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Art. 348-ter Codice di Procedura Civile — Anno 2026

233 provvedimenti

Altri anni per Art. 348-ter Codice di Procedura Civile

Liberazione del fideiussore: la Cassazione conferma il debito
Un istituto di credito ha chiesto a dei garanti il pagamento del debito di una società loro garantita. I garanti si sono opposti chiedendo la liberazione del fideiussore ex art. 1956 c.c., sostenendo che la banca avesse concesso ulteriore credito pur conoscendo il dissesto della debitrice. A seguito di verdetto sfavorevole, i garanti hanno impugnato sia la sentenza di primo grado sia l'ordinanza d'appello, senza però separare i motivi di ricorso relativi ai due diversi provvedimenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso: i garanti non hanno dimostrato che la banca conoscesse il peggioramento economico della società al momento dei finanziamenti, né che avesse concesso nuovo credito dopo il rilascio delle garanzie. Inoltre, i garanti avevano il dovere e la possibilità di informarsi autonomamente sulla società. I garanti perdono la causa e sono stati condannati al pagamento delle spese di lite.
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Inerenza dei costi: fatture generiche e sconfitta in Cassazione
Un professionista ha portato in deduzione fiscale oltre settecentomila euro per presunte prestazioni di intermediazione commerciale. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'operazione, ritenendo assente il requisito dell'inerenza dei costi. Il contribuente ha sostenuto l'effettività dei pagamenti e la presenza di contratti di collaborazione. Tuttavia, i giudici di merito hanno confermato l'indeducibilità della spesa. Il contratto privo di data certa, la genericità delle ricevute e la mancanza di competenze specifiche della collaboratrice hanno azzerato il valore probatorio dei documenti. La Corte di Cassazione ha rigettato definitivamente il ricorso del professionista. La Suprema Corte ha ribadito che la verifica sull'inerenza dei costi richiede prove chiare e analitiche per ogni singolo anno d'imposta. Il contribuente perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Riserva di proprietà della corte condominiale: no alla comunione
Un proprietario acquista un appartamento in un condominio e rivendica la comproprietà del cortile circostante. Tuttavia, l'originario unico costruttore, nel primissimo atto di vendita del 1966 che ha dato origine al condominio, si era espressamente riservato la proprietà esclusiva dell'area esterna. Gli eredi del costruttore hanno poi venduto tale cortile a un terzo. Il proprietario dell'appartamento agisce in giudizio sostenendo la natura condominiale o pertinenziale dell'area. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso: la riserva di proprietà della corte condominiale effettuata nel primo rogito impedisce la nascita della comunione sul bene. I successivi acquirenti non possono acquistare diritti che il loro venditore non possedeva più. La decisione conferma che l'area resta di proprietà esclusiva del terzo acquirente, condannando il soccombente al pagamento delle spese legali.
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Accertamento catastale del box senza sopralluogo: perde il Fisco
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato un accertamento catastale a un privato cittadino, aumentando la classe e la rendita di un box auto. L'ufficio ha modificato i valori senza svolgere un sopralluogo sul posto e utilizzando come confronto immobili con caratteristiche totalmente differenti. Il cittadino ha contestato la rettifica presentando una perizia tecnica. La perizia ha dimostrato gravi difetti di manovrabilità e fruibilità del garage. I giudici di merito hanno annullato l'atto del Fisco per carenza di motivazione. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento e ha rigettato il ricorso dell'ufficio. Sebbene l'ispezione sul posto non sia obbligatoria per legge, l'assenza di immobili simili rende indispensabile la verifica reale per attribuire la corretta rendita. Il proprietario ottiene così il definitivo annullamento del maggior valore fiscale.
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Risarcimento danni condominio: senza prove niente indennizzo
Una società commerciale ha citato in giudizio il Condominio per ottenere il risarcimento danni condominio a seguito di due allagamenti causati dalla rottura di impianti condominiali. I sinistri avevano provocato il crollo del soffitto e il danneggiamento di arredi e merci. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno rigettato la domanda per carenza di prova sul nesso di causalità tra il guasto e i danni lamentati. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso. I giudici hanno chiarito che chi chiede il risarcimento dei danni da cose in custodia ha l'onere di dimostrare la derivazione diretta del pregiudizio dalla cosa. La semplice produzione di fatture di acquisto o il richiamo a precedenti incidenti risarciti non costituiscono prova sufficiente. La società è stata condannata al pagamento delle spese legali.
