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Art. 2932 Codice Civile — Anno 2022

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167 provvedimenti

Altri anni per Art. 2932 Codice Civile

Negozio fiduciario: il termine per recuperare l’immobile
Un uomo acquista un immobile con denaro proprio ma ne intesta la proprietà a una donna tramite scrittura privata. L'accordo stabilisce l'obbligo di ritrasferire il bene a semplice richiesta. Anni dopo la donna muore e lascia per testamento gli immobili alla propria figlia. L'acquirente effettivo cita in giudizio gli eredi per ottenere il trasferimento del bene. Gli eredi eccepiscono la prescrizione decennale sostenendo che il termine decorreva dalla stipula dell'intesa. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'uomo chiarendo le regole sul negozio fiduciario: il diritto al ritrasferimento non si estingue col decorso del tempo dalla firma, ma comincia a prescriversi solo dal rifiuto o dalla pubblicazione del testamento lesivo del patto.
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Preliminare o debito: la Cassazione sul patto commissorio
Un venditore prometteva in vendita una villa ma rifiutava di stipulare il contratto definitivo, sostenendo che l'accordo mascherasse un prestito garantito da un nullo patto commissorio. Un secondo promissario acquirente interveniva in giudizio rivendicando la priorità del proprio accordo attraverso la confessione del venditore. I giudici di merito accoglievano la domanda del primo acquirente di trasferimento coattivo dell'immobile, escludendo l'esistenza di un'illecita garanzia finanziaria. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la pronuncia, dichiarando inammissibili i ricorsi del venditore e del secondo pretendente acquirente, ordinando il formale trasferimento del bene e condannando entrambi i soccombenti al pagamento solidale delle spese processuali.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: lite estinta e niente spese
Due società stipulavano un contratto preliminare per la cessione di un ramo d'azienda legato a un impianto di carburanti. La promissaria acquirente versava una caparra di centomila euro. In seguito, la venditrice chiedeva il saldo del prezzo mediante decreto ingiuntivo, mentre l'acquirente eccepiva la mancanza delle autorizzazioni amministrative e chiedeva la risoluzione contrattuale. I giudici di merito disponevano il trasferimento dell'azienda subordinandolo al saldo del prezzo. L'acquirente proponeva infine impugnazione davanti alla Suprema Corte. Nelle more del procedimento, la società ricorrente ha depositato formale atto di rinuncia al ricorso per cassazione, accettato dalla controparte. I giudici di legittimità hanno pertanto dichiarato l'estinzione del processo senza liquidare le spese di lite e senza addebitare il raddoppio del contributo unificato.
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Dismissione immobili pubblici: offerta o sondaggio?
Alcuni inquilini di un ente previdenziale pubblico chiedevano al tribunale il trasferimento forzato delle abitazioni locate. I conduttori ritenevano che la manifestazione di interesse all'acquisto, inviata in risposta a un questionario informativo dell'ente, avesse perfezionato una vera e propria compravendita a prezzi agevolati. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto delle pretese degli inquilini, dichiarando inammissibili i loro ricorsi. La Suprema Corte ha ribadito che la dismissione immobili pubblici non attribuisce un diritto automatico all'acquisto senza una formale offerta di vendita da parte dell'ente. Un semplice sondaggio non vincola l'amministrazione e non fa scattare l'obbligo di stipula. I conduttori sono stati condannati al pagamento delle spese di lite.
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Preliminare di donazione: terreni persi e ricorso nullo
Un cittadino ha citato in giudizio i familiari per ottenere il trasferimento coattivo di alcuni terreni agricoli. La richiesta si fondava su un accordo raggiunto durante una procedura di mediazione. I giudici di merito hanno respinto la domanda di trasferimento. L'impegno a cedere gratuitamente i beni costituiva infatti un nullo preliminare di donazione, insuscettibile di esecuzione forzata. Il cittadino ha quindi proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile a causa del deposito tardivo oltre i termini di legge. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese di lite e del doppio contributo unificato.
