessamento di una carta smarrita integra il furto e la sua successiva ricezione costituisce ricettazione. Inoltre, il delitto di indebito utilizzo si perfeziona con il semplice inserimento della tessera nella fessura dell'ATM, a prescindere dal buon fine dell'operazione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese.
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Ricorso contro il patteggiamento: accordo chiuso e rigetto
L'Imputata concordava una pena di due anni di reclusione per reati di furto in abitazione e uso indebito di carte di pagamento. Successivamente, la difesa proponeva ricorso per Cassazione contestando il calcolo della pena e il pagamento delle spese di mantenimento in carcere. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione. La legge limita in modo stringente i casi in cui è consentito il ricorso contro il patteggiamento, escludendo il riesame del calcolo della sanzione liberamente pattuita. Inoltre, l'esenzione dalle spese processuali per pene fino a due anni non include mai le spese di custodia in carcere. La ricorrente perde il ricorso e subisce la condanna al versamento di quattromila euro alla Cassa delle Ammende oltre alle spese.
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Indebito utilizzo della carta bancomat: profitto non necessario
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'imputata per furto, tentato furto e indebito utilizzo della carta bancomat. La difesa sosteneva che il reato finanziario richiedesse l'effettivo conseguimento del profitto e la consapevolezza del danno alla vittima. I giudici hanno chiarito che il reato sussiste anche se il guadagno non si realizza concretamente, poiché basta l'intenzione iniziale di arricchirsi ingiustamente. Inoltre, la videosorveglianza non esclude l'aggravante del furto se le telecamere servono solo a posteriori. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato la ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carte di pagamento: condanna confermata
La vicenda riguarda la condanna di un soggetto per furto e indebito utilizzo di carte di pagamento compiuti in concorso con altre persone. L'imputata ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la Corte d'Appello avesse motivato la decisione con un semplice richiamo alla sentenza di primo grado. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile per manifesta infondatezza. La responsabilità penale risulta infatti pienamente dimostrata dalla querela della vittima, dalle immagini registrate dalle telecamere di videosorveglianza e dalle deposizioni dei testimoni, elementi che escludono ogni spiegazione alternativa. L'imputata perde il ricorso e viene condannata al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carta di credito: reato anche senza furto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata per il reato di indebito utilizzo di carta di credito. La difesa sosteneva la mancanza di prova sulla consapevolezza dell'origine illecita del mezzo di pagamento. I giudici hanno chiarito che il reato si perfeziona con il semplice uso dello strumento da parte di chi non ne ha la titolarità, rendendo irrilevante sapere come la tessera sia stata sottratta o clonata. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato la legittimità del diniego della non menzione della condanna e della recidiva, valorizzando i precedenti specifici dell'imputata. La ricorrente perde il ricorso ed è condannata alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sospensione condizionale della pena negata per vizio di appello
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un'imputata condannata in sede di merito per reati legati all'indebito utilizzo di carte di pagamento e ricettazione. La ricorrente ha contestato la mancata concessione della misura premiale in grado d'appello, lamentando la violazione di legge da parte dei giudici territoriali. I Supremi Giudici hanno rigettato l'impugnazione dichiarandola inammissibile: la richiesta volta a ottenere la sospensione condizionale della pena non era mai stata sollevata tra i motivi dell'atto d'appello. La mancata devoluzione preventiva della questione impedisce di far valere il vizio dinanzi alla Suprema Corte. La ricorrente perde così la possibilità di accedere al beneficio ed è stata condannata al rimborso delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Indebito utilizzo di carte di pagamento: condanna e ricorso nullo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un soggetto accusato del reato di indebito utilizzo di carte di pagamento. Il ricorrente contestava la mancata concessione della non punibilità per particolare tenuità del fatto e lamentava una presunta carenza di motivazione nella determinazione della pena. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte d'Appello aveva già valutato correttamente l'entità del fatto, escludendo la particolare tenuità. Inoltre, l'applicazione della pena nel minimo edittale non richiede una motivazione analitica, bastando formule sintetiche sulla congruità della sanzione. L'imputato perde definitivamente la causa ed è condannato a versare tremila euro alla Cassa delle ammende oltre alle spese processuali.
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Reato continuato: inammissibile il ricorso generico
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un imputato condannato per furto aggravato e utilizzo indebito di carte di pagamento. L'imputato ha contestato la mancata applicazione dell'istituto del reato continuato rispetto ad altri illeciti già giudicati in passato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile per la genericità dei motivi presentati, confermando la piena validità della sentenza precedente e condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione pecuniaria.