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Rimborso anticipazioni amministratore: no al verbale di consegna
Un ex gestore condominiale ha richiesto oltre ottantamila euro a titolo di compensi e rimborso anticipazioni amministratore relative alla propria gestione. L'ex professionista ha fondato le pretese sul verbale di passaggio delle consegne sottoscritto dal nuovo gestore e sui bilanci consuntivi approvati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il verbale di consegna delle carte non costituisce un riconoscimento di debito da parte dei condomini. Il nuovo gestore non possiede il potere di approvare spese o ammettere debiti senza una specifica delibera dell'assemblea. Spetta sempre all'amministratore uscente la prova rigorosa degli esborsi personali effettuati con il proprio patrimonio a favore dell'edificio.
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Impossibilità sopravvenuta locazione: stop al risarcimento
Una società conduttrice prende in affitto un immobile ad uso turistico con l'accordo di ristrutturarlo. A causa delle occupazioni illecite di un terzo e di ostacoli amministrativi, i lavori si interrompono. L'inquilino chiede la risoluzione contrattuale per inadempimento e il risarcimento dei costi sostenuti. I giudici di merito dichiarano sciolto il contratto per impossibilità sopravvenuta locazione causata dal fatto del terzo, negando però il risarcimento per difetto di prova. La Corte di Cassazione conferma integralmente la decisione e dichiara il ricorso inammissibile. L'inquilino non può richiedere un riesame dei fatti quando due decisioni precedenti sono identiche e mancano contestazioni procedurali specifiche.
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Revoca dei finanziamenti pubblici: la crescita non evita il taglio
L'Azienda ha ottenuto oltre un milione di euro per la costruzione di un nuovo impianto produttivo. A seguito di controlli ispettivi, il Ministero ha disposto la Revoca dei finanziamenti pubblici integrali per la violazione del vincolo di destinazione quinquennale. L'Azienda aveva infatti esternalizzato gran parte della produzione, spostato i magazzini e adibito lo stabilimento a vendita al dettaglio e uffici, lasciando in sede solo la prototipia. L'Azienda ha impugnato il provvedimento, sostenendo di aver comunque superato gli obiettivi economici e occupazionali del piano. La Corte di Cassazione ha rigettato le tesi dell'impresa, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la legittimità del recupero dei contributi statali, poiché il progetto vincolava l'impresa ad accentrare tutte le fasi produttive nell'unità finanziata. L'Azienda perde la causa e deve pagare anche le spese di giudizio.
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Subentro casa popolare: la convivenza di fatto non basta
Un cittadino ha chiesto il subentro casa popolare nella locazione dell'alloggio già assegnato al padre defunto. L'ente gestore dell'edilizia residenziale pubblica ha negato la richiesta per mancanza della residenza anagrafica e della preventiva istanza formale di ampliamento del nucleo familiare. Il richiedente ha impugnato il diniego, sostenendo di essere convivente di fatto con il genitore prima del decesso e sollevando questioni sulla legittimità delle norme regionali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, nelle case popolari, la convivenza di fatto non basta. Per tutelare la trasparenza e le graduatorie pubbliche, occorrono la stabile convivenza risultante all'anagrafe e la formale autorizzazione dell'ente prima della morte dell'assegnatario. Il familiare perde la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio.
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Punteggio graduatorie scolastiche: no a perizia e danni
Un docente ha citato in giudizio il Ministero dell'Istruzione e un istituto scolastico per contestare l'errata attribuzione del punteggio graduatorie scolastiche del triennio 2017/2020. Il lavoratore ha lamentato il mancato riconoscimento di titoli professionali e di servizio, chiedendo il risarcimento del danno per le supplenze perse e per l'assegnazione di cattedre meno favorevoli. I giudici di merito hanno respinto integralmente la domanda, ritenendo generici gli atti introduttivi e privi dei riferimenti normativi specifici a supporto del ricalcolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del docente. La Suprema Corte ha chiarito che le richieste istruttorie e la perizia tecnica non possono colmare la mancata allegazione delle norme violate. Il ricorrente ha subito la condanna alle spese legali.
