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Art. 240-bis Codice Penale — Sezione Quarta Penale

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236 provvedimenti

Altri anni per Art. 240-bis Codice Penale

Patteggia la pena ma perde i contanti: valida la confisca
Un imputato ha concordato una pena per reati di spaccio di sostanze stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale. Il Tribunale ha applicato la pena concordata e ha disposto la confisca di 500 euro trovati in suo possesso, rilevando l'assenza totale di redditi leciti. Il difensore ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, lamentando una carenza di motivazione sia sull'assenza di cause di proscioglimento immediato sia sul provvedimento patrimoniale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge limita rigidamente i motivi di impugnazione contro il rito speciale e la motivazione del giudice sul denaro sequestrato risulta adeguata. La pronuncia ha confermato la piena legittimità della confisca per sproporzione nel patteggiamento, condannando il ricorrente a pagare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Confisca del denaro e droga: stop all’esproprio automatico
Un uomo ha concordato un patteggiamento per la detenzione di sostanza stupefacente destinata allo spaccio. Il giudice di primo grado ha disposto la confisca del denaro trovato in suo possesso, considerandolo provento del reato. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione. La difesa ha sostenuto che la semplice detenzione di droga non genera guadagni immediati, rendendo errata la qualificazione del denaro come profitto diretto. La Suprema Corte ha accolto il ricorso sul punto patrimoniale. I giudici hanno chiarito che il denaro non deriva automaticamente dalla droga non ancora venduta. La Cassazione ha quindi annullato la confisca con rinvio, imponendo al tribunale di verificare se sussistano i presupposti della mancata giustificazione della provenienza dei fondi.
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Provvedimento abnorme: no alla confisca senza udienza
Il caso riguarda un imputato a cui era stata annullata la confisca di una somma di denaro in Cassazione. Successivamente, il giudice dell'esecuzione ha ordinato nuovamente la confisca con una procedura rapida e senza udienza. L'imputato ha fatto ricorso, sostenendo che tale decisione spettasse al giudice del merito e non a quello dell'esecuzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, definendo l'atto del giudice un provvedimento abnorme per assoluta mancanza di potere. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordine senza rinvio, stabilendo che la decisione deve essere presa dal giudice della cognizione garantendo il pieno diritto di difesa e il confronto tra le parti.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: limiti e confische
L'Imputato ha concordato un patteggiamento per diciassette episodi di spaccio di sostanze stupefacenti. Successivamente, ha proposto ricorso lamentando la mancata qualificazione del fatto come reato di lieve entità e l'illegalità della confisca del denaro sequestrato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che l'errore sulla qualificazione giuridica può essere denunciato solo se manifesto ed evidente. Inoltre, la confisca del denaro è stata legittimamente disposta come confisca allargata, per la quale non occorre dimostrare il nesso diretto con il singolo reato. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Confisca del denaro: pena confermata ma sequestro annullato
Tre imputati concordano una pena per spaccio di stupefacenti tramite patteggiamento. Il giudice dispone anche la confisca del denaro sequestrato. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando la gravità del reato e la misura di sicurezza. La Suprema Corte dichiara inammissibile la richiesta di riqualificare il reato in lieve entità, poiché nel patteggiamento l'errore deve essere manifesto. Tuttavia, accoglie il ricorso del Primo e del Secondo Imputato sulla confisca del denaro: il giudice di merito ha omesso di motivare il legame tra le somme e l'attività illecita. La sentenza viene annullata limitatamente alla confisca con rinvio per un nuovo esame, mentre per il Terzo Imputato il ricorso è interamente inammissibile.
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Sequestro per sproporzione: studente perde 9000 euro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il sequestro preventivo di oltre novemila euro, eseguito a seguito di un'accusa di detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. La difesa lamentava la mancanza di un legame diretto tra la somma e il reato. I giudici hanno chiarito che il sequestro per sproporzione non richiede la prova del nesso pertinenziale tra il denaro e il singolo episodio criminoso. È sufficiente la sproporzione tra il valore del bene e il reddito dichiarato dal soggetto. Nel caso specifico, L'Indagato è uno studente senza lavoro stabile che custodiva la somma in una scatola chiusa a chiave in camera sua, fornendo giustificazioni non credibili. Di conseguenza, il sequestro è stato confermato e L'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: i contanti in casa non provano lo spaccio
Durante una perquisizione domiciliare a carico dell'Indagato, le forze dell'ordine hanno rinvenuto 0,37 grammi di cocaina, un bilancino di precisione e la somma di 4.500 euro in contanti nascosta in un armadio. Il Giudice ha disposto il sequestro preventivo del denaro, ritenendolo profitto dell'attività di spaccio. L'Indagato ha impugnato il provvedimento contestando la mancanza di prove sul legame tra il denaro e il reato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha annullato il sequestro. I giudici hanno stabilito che, per sequestrare somme di denaro, è indispensabile dimostrare un nesso di pertinenzialità diretto e specifico con il reato contestato, escludendo che si possa basare la misura su semplici supposizioni o su generiche attività di spaccio passate.