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Pignoramento presso terzi valido anche su crediti non definitivi
Un professionista ha avviato un pignoramento presso terzi per recuperare un credito professionale verso il proprio debitore. Il pignoramento ha colpito le somme dovute al debitore da due società per la cessione coattiva di quote societarie, decisa dal giudice con sentenza non ancora definitiva. I giudici di merito hanno ritenuto il credito impignorabile perché privo di definitività. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del professionista. I giudici di legittimità hanno chiarito che il pignoramento presso terzi può colpire anche crediti futuri, condizionati o eventuali, purché legati a un rapporto giuridico già esistente.
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Convenzione di lottizzazione: cessione aree e limiti di giudizio
Un ente locale ha stipulato con alcuni soggetti privati una convenzione di lottizzazione che imponeva a questi ultimi la cessione gratuita di specifiche aree per le opere di urbanizzazione. A fronte dell'inadempimento dei privati, l'amministrazione ha ottenuto dal giudice amministrativo il trasferimento coattivo degli immobili ex art. 2932 c.c. I privati hanno successivamente promosso ricorso per revocazione, sostenendo di aver ritrovato un documento comprovante un controcredito verso l'ente. I giudici hanno respinto la revocazione per mancanza di valore confessorio e mancata decisività del documento. I privati si sono quindi rivolti alle Sezioni Unite della Cassazione lamentando lo sconfinamento di giurisdizione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, escludendo qualsiasi eccesso di potere giurisdizionale e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese di lite.
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Giudizio di revocazione: l’errore sui tempi cancella il ricorso
Un cittadino ha proposto un giudizio di revocazione contro una sentenza della Cassazione, notificando l'atto solo ad alcune delle parti originarie. La Corte ha ordinato l'integrazione del contraddittorio verso i soggetti esclusi. Sebbene il cittadino abbia eseguito le notifiche, non ha depositato le prove dell'avvenuta notifica entro il termine tassativo di venti giorni stabilito dalla legge. Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha dichiarato improcedibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di un ulteriore contributo unificato.
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Impugnazione cartella di pagamento: limiti e atti definitivi
Il Contribuente ha proposto ricorso contro l'Agenzia delle Entrate contestando una cartella di pagamento relativa all'imposta di registro su una sentenza di trasferimento immobiliare. Il giurisprudente sosteneva la mancata notifica del precedente avviso di liquidazione e contestava nel merito il calcolo del tributo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, se l'avviso di accertamento precedente è diventato definitivo per mancata opposizione, la successiva impugnazione cartella di pagamento è ammessa soltanto per vizi propri della cartella stessa. Non è più possibile rimettere in discussione il merito della pretesa fiscale né la notifica dell'atto presupposto se già accertata nei gradi precedenti. Il Contribuente è stato condannato al pagamento delle spese legali.
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Imposta di registro e sentenze: conta il saldo del prezzo
Un curatore di un'eredità giacente ha impugnato un avviso di liquidazione con cui l'Agenzia delle Entrate applicava l'imposta di registro in misura proporzionale su una sentenza traslativa di un terreno. La decisione giudiziale subordinava il passaggio di proprietà al pagamento del prezzo da parte degli acquirenti. Il curatore chiedeva l'imposta in misura fissa considerandola un'efficacia sospesa. La Commissione Tributaria ha inizialmente dato ragione al contribuente. La Corte di Cassazione ha ribaltato il giudizio e accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate. I giudici di legittimità hanno chiarito che il saldo del prezzo dipende dalla sola volontà dell'acquirente e costituisce una condizione meramente potestativa. Pertanto, l'imposta di registro va applicata subito in misura proporzionale.