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Omessa assunzione: niente risarcimento se il dipendente non coopera
Un lavoratore ha richiesto il risarcimento del danno per omessa assunzione a seguito di un accordo sindacale che prevedeva il suo inserimento come guardia giurata entro un anno. Il contratto subordinava l'assunzione al rilascio delle autorizzazioni prefettizie, stabilendo che entrambe le parti dovessero richiederle congiuntamente. Il lavoratore è rimasto inerte per sei anni, senza fornire le proprie autocertificazioni o sollecitare la pratica, per poi contestare l'inadempimento aziendale. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta risarcitoria del dipendente. I giudici hanno stabilito che la mancata assunzione non è imputabile al datore di lavoro, poiché il dipendente ha violato il dovere di buona fede e collaborazione omettendo di consegnare i documenti indispensabili per avviare la procedura amministrativa.
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Impugnazione estratto di ruolo: debiti e stop ai ricorsi
Una cittadina ha promosso l'impugnazione estratto di ruolo relativo a sette avvisi di addebito per crediti previdenziali dell'ente di previdenza, contestando la mancata notifica degli atti e l'intervenuta prescrizione del debito. Sia il Tribunale sia la Corte d'Appello hanno dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di interesse ad agire, applicando il divieto generale di contestazione diretta del ruolo. La Corte di Cassazione ha rigettato definitivamente il ricorso della debitrice, confermando la piena validità della norma restrittiva anche per le cause già pendenti. Il debitore non può contestare l'estratto di ruolo in via preventiva, salvo i casi eccezionali previsti dalla legge, dovendo attendere un atto formale di riscossione.
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Notifica cartella esattoriale agli eredi: nullo l’invio al defunto
L'Agenzia delle Entrate Riscossione ha inviato diversi avvisi di intimazione a un erede per riscuotere debiti del padre deceduto. L'erede ha impugnato gli atti lamentando la mancata notifica delle cartelle esattoriali originarie, effettuate dal Fisco in modo impersonale e collettivo presso l'ultimo domicilio del defunto, nonostante l'erede avesse già trasmesso la comunicazione con il proprio domicilio effettivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando l'illegittimità della notifica cartella esattoriale agli eredi inviata al vecchio indirizzo del de cuius quando l'amministrazione finanziaria conosce la residenza reale dell'erede. ADER è stata condannata a pagare le spese legali.
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Accertamento induttivo e finanziamenti soci: tasse sui redditi
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una società di capitali, contestando l'inattendibilità delle scritture contabili. L'ufficio ha applicato l'accertamento induttivo ricostruendo maggiori ricavi non dichiarati per oltre 466.000 euro, pari alla somma che i soci avevano versato nelle casse sociali a titolo di finanziamento. I soci dichiaravano infatti un reddito annuale di soli 2.500 euro, ritenuto del tutto incompatibile con la capacità di erogare tali finanziamenti. La società ha impugnato l'atto, ma i giudici di merito hanno confermato la pretesa fiscale. La Corte di Cassazione ha rigettato definitivamente il ricorso della società, stabilendo che la presenza di finanziamenti soci non giustificati dai loro redditi rende legittimo il ricalcolo del fatturato. La società è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Accertamento IMU e risultanze catastali: paga la società
L'Ente Locale ha notificato un avviso di accertamento tributario a una società per il mancato versamento dell'imposta municipale su alcuni terreni. L'Azienda ha contestato la pretesa sostenendo di aver incorporato la vecchia proprietaria e affermando che i beni erano stati espropriati dall'amministrazione pubblica senza formale restituzione. La Corte di Cassazione ha confermato la validità dell'avviso. L'atto di accertamento IMU e risultanze catastali sono pienamente legittimi poiché l'intestazione formale genera l'obbligo impositivo se il contribuente non prova in modo documentale l'effettiva perdita del possesso e la falsità dei registri pubblici.