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Confisca di denaro: reato accertato ma sequestro annullato
Gli Imputati concordavano una pena per vari reati, tra cui la detenzione di sostanze stupefacenti. Il Giudice disponeva anche la confisca delle somme di denaro sequestrate. Gli Imputati ricorrevano in Cassazione contestando la legittimità della misura di sicurezza. La Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente a questo punto, stabilendo che la confisca di denaro per detenzione di stupefacenti non è automatica. Infatti, a differenza dello spaccio, nella semplice detenzione manca un nesso causale diretto tra il denaro trovato e il reato contestato. Pertanto, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente alla confisca di denaro, rinviando la decisione al Tribunale per un nuovo esame.
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Confisca del profitto del reato: legittimi i sigilli ai contanti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di stupefacenti, confermando la legittimità della confisca del profitto del reato applicata a 450 euro in contanti sequestrati al momento dell'arresto. La difesa sosteneva erroneamente che la misura fosse una confisca allargata, esclusa per i casi di lieve entità. I giudici hanno chiarito che il Tribunale ha disposto una ordinaria confisca del profitto del reato ai sensi dell'articolo 240 del codice penale, poiché il denaro costituiva il provento diretto dell'attività illecita. Di conseguenza, non si applicano i limiti previsti per la confisca per equivalente o allargata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Confisca di denaro: no al sequestro senza prove dello spaccio
L'Imputato è stato condannato per detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. Oltre alla pena detentiva, i giudici di merito avevano disposto la confisca di denaro trovato in suo possesso. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la misura patrimoniale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso sul punto, stabilendo che la confisca di denaro non è ammessa per il reato di mera detenzione di lieve entità se manca un nesso diretto tra la somma e lo specifico reato contestato. Non si può infatti presumere che il denaro sia provento di spaccio solo sulla base della mancanza di redditi leciti. La sentenza è stata annullata senza rinvio sul punto, disponendo la restituzione della somma.
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Confisca del denaro: no al sequestro se c’è solo detenzione
Il Tribunale applicava all'Imputato, tramite patteggiamento per detenzione illecita di stupefacenti di lieve entità, la pena di otto mesi di reclusione e la confisca del denaro sequestrato. L'Imputato proponeva ricorso in Cassazione, contestando la confisca del denaro poiché priva di nesso con la mera detenzione della droga e derivante da un precedente lavoro regolare. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che nei casi di sola detenzione di stupefacenti non è ammessa la confisca ordinaria del denaro se manca la prova del nesso con l'attività di spaccio. Di conseguenza, la Corte ha annullato senza rinvio la decisione limitatamente alla confisca, ordinando la restituzione della somma all'Imputato.
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Sequestro preventivo: la casa abusiva si può bloccare
Un uomo indagato per spaccio di sostanze stupefacenti ha subito il sequestro preventivo di un immobile di sua proprietà adibito a casa familiare. La difesa ha contestato il provvedimento, sostenendo che l'immobile, essendo abusivo e con una pratica di condono edilizio ancora pendente, fosse per legge inalienabile. Di conseguenza, secondo la difesa, mancava il pericolo di vendita del bene durante il processo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che gli immobili abusivi non sono del tutto esclusi dal mercato e possono essere venduti a determinate condizioni. Pertanto, il pericolo di alienazione sussiste e giustifica pienamente il sequestro preventivo finalizzato alla futura confisca del bene.
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Sequestro preventivo: redditi da fame ma acquisti di lusso
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di immobili e di un'auto intestati a un cittadino accusato di reati di droga. Le indagini patrimoniali avevano rivelato una netta sproporzione tra i redditi dichiarati dal nucleo familiare (circa 1.500 euro in nove anni) e il valore dei beni acquistati. La difesa ha cercato di giustificare gli acquisti producendo documenti fiscali spagnoli non tradotti in italiano. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: i documenti in lingua straniera privi di traduzione non possono essere utilizzati per dimostrare la provenienza lecita del denaro. Il sequestro preventivo rimane quindi valido a causa della mancata prova della legittimità delle risorse finanziarie utilizzate per gli acquisti.
