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Art. 348-ter Codice di Procedura Civile — Sezione Lavoro Civile

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691 provvedimenti

Altri anni per Art. 348-ter Codice di Procedura Civile

Contratto a progetto: requisiti e limiti del ricorso
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un lavoratore che chiedeva la conversione del suo contratto a progetto in rapporto di lavoro subordinato. La Corte ha ritenuto inammissibili i motivi del ricorso perché confusi e diretti a un riesame del merito, confermando la validità dei contratti stipulati. È stato ribadito che la valutazione sulla specificità di un progetto è una questione di fatto, non sindacabile in sede di legittimità, specialmente in caso di "doppia conforme" (decisioni uguali nei primi due gradi di giudizio). La richiesta di differenze retributive è stata respinta per genericità e mancanza di prova.
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Somministrazione di lavoro: limiti e abusi
Un lavoratore contesta la legittimità di un contratto di somministrazione di lavoro, ma la Cassazione rigetta il ricorso. La Corte conferma la decisione dei giudici di merito, escludendo l'abuso del diritto e sottolineando l'inammissibilità del riesame dei fatti in presenza di una 'doppia conforme'.
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Accettazione tacita eredità: quando non si configura
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una lavoratrice che chiedeva il pagamento di un debito retributivo al figlio della sua ex datrice di lavoro defunta. La Corte ha confermato che non vi è stata accettazione tacita eredità, poiché gli atti compiuti dal figlio, che aveva formalmente rinunciato all'eredità, riguardavano beni di sua proprietà e non beni provenienti dall'asse ereditario.
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Impresa familiare: ricorso inammissibile in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili sia il ricorso principale che quello incidentale in una controversia relativa a un'impresa familiare. La causa verteva sul riconoscimento della quota di partecipazione agli utili di una collaboratrice e sulla compensazione di reciproci crediti. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi perché i motivi presentati miravano a una rivalutazione dei fatti e delle prove, compito precluso al giudice di legittimità, confondendo profili di merito con questioni di diritto.
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Inquadramento superiore: il ruolo non basta, contano i fatti
Un lavoratore ha richiesto un inquadramento superiore per il suo ruolo di "Capo UTE". La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando le decisioni dei tribunali di merito. L'ordinanza chiarisce che per ottenere un inquadramento superiore non è sufficiente la qualifica formale, ma è necessario dimostrare lo svolgimento effettivo di mansioni direttive con autonomia e discrezionalità, come previsto dalle declaratorie del contratto collettivo, distinguendole dal mero coordinamento del personale.
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Associazione in partecipazione e rapporto di lavoro
Un collaboratore, dopo la fine di una relazione sentimentale con un'imprenditrice, ha chiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato per l'attività svolta nella sua azienda, in parte regolata da un contratto di associazione in partecipazione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando le decisioni dei giudici di merito. È stato ritenuto che il lavoratore non abbia fornito prove sufficienti della subordinazione e che la contestazione sulla validità del contratto di associazione in partecipazione, sollevata solo in appello, costituisse una domanda nuova e quindi inammissibile.
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Lavoro accessorio: piattaforma INPS KO non giustifica
L'amministratore di una società che gestisce una discoteca è stato sanzionato per aver impiegato undici lavoratori tramite il sistema del lavoro accessorio (voucher) senza la dovuta comunicazione preventiva. L'imprenditore si è difeso sostenendo che la piattaforma INPS era fuori servizio, ma la Corte di Cassazione ha confermato la sanzione. Secondo i giudici, un guasto tecnico non costituisce forza maggiore se l'azienda non prova di aver tentato ogni via alternativa per comunicare l'avvio della prestazione lavorativa, dimostrando così la propria colpa.
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Mansioni superiori: ricorso inammissibile in Cassazione
Un lavoratore ha ottenuto il riconoscimento per lo svolgimento di mansioni superiori e il relativo inquadramento. Il ricorso dell'azienda in Cassazione è stato dichiarato inammissibile. La Corte ha ribadito di non poter riesaminare nel merito le prove, confermando la decisione dei giudici di primo e secondo grado e il diritto del lavoratore alla qualifica superiore e alle differenze retributive.
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Contratto a progetto: quando si converte in lavoro fisso
La Corte di Cassazione ha confermato che un contratto a progetto, se privo di un progetto specifico e distinguibile dall'ordinaria attività aziendale, si converte automaticamente in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Nel caso esaminato, un collaboratore addetto alla notifica di atti esattoriali ha ottenuto il riconoscimento del rapporto di lavoro dipendente poiché la sua attività coincideva con l'oggetto sociale dell'azienda, senza un fine o un risultato autonomo. La Corte ha ribadito che la mancanza del requisito formale del progetto specifico attiva una presunzione assoluta di subordinazione, escludendo la possibilità per l'azienda di fornire una prova contraria.
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Assegni vitalizi: No a ricorsi su tagli retroattivi
Un gruppo di ex consiglieri regionali ha contestato la riduzione retroattiva dei loro assegni vitalizi, imposta da una legge regionale per esigenze di bilancio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, affermando la legittimità dell'intervento legislativo. Secondo la Corte, l'esigenza di contenere la spesa pubblica e garantire equità giustifica la modifica dei trattamenti, anche se retroattiva, senza violare il principio di legittimo affidamento. È stata confermata anche la legittimità dei limiti al cumulo di più assegni vitalizi.