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Patto commissorio: nullo il preliminare che maschera un prestito
Il Promissario Acquirente ha citato in giudizio il Promittente Venditore per ottenere il trasferimento di una quota immobiliare tramite sentenza, a seguito del rifiuto di stipulare il contratto definitivo. Il Promittente Venditore si è difeso sostenendo che il contratto preliminare mascherasse in realtà un mutuo con patto commissorio, vietato dalla legge. I giudici di merito hanno rigettato la domanda dell'acquirente, ravvisando indizi precisi della frode alla legge. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che il divieto di patto commissorio si applica a qualsiasi schema contrattuale, incluso il preliminare di compravendita, utilizzato per garantire la restituzione di un debito attraverso il trasferimento forzoso della proprietà. L'appello del compratore è stato quindi rigettato.
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Contratto preliminare: i terzi non possono bloccare la vendita
L'Erede dell'Acquirente ha chiesto il rilascio di un immobile occupato da due soggetti. La proprietà era stata trasferita al dante causa dell'erede con una sentenza che eseguiva un contratto preliminare, subordinata al pagamento del prezzo residuo. I Terzi Occupanti sostenevano che il trasferimento non fosse valido perché il prezzo non era stato interamente pagato. Il Promittente Venditore, tuttavia, ha dichiarato in giudizio di essere stato interamente pagato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei Terzi Occupanti. La Corte ha stabilito che solo il venditore può far valere il mancato pagamento del prezzo per annullare gli effetti della sentenza. I terzi estranei al contratto preliminare non hanno alcun diritto di sollevare questa contestazione per evitare il rilascio dell'immobile.
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Rinuncia all’azione nel concordato: il lodo resta valido
Un'azienda committente si opponeva all'esecuzione di un lodo arbitrale che disponeva il trasferimento coattivo di alcuni immobili a favore dell'appaltatore, sostenendo che quest'ultimo vi avesse rinunciato. L'appaltatore, in concordato preventivo, aveva infatti escluso temporaneamente tali beni dal piano concordatario perché gravati da ipoteche svantaggiose. La committente qualificava tale scelta come una definitiva rinuncia all'azione, chiedendo la cessazione della materia del contendere. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la temporanea esclusione dei beni dall'attivo concordatario, dettata da ragioni di convenienza economica per i creditori, non costituisce una rinuncia all'azione. Di conseguenza, l'appaltatore conserva il diritto di eseguire il lodo e acquisire gli immobili una volta terminata la procedura di concordato.
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Tentata estorsione: quando la causa civile diventa un ricatto
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un noto imprenditore accusato di tentata estorsione. L'indagato, utilizzando una società di comodo intestata a prestanomi, ha avviato una causa civile del tutto infondata e ha trascritto la relativa domanda giudiziale su un importante complesso immobiliare. Questa mossa ha bloccato la vendita degli immobili da parte della società proprietaria. Successivamente, l'imprenditore ha chiesto un milione e mezzo di euro e il trasferimento di un hotel di lusso per rinunciare alla causa e sbloccare i beni. I giudici hanno stabilito che l'uso strumentale e pretestuoso di azioni legali, finalizzato esclusivamente a costringere la vittima a pagare somme non dovute, integra pienamente il reato di tentata estorsione, respingendo la tesi difensiva di una semplice trattativa commerciale.
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Circolare o proposta contrattuale? Il no della Cassazione
Un'assegnataria di un alloggio pubblico ha citato in giudizio l'Ente Gestore per ottenere il trasferimento della proprietà dell'immobile. La ricorrente sosteneva che una circolare dell'ente costituisse una vera e propria proposta contrattuale di vendita, da lei regolarmente accettata. I giudici di merito hanno rigettato la domanda, rilevando che la circolare era solo un sondaggio esplorativo e che la donna non possedeva i requisiti reddituali richiesti, avendo presentato autocertificazioni false. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che per i contratti immobiliari è necessaria la forma scritta e che il principio di non contestazione non sana la mancanza dell'atto scritto. L'appello è stato respinto con condanna alle spese.