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Rettifica della rendita catastale: fisco ko sul valore del box
L'Agenzia delle Entrate ha rettificato la rendita catastale di un locale seminterrato di proprietà di una contribuente, aumentandola. La contribuente ha impugnato l'atto, sostenendo che l'aumento fosse privo di motivazione e sproporzionato rispetto agli immobili simili della zona. Sia i giudici di primo che di secondo grado hanno dato ragione alla contribuente. L'Agenzia delle Entrate ha quindi proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando l'annullamento dell'atto. I giudici hanno stabilito che la rettifica della rendita catastale deve essere adeguatamente motivata e non può ignorare il confronto con le rendite degli immobili confinanti o simili. Poiché l'amministrazione non ha dimostrato la congruità del nuovo valore rispetto al contesto locale, la decisione originaria a favore della contribuente è diventata definitiva.
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Responsabilità dell’amministratore: risarcimento per prelievi
Una società socia al 50% ha promosso un'azione di responsabilità dell'amministratore nei confronti del gestore di una S.r.l., contestando prelievi illeciti e bilanci falsi. Il Tribunale ha revocato l'amministratore e lo ha condannato a risarcire oltre 460.000 euro, decisione confermata in appello. L'ex amministratore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando, tra l'altro, la mancata astensione del giudice di primo grado e l'omessa valutazione di fatti decisivi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la mancata astensione non comporta nullità della sentenza se non vi è stata formale ricusazione, e che la Cassazione non può riesaminare il merito dei fatti già accertati in modo conforme nei due gradi precedenti.
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Rapporto di lavoro domestico: la prescrizione taglia i crediti
Il Lavoratore ha chiesto il riconoscimento di un unico rapporto di lavoro domestico dal 1997 al 2016 alle dipendenze di due coniugi, pretendendo differenze retributive e TFR. Dopo il decesso della moglie nel 2010, il rapporto era proseguito con il marito. I giudici di merito hanno accertato l'esistenza di due contratti distinti, dichiarando prescritti i crediti del primo rapporto per il decorso di oltre cinque anni senza atti interruttivi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore, confermando che la morte del datore di lavoro domestico interrompe il rapporto e che il successivo contratto con il coniuge superstite costituisce una nuova e autonoma relazione lavorativa. Il lavoratore è stato condannato alle spese e a una sanzione per lite temeraria.
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Compenso del professionista dovuto anche se la sanatoria fallisce
Due clienti si opponevano al pagamento del saldo dovuto a un architetto per una pratica di sanatoria edilizia, sostenendo che il compenso del professionista fosse subordinato all'effettivo rilascio del provvedimento comunale e di essere recedute dal contratto prima del termine. Sia il Giudice di Pace che il Tribunale accertavano invece che l'architetto aveva interamente completato e consegnato i progetti prima del recesso formale delle clienti, escludendo che il pagamento fosse condizionato al rilascio della sanatoria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso delle clienti a causa della cosiddetta "doppia conforme", confermando che la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito non può essere ridiscussa in sede di legittimità se logica e coerente. Le ricorrenti sono state condannate anche al pagamento di una sanzione pecuniaria.
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Risoluzione del contratto di appalto: l’impresa perde il ricorso
Un'associazione temporanea di imprese riceveva l'appalto per costruire un policlinico universitario. Successivamente, la stazione appaltante deliberava la risoluzione del contratto di appalto per gravi inadempienze dell'impresa. L'appaltatore contestava la decisione, lamentando carenze del progetto, ritardi nella consegna delle aree e nei pagamenti. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello rigettavano le domande dell'impresa, ritenendo prevalenti le sue colpe. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Curatore del fallimento dell'impresa. I giudici hanno chiarito che non è possibile chiedere una rivalutazione dei fatti già accertati nei gradi precedenti, specialmente in presenza di una doppia decisione conforme. Inoltre, i documenti presentati tardivamente con la comparsa conclusionale non possono essere presi in considerazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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