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Continuità del rapporto di lavoro: il caso del licenziamento
Un lavoratore, licenziato da una società e assunto il giorno dopo da un'altra, ha richiesto il riconoscimento dei suoi diritti economici e di anzianità, sostenendo una fittizia interruzione del rapporto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che la mancata impugnazione del licenziamento determina l'estinzione definitiva del primo rapporto di lavoro. Di conseguenza, non è possibile invocare la continuità del rapporto di lavoro e le tutele previste per il trasferimento d'azienda.
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Risarcimento danni demansionamento: la Cassazione conferma
Una pubblica agenzia ricorre in Cassazione contro una condanna per risarcimento danni demansionamento a favore di un proprio dipendente. Questi non era stato reintegrato nel suo ruolo di capo team, nonostante una precedente sentenza definitiva lo imponesse. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile, confermando la condanna al risarcimento per i danni biologici, morali e patrimoniali derivanti dall'illegittimo demansionamento e dalla violazione del precedente giudicato.
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Demansionamento: quando è escluso il risarcimento?
Un dipendente di un ente pubblico ha citato in giudizio il proprio datore di lavoro per demansionamento a seguito di un cambio di mansioni. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. La richiesta è stata rigettata poiché le nuove mansioni, sebbene diverse, rientravano nella medesima area funzionale di inquadramento del lavoratore. Inoltre, la Corte ha sottolineato che specifiche allegazioni sul livello inferiore dei compiti erano state presentate tardivamente, solo in appello. Di conseguenza, in assenza della prova del demansionamento, è stata esclusa anche ogni forma di risarcimento del danno.
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Autotutela Covid e licenziamento: quando è legittimo
Un lavoratore è stato licenziato per assenza, giustificandola come un atto di autotutela Covid per la presunta mancanza di misure di sicurezza aziendali. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, dichiarando il ricorso inammissibile. È stato accertato che il lavoratore non ha provato l'inadempimento dell'azienda, la quale, al contrario, aveva adottato le cautele necessarie. L'assenza non era stata preannunciata né motivata secondo buona fede.
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Procedura disciplinare e tempus regit actum: il caso
La Cassazione conferma la sanzione in una procedura disciplinare, rigettando il ricorso di una lavoratrice. Decisiva l'applicazione del principio *tempus regit actum* riguardo a una modifica normativa sul tentativo di conciliazione, avvenuta durante il procedimento.
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Assunzioni obbligatorie: Cassazione su procedura
Una lavoratrice ha impugnato la procedura di assunzione di un'altra candidata disabile, sostenendo l'illegittimità della selezione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione dei giudici di merito. L'ordinanza ha stabilito che la procedura era una mera verifica di idoneità e non una valutazione comparativa illegittima, validando l'operato dell'ente pubblico nell'ambito delle assunzioni obbligatorie e sottolineando i rigorosi limiti del giudizio di legittimità.
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Prestazioni aggiuntive medici: la guida completa
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27233/2024, ha chiarito il regime contributivo delle prestazioni aggiuntive medici. La Corte ha stabilito che i compensi per tali attività, svolte per ridurre le liste d'attesa, non sono assimilabili a retribuzione da lavoro dipendente e, pertanto, non sono soggetti a contribuzione INPS a carico del datore di lavoro, bensì a quella del fondo di previdenza di categoria (ENPAM). La decisione si fonda sulla natura libero-professionale di tali prestazioni, sebbene svolte per l'ente datore di lavoro.
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Inquadramento dirigente: la prova del lavoro subordinato
Un ex amministratore delegato ha richiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato con inquadramento dirigente. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 27225/2024, ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione delle prove spetta al giudice di merito e che il ricorso per legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di giudizio sui fatti. La decisione sottolinea l'onere della prova a carico di chi afferma la coesistenza dei due ruoli e la discrezionalità del giudice nell'ammettere le istanze istruttorie.
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Domanda giudiziale: limiti e corretta interpretazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un lavoratore, confermando che una domanda giudiziale proposta contro una società e i suoi soci non può portare alla condanna di uno dei soci a titolo personale. La decisione sottolinea l'importanza del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, ribadendo che la società e la persona fisica del socio sono soggetti giuridici distinti e non sovrapponibili.
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Perdita di chance: onere della prova e risarcimento
Un dirigente ha citato in giudizio un'amministrazione pubblica per danni derivanti da perdita di chance, sostenendo che le procedure di selezione per incarichi dirigenziali erano illegittime. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, riaffermando che per ottenere un risarcimento non è sufficiente dimostrare l'irregolarità della procedura, ma è indispensabile provare un nesso di causalità e una concreta probabilità di successo che è andata perduta a causa di tale irregolarità.
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