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Giudizio di revocazione: quando l’errore sui termini costa la casa
Il Promissario Acquirente ha impugnato una sentenza d'appello e la successiva decisione che respingeva il giudizio di revocazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi. I giudici hanno chiarito che avviare un giudizio di revocazione non sospende in automatico il termine per proporre ricorso in Cassazione contro la sentenza di merito. Senza un provvedimento esplicito di sospensione da parte del giudice, la sentenza d'appello diventa definitiva. Di conseguenza, il ricorso contro la prima sentenza era tardivo. Anche il ricorso contro la decisione di revocazione ( stato respinto perch" i motivi riguardavano valutazioni di merito e non veri e propri errori materiali di fatto. Il Promissario Acquirente perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Caparra confirmatoria: l’assegno senza data non blocca la vendita
Un Acquirente e una Venditrice firmano un contratto preliminare per l'acquisto di un immobile. L'Acquirente consegna un assegno senza data di 80.000 euro a titolo di caparra confirmatoria, con l'accordo che la data sarebbe stata inserita in seguito. La Venditrice riceve anche un acconto in contanti per estinguere le ipoteche sulla casa, ma poi si rifiuta di firmare il contratto definitivo. La Venditrice sostiene che l'assegno senza data sia nullo e che l'Acquirente sia inadempiente. La Corte di Cassazione respinge il ricorso della Venditrice. I giudici chiariscono che l'assegno senza data vale come promessa di pagamento e che la mancata riscossione è imputabile solo alla Venditrice, che ha violato il dovere di correttezza. Il trasferimento della proprietà all'Acquirente è confermato, dietro pagamento del saldo.
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Agevolazione prima casa: il preliminare non evita la revoca
Un contribuente ha venduto la propria abitazione prima dei cinque anni dall'acquisto, perdendo temporaneamente l'agevolazione prima casa. Per conservare il beneficio fiscale, la legge gli imponeva di riacquistare un altro immobile da adibire ad abitazione principale entro un anno dalla vendita. Nonostante la firma tempestiva di un contratto preliminare con una società costruttrice, quest'ultima non ha consegnato l'immobile in tempo, impedendo la stipula del rogito definitivo entro la scadenza annuale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, stabilendo che il preliminare non trasferisce la proprietà e che l'inadempimento della ditta venditrice non costituisce forza maggiore, trattandosi di un rischio contrattuale prevedibile. Il contribuente decade così dalle agevolazioni.
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Riduzione del prezzo per ipoteca: la Cassazione riapre il caso
Un acquirente firma un contratto preliminare per l'acquisto di un immobile, scoprendo successivamente la presenza di due ipoteche sul bene. L'acquirente chiede al giudice il trasferimento della proprietà e la contestuale riduzione del prezzo per ipoteca. I giudici di merito ordinano il trasferimento della proprietà subordinandolo al pagamento del prezzo pieno, limitandosi a ricordare l'obbligo del venditore di cancellare i gravami. L'acquirente ricorre in Cassazione, lamentando la mancata valutazione dell'impatto economico delle ipoteche sul valore del bene. La Corte di Cassazione, rilevando la complessità della questione, non respinge il ricorso ma decide di rimettere la causa alla pubblica udienza della seconda sezione civile per un esame approfondito.
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Frazionamento del mutuo: la banca non può bloccare l’acquirente
Alcuni promissari acquirenti di immobili da una cooperativa edilizia hanno richiesto il frazionamento del mutuo fondiario e della relativa ipoteca gravante sulle loro porzioni. Il Tribunale ha nominato un notaio per eseguire la suddivisione, ma la Corte d'Appello ha revocato la nomina, ritenendo necessario un preventivo accordo di accollo tra la banca e i singoli acquirenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei promissari acquirenti, stabilendo che il frazionamento del mutuo è un diritto incondizionato che non richiede la preventiva firma di un contratto di accollo con la banca. La decisione d'appello è stata quindi cassata con rinvio.
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