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Indebito utilizzo di carte di credito: ricorso nullo e multa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per i reati di furto aggravato e indebito utilizzo di carte di credito. L'imputato aveva contestato la gravità della pena inflitta nei precedenti gradi di giudizio, lamentando una generica violazione di legge. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'atto di impugnazione deve contenere un confronto critico e puntuale con le motivazioni della sentenza impugnata, non potendosi limitare a contestazioni astratte. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Uso indebito di carte di pagamento: ricorso inutile costa caro
L'Imputato era stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di uso indebito di carte di pagamento (art. 493-ter c.p.). Egli ha proposto ricorso per Cassazione contestando la propria responsabilità penale e l'entità della pena inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati erano generici, ripetevano semplicemente le difese già respinte in appello e richiedevano una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna dell'Imputato e lo ha condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: ricorso respinto e condanna
Due persone sono state condannate per furto aggravato e una di esse anche per l'utilizzo indebito di una carta di pagamento. Le imputate hanno proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che, per negare i benefici, il giudice di merito deve soltanto indicare in modo adeguato gli elementi ritenuti decisivi. Inoltre, una delle due ricorrenti non aveva nemmeno avanzato tale richiesta nel precedente atto d'appello. La Cassazione ha condannato entrambe le imputate al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma di tremila euro ciascuna in favore della Cassa delle Ammende.
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Uso indebito di carte di credito: condanna anche con danno minimo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino, precedentemente condannato per il reato di uso indebito di carte di credito. L'imputato lamentava la mancata concessione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorso è generico e non si confronta con la decisione d'appello. La gravità oggettiva e soggettiva della condotta esclude l'applicazione del beneficio, a prescindere dall'entità del danno economico subito dalla vittima. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese e di una somma alla Cassa delle Ammende.
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Uso indebito di carte di credito: la recidiva nega gli sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per ricettazione e uso indebito di carte di credito. L'imputato contestava l'applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione dei gradi precedenti, evidenziando che i numerosi e recenti precedenti penali del soggetto dimostrano una spiccata capacità a delinquere e la prosecuzione di un percorso criminale. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato le censure difensive in quanto generiche, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carte di pagamento: telecamere contro alibi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di indebito utilizzo di carte di pagamento. L'imputato contestava l'attendibilità delle riprese di videosorveglianza che lo ritraevano durante il fatto, lamentando l'assenza di impronte digitali o testimoni oculari. La Suprema Corte ha confermato la validità della condanna, evidenziando che i giudici di merito hanno correttamente fondato la decisione sulle immagini delle telecamere, supportate dal riconoscimento certo effettuato dagli agenti di polizia che già conoscevano il soggetto. I giudici hanno inoltre respinto la tesi difensiva secondo cui la vittima avrebbe agevolato il reato con un comportamento negligente. L'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso abusivo di bancomat: condanna confermata anche senza destrezza
L'Imputata è stata condannata per due furti aggravati, tra cui la sottrazione di uno zaino in spiaggia, e per l'uso abusivo di bancomat altrui. La Corte d'Appello ha ridotto la gravità del furto escludendo l'aggravante della destrezza, ma ha confermato il bilanciamento tra le restanti circostanze e la pena complessiva. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione lamentando una motivazione insufficiente su questo bilanciamento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché la decisione precedente era ampiamente e logicamente motivata. Di conseguenza, l'Imputata perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Uso illecito di carta bancomat: la Cassazione punisce la recidiva
L'Imputato è stato condannato per l'uso illecito di carta bancomat. La Corte d'Appello ha confermato la condanna applicando l'aggravante della recidiva a causa dei numerosi precedenti penali e della ripetizione degli acquisti illeciti a distanza di pochi giorni. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la motivazione sulla recidiva con argomenti generici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i motivi di ricorso devono contestare in modo specifico e correlato le motivazioni della sentenza impugnata. Di conseguenza, l'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso indebito di carta di pagamento: ricorso nullo, condanna certa
L'Imputato è stato condannato per l'uso indebito di carta di pagamento. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I motivi sollevati non erano stati presentati nel precedente grado di appello, violando le regole procedurali. Inoltre, la Corte ha ribadito che il giudice non deve motivare il diniego delle attenuanti se l'imputato non fornisce ragioni specifiche per ottenerle. L'inammissibilità impedisce anche di far valere la prescrizione del reato maturata successivamente. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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