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Confisca per sproporzione: moped venduto ma soldi allo Stato
L'Imputato ha concordato una pena per spaccio di stupefacenti e detenzione di arma clandestina. Il giudice ha disposto la confisca di oltre quattromila euro trovati in suo possesso. L'Imputato ha fatto ricorso sostenendo che la somma derivasse dalla vendita di un ciclomotore e non dallo spaccio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che si applica la confisca per sproporzione quando il soggetto non giustifica la provenienza di denaro sproporzionato rispetto al proprio reddito. Nel caso specifico, i documenti di vendita del ciclomotore indicavano come venditore una società e non L'Imputato come persona fisica. Di conseguenza, la confisca del denaro è stata confermata e L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Confisca del denaro: legittima per lo spacciatore senza reddito
Il Tribunale applicava all'Imputato la pena concordata per il reato di detenzione e cessione di cocaina, ordinando la contestuale confisca del denaro sequestrato. L'Imputato proponeva ricorso per Cassazione, lamentando l'illegalità della misura e sostenendo l'assenza di prove sulla provenienza illecita delle somme. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici hanno chiarito che la confisca del denaro è pienamente legittima quando le somme rappresentano il prezzo della cessione dello stupefacente. Nel caso specifico, il nesso tra il denaro e l'attività illecita è stato provato dalle dichiarazioni del soggetto, dalla totale assenza di un lavoro lecito o fonti di reddito e dalla qualità e quantità della droga sequestrata.
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Confisca di denaro: quando la Cassazione ordina la restituzione
L'Imputato ha concordato una pena per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. Il giudice di merito ha ordinato anche la confisca di denaro trovato in suo possesso, ritenendolo provento di spaccio poiché l'uomo era privo di redditi leciti sul territorio nazionale. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la confisca di denaro non può essere disposta in caso di mera detenzione di droga senza la prova di un nesso diretto tra la somma e lo specifico reato contestato. Non basta la mancanza di risorse lecite per presumere l'origine illecita del denaro. La Suprema Corte ha quindi ordinato la restituzione della somma all'avente diritto.
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Confisca di denaro: annullato il sequestro al disoccupato
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la confisca di denaro per un importo di 7.350 euro disposta nei confronti di un uomo accusato di detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Il giudice di merito aveva ordinato la misura ritenendo la somma provento del reato solo perché l'imputato e la moglie erano disoccupati. La Suprema Corte ha chiarito che, nel caso di mera detenzione di droga, la confisca di denaro è illegittima se manca un nesso di pertinenzialità diretto con lo specifico reato contestato. Il denaro non può essere confiscato se costituisce il ricavato di cessioni passate o è destinato ad acquisti futuri. Di conseguenza, la Cassazione ha ordinato l'immediata restituzione della somma all'avente diritto.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni e dieci mesi di reclusione per un uomo accusato di detenzione e cessione di cocaina. La difesa invocava l'applicazione dello spaccio di lieve entità, evidenziando il modesto quantitativo di droga sequestrato al complice. I giudici hanno rigettato il ricorso, rilevando che l'attività di spaccio era sistematica e professionale. Tale circostanza è emersa dai numerosi contatti tra i soggetti, dal possesso di 1600 euro in contanti e dai messaggi telefonici che provavano l'esistenza di una vasta clientela. La Suprema Corte ha ritenuto legittima anche l'applicazione della recidiva, visti i precedenti specifici dell'imputato, e la confisca del denaro, strettamente collegato all'attività illecita. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Traffico di stupefacenti: il prestanome perde la casa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi soggetti accusati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, armi e furti. I giudici hanno dichiarato inammissibili quasi tutti i ricorsi, confermando le pesanti pene inflitte in appello e la confisca di un immobile fittiziamente intestato a una terza persona ma riconducibile a uno degli imputati. La Suprema Corte ha chiarito importanti principi: la rinuncia ai motivi d'appello rende definitiva la responsabilità penale; nei reati di gruppo, la desistenza volontaria richiede un ruolo attivo per neutralizzare il crimine; infine, ricalcolare la pena per un singolo reato dopo un'assoluzione parziale non viola il divieto di riforma in peggio, purché la sanzione complessiva non aumenti. Il ricorso di un imputato parzialmente assolto è stato rigettato.
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Giudicato cautelare: nuove prove sempre ammesse contro il sequestro
Il Tribunale del Riesame di Palermo dichiarava inammissibile l'appello de L'Indagato contro il rigetto della revoca di un sequestro preventivo per sproporzione. Il Tribunale riteneva che la pendenza di un altro ricorso e il precedente rigetto creassero un ostacolo insuperabile. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso de L'Indagato. I giudici hanno stabilito che il giudicato cautelare non impedisce la presentazione di nuove istanze di revoca o modifica, purché basate su elementi di fatto nuovi (nova probatori), anche se vi è una procedura di riesame ancora in corso. Di conseguenza, l'ordinanza è stata annullata senza rinvio, con trasmissione degli atti al Tribunale per un nuovo esame del merito.
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